Fragile primavera per i kurdi iracheni

Dieci anni or sono, le potenze occidentali, appoggiandosi alla risoluzione 688 del Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’ingerenza umanitaria, adottata nell’aprile 1991 su iniziativa francese, decisero di creare una «zona di protezione» che consentisse il ritorno ai loro villaggi a circa due milioni di kurdi fuggiti verso l’Iran e la Turchia per sottrarsi alla massiccia offensiva delle truppe irachene. La protezione di questo territorio di circa 40mila chilometri quadrati, in cui vivono 3,5 milioni di kurdi, è garantita da una forza aerea multinazionale di stanza in Turchia, che fino al dicembre 1995 comprendeva anche una squadriglia area francese.
Come obiettivo iniziale, gli occidentali puntavano a migliorare la situazione dei loro alleati turchi, messi a dura prova dall’afflusso destabilizzante di centinaia di migliaia di rifugiati kurdi iracheni verso le già turbolente province del Kurdistan turco. Sopraggiunta tre mesi dopo la fine della guerra del Golfo, tale iniziativa non incontrò la minima resistenza da parte di Baghdad, che fin dall’ottobre 1991 ritirò la sua amministrazione civile dai tre governatorati della zona protetta – Duhok, Erbil e Suleymaniyah – e sospese il pagamento delle remunerazioni e delle pensioni ai funzionari che avevano deciso di rimanervi. Tuttavia, sensibili alle pressioni di Ankara, che temeva la nascita di uno stato autonomo kurdo, gli occidentali non hanno voluto né farsi carico di queste popolazioni creando una amministrazione specifica o una sorta di «protettorato» dell’Onu – come è poi avvenuto nel 1999 in Kosovo – né favorire la costituzione di un governo regionale kurdo vero e proprio.
Il messaggio era esplicito: tornando nei loro villaggi, i kurdi sarebbero stati protetti dagli attacchi dall’esercito iracheno, ma avrebbero dovuto cavarsela da soli nella gestione dei loro affari e nella ricostruzione del loro paese devastato. Già molto provati da trent’anni di guerra, i kurdi si trovavano così di fronte ad una temibile sfida: amministrare un paese vasto quanto la Svizzera, in cui il 90% dei 5.000 villaggi e una ventina di città erano stati rasi al suolo, le infrastrutture economiche distrutte, le terre coltivate disseminate di mine, i contadini dispersi. La disoccupazione colpiva quasi l’80% della popolazione attiva. Per giunta, Baghdad aveva escluso il territorio kurdo dalla rete elettrica nazionale e imposto l’embargo sul carburante e la benzina.
In questo contesto caotico, i kurdi si sono visti costretti ad improvvisare e a dar prova di immaginazione e tenacia. In una fase iniziale, il Fronte unito del Kurdistan, che riuniva gli otto partiti politici locali, ha assunto il potere regionale e preparato le elezioni per l’insediamento di un parlamento del Kurdistan. Elezioni che si sono svolte il 18 maggio 1992: due partiti, il Pdk (Partito democratico del Kurdistan) di Massoud Barzani, e l’Upk (Unione patriottica del Kurdistan) di Jalal Talabani hanno ottenuto rispettivamente 51 e 49 seggi, mentre la minoranza assiro-caldea (cristiana), che conta 30mila anime, ha eletto 5 deputati. Gli altri partiti – comunista, socialista, islamista, ecc. – non sono riusciti a superare lo sbarramento del 5% dei voti espressi e non hanno quindi eletto alcun parlamentare, ma sono stati comunque associati al governo di unità nazionale costituito nel luglio 1992.
