Franchisti e miliziani, lo stereotipo delle minoranze speculari

Il 18 luglio di settant’anni fa in Spagna, in un clima di forte tensione politica e sociale, una parte dell’esercito si sollevò, in nome dell’ordine e della nazione, contro la legittima autorità del governo repubblicano. L’idea di ordine e di nazione di cui i generali golpisti si proponevano come interpreti, salvatori e garanti coincideva nei fatti con la tutela di un complesso intreccio di rendite, interessi e privilegi, più e meno anacronistici, i cui titolari si sentivano minacciati dalla vittoria del Fronte Popolare alle elezioni di pochi mesi prima, ma soprattutto dalle riforme socio-economiche annunciate e avviate dal nuovo governo e dalle speranze di partecipazione che tutto ciò aveva suscitato.
Il tentativo di golpe, incontrando l’opposizione dei reparti lealisti, una capillare mobilitazione dei partiti e dei sindacati e soprattutto la mobilitazione, sia civile che in armi, di ampi settori della popolazione urbana e rurale, si trasforma in breve tempo in una vera e propria guerra civile, di fronte e di posizione, destinata a diventare l’evento politico-militare di gran lunga più studiato, a livello internazionale, dell’intera storia spagnola.

Come di recente ha fatto rilevare Ranzato in L’eclissi della democrazia, (Bollati Boringhieri, pp. 69, euro 40), la sollevazione del 18 luglio è senza dubbio il punto di arrivo di un vorticoso processo di radicalizzazione dello scontro politico e dei suoi toni, ma è anche evidente che il trionfo della violenza sulla democrazia conosce proprio in quel giorno un salto di qualità e una accelerazione tali da individuare un significativo punto di non ritorno. L’azione dei cuatro generales che guidano l’insurrezione armata, collocando la guerra al posto della democrazia, azzera di colpo ogni confronto, fosse anche il più ideologico e violento, tra democrazia censitaria e democrazia partecipativa, modernizzazione populista, limitata e controllata dall’alto, e riformismo radicale, legittimato dal basso. I golpisti non riescono ad imporsi, ma scelgono per tutti il nuovo terreno dello scontro, che diventa, per tutti, quello di una guerra di fronti contrapposti e di relativamente bassa intensità, una guerra che militarizza il territorio ed estenua le popolazioni e che tende a diventare tanto più sanguinosa quanto più i fronti si stabilizzano, trasformando le sorti del conflitto in una questione di resistenza e di tenuta, militare ed economica, propagandistica e psicologica.

Questa dilatazione nel tempo di strategie di azione e di reazione immediate e di corto respiro impone a tutti i protagonisti un riassetto organizzativo e retorico che, a mio avviso, ha spalancato le porte all’accumulo di plusvalore mitico e identitario che fin dai primi mesi ha accompagnato e caratterizzato le vicende della “Guerra di Spagna”, facendo della lunga resistenza repubblicana un luogo notevole della coscienza contemporanea e della memoria democratica.

Ridisegnandosi come “crociata nazionale” il levantamiento reazionario, autoritario e golpista legittima la propria azione colorandola di retorica militante, anticomunista, antidemocratica, anticivile e antirepubblicana, cioè trasformando sé stesso nel simulacro provvisorio di un inesistente Fronte Antipopolare e in un doppio populista e involontariamente parodico del cartello elettorale che pochi mesi prima aveva sconfitto le destre alle elezioni. Nel passaggio dal golpe alla guerra civile prende forma e accede alla modernità un crogiuolo nazional-cattolico, fascistoide, clericale e tradizionalista dentro il quale già cominciano a comporsi in equilibrio molte delle future famiglie politiche del Movimento Nazionale, il partito unico che il Generale Franco utilizzerà, nel tempo lungo della propria dittatura, come camera di compensazione e come strumento di controllo del panorama politico.

Dall’altro lato, anche la Repubblica e i partiti si militarizzano e si vedono costretti a discutere di dolorose priorità tra guerra e riforme, sopravvivenza e vita, coordinamento verticista dello sforzo resistenziale e pratiche orizzontali di rivoluzione sociale. In un tale contesto la mobilitazione intellettuale diventa fondamentale e assume caratteri “de urgencia”, sacrificando le spinte innovatrici e rivoluzionarie delle avanguardie alle esigenze didascaliche e promozionali della propaganda di guerra e del coordinamento tra fronte e retrovia, sforzo bellico e sforzo produttivo e riproduttivo.