I leader kurdi speravano che queste istituzioni democratiche avrebbero ottenuto in tempi brevi il riconoscimento delle potenze occidentali e beneficiato del loro appoggio economico. Invece, il governo regionale kurdo è stato ignorato. Agitando lo spettro della creazione di uno stato kurdo, Ankara, Damasco e Tehran, divise peraltro fra loro da una lunga serie di dispute, organizzarono incontri trimestrali dei rispettivi ministri degli esteri per «tenere sotto controllo la situazione nel nord dell’Iraq». Per non suscitare malcontenti fra gli alleati turchi, gli Stati uniti, e sulla loro scia i paesi europei, hanno evitato di fornire il benché minimo appoggio alla giovane esperienza democratica kurda.
Soffocata dal duplice embargo, iracheno ed internazionale, priva dei mezzi essenziali di funzionamento, questa prima esperienza si concluse quindi con un doloroso insuccesso (1). Un contrasto sulla spartizione dei magri introiti doganali, nel maggio 1994, degenerò in scontri armati fra il Pdk e l’Upk. I paesi vicini gettarono olio sul fuoco. Gli scontri continuarono fino al 1997, con un bilancio di quasi tremila morti e decine di migliaia di sfollati. Infine, le due fazioni in guerra si resero conto che nessuna di loro poteva eliminare militarmente l’altra e che il rapporto di forze fra le potenze regionali (Iran, Turchia, Iraq) non consentiva l’egemonia di un’unica forza politica, quand’anche vittoriosa sul piano militare.
Nel novembre 1997 fu concordato un cessate il fuoco; nel settembre 1998, un accordo firmato a Washington sotto l’egida di Madeleine Albright, segretario di stato americano, dai due leader kurdi Massoud Barzani e Jalal Talabani, ha sancito la cessazione delle ostilità e creato le premesse per una trattativa di pace.
In base a tale accordo, Barzani ottenne il riconoscimento della vittoria riportata nelle elezioni legislative del maggio 1992 e delle conseguenze istituzionali concernenti la formazione di un governo di transizione che avrebbe dovuto indire nuove elezioni. Da parte sua, Talabani ottenne l’impegno che una parte degli introiti doganali sarebbe stata versata alla sua organizzazione. Da allora, in una sessantina di riunioni congiunte si sono riuscite a smussare le difficoltà e ad avvicinare i punti di vista del Pdk e dell’Upk. Addolorati, i kurdi iracheni hanno avviato loro malgrado un esperimento di decentramento amministrativo. Il territorio protetto dalle forze occidentali, diviso in due, nord e sud, è governato da due amministrazioni costrette alla reciproca emulazione. Nella regione del nord – molto più prospera e meglio amministrata da un governo di coalizione con sede a Erbil, guidato dal Pdk ma con oltre un terzo di esponenti dei partiti minori, di minoranze (assiro-caldea e yezidi) e di «indipendenti» – è stato possibile ricostruire circa il 70% delle città e dei villaggi distrutti dalla guerra. Sono state ripristinate e migliorate sia le infrastrutture stradali che le comunicazioni; i servizi tecnici (sanità, scuola, trasporti, energia) delle due amministrazioni del nord e del sud hanno stabilito un rapporto di cooperazione.
Praticamente tutti i ragazzi del nord sono scolarizzati, grazie alle 1950 scuole elementari e alle varie scuole secondarie della regione.
Ci sono anche due università (Duhok e Erbil), in cui 12.500 studenti frequentano i corsi di lettere, scienze esatte, medicina e giurisprudenza.
A seconda delle materie, le lezioni si svolgono in kurdo, arabo o inglese, mentre l’insegnamento nelle scuole elementari e medie avviene esclusivamente il lingua kurda. Gli studenti dispongono di residenze universitarie decorose, i professori percepiscono una retribuzione di 140 dollari al mese (sette volte di più dei loro colleghi iracheni) e beneficiano di appositi alloggi di funzione. Nel sud, anche il governo guidato dall’Upk comprende rappresentanti dei partiti minori e «indipendenti». All’università di Suleymaniyah sono iscritti 3.500 studenti, mentre 367.755 alunni frequentano le 1677 scuole primarie e secondarie. A differenza di quanto avviene al nord, non vige ancora l’obbligo della scuola elementare per tutti, ragazzi e ragazze.
La sanità costituisce l’altra priorità delle autorità locali, che hanno decretato la gratuità dei servizi pubblici. Inoltre, hanno ricostruito gli ospedali e creato nuovi centri sanitari dotati di apparecchiature moderne, spesso acquistate sul mercato nero per via dell’embargo. Sempre l’embargo è responsabile non tanto della carenza, quanto piuttosto della scadente qualità dei medicinali che arrivano in Kurdistan attraverso l’Iraq o la Turchia.
La sicurezza nelle città è garantita da agenti addestrati nelle due accademie di polizia, mentre altri due centri preparano gli ufficiali che hanno il compito di dare un inquadramento e una formazione professionale alle forze armate provenienti dalla guerriglia (peshmerga). Il Parlamento kurdo ha sede a Ebril, dove risiede anche la corte d’appello del Kurdistan.
Questo rinnovamento kurdo si manifesta con un vigore ancora maggiore sul piano culturale. Dopo lunghi anni di silenzio forzato, la popolazione cerca con entusiasmo di recuperare il tempo perduto. Tre quotidiani ed oltre 130 settimanali e riviste tentano di appagare la sete di informazioni e di conoscenza dei cittadini, affrontando ogni argomento, dalla letteratura al cinema, dalla storia all’informatica. Una dozzina di reti televisive propongono a tutti programmi molto diversificati, due reti trasmettono via satellite e sono captate da tutte le comunità kurde del Medioriente e dell’Europa. Le antenne paraboliche che permettono di captare i canali internazionali, vietate sia in Iraq che in Iran, sono libere nel Kurdistan, dove peraltro si moltiplicano gli Internet café. Sono liberamente in vendita i giornali di ogni tendenza, ivi compresi quelli del regime di Baghdad. Le piccole minoranze assiro-caldea e turcomanna dispongono rispettivamente di quattordici e di nove scuole nelle loro lingue, di pubblicazioni e trasmissioni radio e televisive, mentre i kurdi di confessione yezidi, tradizionali vittime di vessazioni da parte dei vicini musulmani e accusati ingiustamente di essere «adoratori del diavolo», sono liberi di praticare la loro religione, e i loro luoghi di culto sono protetti.
L’emergere di una società civile in cui le donne sono in prima linea, in particolare nel denunciare le estorsioni dei gruppi islamici sostenuti dall’Iran e gli arcaismi culturali (i cosiddetti «omicidi d’onore» delle donne adultere), favorisce il graduale sviluppo di nuovi spazi di libertà. Spinto da questi fattori interni e contemporaneamente dal desiderio di accattivarsi le simpatie dell’opinione pubblica occidentale, il sistema politico kurdo, inizialmente ispirato al modello del partito-stato prevalente nella regione, si va evolvendo verso una democrazia pluralista, anche se i leader storici della resistenza armata sono ancora tutt’altro che propensi a considerarsi comuni cittadini o rappresentanti eletti con un mandato ben circoscritto.
Il Kurdistan autonomo gode di una relativa prosperità, che in massima parte, è dovuta alle risorse derivanti dall’applicazione della risoluzione 986 dell’Onu, detta «Oil for food» (2), che assegna il 13% degli introiti della vendita del petrolio ai tre governatorati della zona kurda sotto protezione internazionale. I proventi sono gestiti da nove agenzie specializzate dell’Onu presenti in Kurdistan, che identificano e finanziano i progetti nei settori della scuola, della sanità, degli alloggi, del ripristino delle infrastrutture e delle forniture idriche per le popolazioni sfollate. Un programma alimentare assicura agli abitanti della regione le stesse razioni alimentari disponibili nel resto dell’Iraq. L’amministrazione kurda contribuisce all’elaborazione dei progetti, garantisce la sicurezza delle agenzie dell’Onu, mette gratuitamente a loro disposizione i magazzini e i mezzi tecnici necessari.