Nel corso del conflitto, la logica della cospirazione e la paranoia politico-ideologica occupano buona parte della scena, amplificando a dismisura i motivi della Quinta Colonna e del nemico interno, del tradimento e del disfattismo, dello scontro tra esercito e milizie, anarchici e comunisti, riformisti e rivoluzionari, liberali e illiberali, nazionalisti e internazionalisti. Come ha fatto notare anche Paul Preston (a proposito di Orwell e Loach), su entrambi i fronti, la prima guerra europea raccontata dal cinema sonoro costruisce la propria immagine e il proprio mito attribuendo uno spessore simbolico del tutto sproporzionato ad una serie di episodi marginali, militarmente e politicamente tutt’altro che determinanti per i destini dello scontro (come il bombardamento di Gernika, gli scontri tra anarchici e comunisti, l’uccisione di García Lorca, la profanazione dei conventi, la resistenza dei cadetti nella scuola militare di Toledo assediata dai repubblicani, etc.).

Dentro e fuori dalla Spagna, la guerra delle armi si trasforma in una guerra delle parole, delle immagini e dei significati. Durante e dopo il conflitto, gli intellettuali di parte repubblicana hanno costruito e raccontato la guerra e il mito delle due Spagne, fascista e antifascista, facendo di eserciti e milizie, brigate internazionali e requetés, volontari e coscritti i protagonisti di uno scontro figurale, consumato in gran parte lontano dai fronti e attraverso le icone, grafiche e fotografiche, della propaganda e della sua controversa memoria (con ricorrenti polemiche sia sulla Gernika di Picasso che sulla celebre foto di Capa che ritrae/mette in scena la morte di un miliziano).

E’ rimasta viceversa sullo sfondo, senza volto e senza voce, la cosiddetta terza Spagna, quella anonima e non politicizzata che non si schierò o che lo fece solo per sopravvivere, seguendo la corrente delle circostanze e dell’opportunismo. Il mondo di questa maggioranza silenziosa, vittima sia della guerra che del radicalismo ideologico che la prepara e la accompagna, è diventato negli ultimi anni un luogo notevole del processo di revisione storiografica, al punto da assumere, a tratti, un valore di contromito. Se la terza Spagna fosse stata per davvero e solo la carne da cannone di uno scontro tra elites paternaliste, irresponsabili ed ultrapoliticizzate, il colpo di stato del 18 luglio avrebbe con ogni probabilità trionfato in pochi giorni e non avrebbe avuto bisogno di trasformarsi in una guerra civile. Il successo di ogni golpe, in effetti, dipende in gran parte proprio dalla disponibilità del corpo sociale a condividere il mito di una vita infrapolitica, basata sul culto dell’ordine tradizionale e sulla rassegnata convinzione che la politica è “cosa loro”, una faccenda di élites, in quanto tali nemiche della pace e del popolo. In Spagna, settant’anni fa, non è andata così: ricerche come Creating Spaniards di Sandie Holguín (2002), dimostrano che la terza Spagna è tutt’altro che una figlia della II Repubblica, caratterizzata per tutta la sua durata da un crescente trend di partecipazione alla vita politica e culturale; è piuttosto un sottoprodotto delle sofferenze della Guerra civile, del durissimo dopoguerra e dell’esilio interno. Il potere franchista ha impiegato decenni per rendere maggioritaria l’area di sudditanza sociologica e psicologica su cui i golpisti avevano scommesso il 18 luglio del 1936.

Di tutte le deformazioni e le amplificazioni storiografiche che caratterizzano la Guerra di Spagna e il suo mito, il levantamiento del 18 luglio, con l’intrinseca pochezza che, fin dal proclama, ne caratterizza il progetto, è il primo e il più clamoroso esempio. Il golpe che, abortendo, si trascende e degenera in uno scontro civile di portata epocale contiene e prefigura una lunga serie di momenti e meccanismi analoghi, alcuni dei quali destinati a trovare sviluppo ben oltre la fine della guerra, nelle esecuzioni sanguinarie e nella fenomenologia concentrazionaria dei primi anni di pace armata, nella vita culturale dell’esilio repubblicano, nel proliferare della storiografia e della memorialistica dedicate ai fatti e alla loro interpretazione e, soprattutto, nel patto dell’oblio che per oltre un ventennio, dal 1976 al 1996 ha amputato e rimosso dalla sfera pubblica la memoria di parte della democrazia spagnola, propagandando il falso mito di una coscienza democratica senza memoria, totalmente nuova e super partes.

La data di un colpo di stato fallito a metà può sembrare poca cosa, ma l’insieme e la portata delle conseguenze, reali e simboliche, di quel mezzo fallimento fa di quel 18 luglio di settant’anni fa, giornata in sé tutt’altro che memorabile, una di quelle infauste ricorrenze che la coscienza democratica contemporanea non può davvero permettersi di dimenticare.