Le agenzie dell’Onu finanziano e realizzano «in nome del governo iracheno», assente dalla regione, i progetti che hanno ricevuto il benestare di Baghdad. Le procedure sono ancora lunghe e laboriose: spesso ci vuole più di un anno perché un progetto riceva tutte le debite autorizzazioni di finanziamento, e alcuni progetti vengono bocciati senza spiegazione.
A partire dal 1997, sono stati assegnati alla regione autonoma kurda 4,9 miliardi di dollari, di cui è stato possibile utilizzare tre miliardi, mentre il resto sarà sbloccato soltanto dopo l’approvazione dei progetti presentati. Questa autentica manna, grazie allo spirito di iniziativa dei kurdi e ad una amministrazione efficiente, comincia a dare i primi frutti. Il paese si è trasformato in un grande cantiere in cui si costruiscono strade, scuole, biblioteche, alloggi sociali, stadi, parchi, fabbriche, con un notevole miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.
L’amministrazione kurda si finanzia essenzialmente con gli introiti doganali derivanti dalle imposte sugli automezzi pesanti che dalla Turchia e dall’Iran sono diretti in Iraq trasportando merci di ogni genere. Producono anche valuta pregiata la protezione dell’oleodotto Kirkouk-Yumur-Talik e il commercio transfrontaliero, soprattutto del petrolio. Per rilanciare l’economia locale, le autorità hanno trasformato il loro territorio in una sorte di «zona franca» per la fornitura di prodotti vari, soprattutto sigarette, destinati ai mercati iracheno ed iraniano. Questi proventi hanno garantito all’amministrazione – che conta un organico di oltre 250mila civili e circa 30mila addetti alla sicurezza – un bilancio annuo dell’ordine di 230 milioni di dollari. La Banca centrale del Kurdistan vigila sulla solidità del dinaro kurdo, che rimane stabile nei confronti del dollaro (1 dollaro equivale a 18 dinari kurdi), e attualmente vale 100 volte di più del dinaro iracheno! Per la prima volta dopo oltre un secolo, i kurdi amministrano una parte del loro territorio storico per un periodo di tempo così prolungato.
E, tutto sommato, se la cavano. Questa primavera kurda desta grandi speranze nei 25-30 milioni di kurdi che vivono sparsi fra l’Iran, la Turchia e la Siria. Ma è una primavera ancora molto fragile. I distretti di Kirkouk, Sinjar e Khanaqin, ricchi di petrolio, abitati da circa due milioni di kurdi, vivono ancora sotto il giogo del regime iracheno, esposti ad una politica di arabizzazione incessante, in condizioni di povertà che alimentano l’esodo kurdo verso l’Europa.
La riconciliazione fra i due principali partiti kurdi non è ancora completa; la collaborazione attuale non li pone ancora al riparo da brusche sterzate che potrebbero risvegliare vecchi incubi. D’altra parte, nonostante le numerose prove di buon vicinato e di cooperazione economica loro fornite, gli stati limitrofi, in presenza di forti comunità kurde sul loro territorio, continuano ad agire per la destabilizzazione del Kurdistan autonomo. Quest’ultimo quindi non può sopravvivere senza la protezione aerea anglo-americana e senza quel 13% degli introiti assegnatogli dalla risoluzione 986 dell’Onu. Ogni politica di revisione delle sanzioni nei confronti dell’Iraq dovrà quindi comprendere garanzie a tutela dei kurdi, abbinate a mezzi finanziari adeguati, onde evitare di innescare una nuova catastrofe umanitaria.
E di far sfiorire anzitempo questa luminosa primavera kurda.

*Presidente dell’Istituto kurdo di Parigi

note:

(1) Si legga Kendal Nezan, «Kurdi, ingiustizia è fatta», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 1999.

(2) Si legga Alain Gresh, «L’Iraq pagherà!», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 2000.