Fra sinistra e liberali un divorzio necessario

La decisione di Nicola Rossi di non rinnovare la tessera dei Ds riempie le cronache politiche e non c’è da meravigliarsene. Si tratta di un gesto che non va letto banalmente come una manifestazione di scontento o di delusione personale. È piuttosto l’espressione, tutt’altro che remissiva, di una precisa opzione culturale e del fermo proposito di continuare una battaglia politica nell’ambito della coalizione di maggioranza.
Rossi è stato sino a ieri una delle figure di maggiore spicco della componente liberal dei Ds, via via spostatasi su posizioni dichiaratamente neoliberiste. Gli anni Novanta videro il trionfo di questa corrente, che – come ha scritto Franco Debenedetti in uno struggente articolo sul Sole-24Ore – fece allora della «rivoluzione mercatista» la propria bandiera. Le politiche del centrosinistra furono ispirate a un sedicente neoliberismo temperato che si risolse, in realtà, in un’orgia di privatizzazioni, nell’attacco frontale al lavoro dipendente e al sindacato (con gli accordi del ’92 e del ’93 sulla concertazione e la fine della scala mobile) e in una politica di drastici tagli alla spesa sociale.
Fiori all’occhiello di questi interventi «modernizzatori» furono, nel ’92 e nel ’95, le riforme della previdenza firmate da Amato e da Dini. Che innalzarono l’età pensionabile, introdussero il sistema contributivo, ridussero drasticamente (dal 23% al 14% nel giro di sette anni) l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil e abbassarono altrettanto seccamente l’entità delle pensioni (prima pari, in media, all’80% dell’ultimo stipendio, oggi attestate a malapena intorno al 50%).
Col nuovo secolo cominciò qualche difficoltà, non foss’altro per la necessità di recuperare voti nell’area del lavoro dipendente e in specie nei settori operai, non casualmente raggiunti dalle sirene leghiste e berlusconiane. La lunga preparazione delle politiche del 2006 ha visto l’inevitabile riavvicinamento tra la sinistra moderata e le forze di alternativa.
Non sempre vi è stata maggiore cautela nei proclami, ma si è dovuto accettare un compromesso, di cui il Programma dell’Unione è uno specchio fedele. Vi si parla di liberalizzazioni, più che di privatizzazioni. Si ipotizza di aprire al mercato i servizi pubblici locali (il che è gravissimo), ma si rinuncia a privatizzare l’acqua. Si tessono le lodi della «buona flessibilità» (co-co-pro e interinali), ma si assicura di voler promuovere il tempo indeterminato. E sulle pensioni si fa l’apologia della previdenza complementare (del resto imposta dagli effetti della Dini), ma si promette anche di abolire lo «scalone» (l’innalzamento d’un colpo dell’età pensionabile a partire dal 2008) introdotto da Maroni.
Non solo. Durante il travagliato parto della Finanziaria, per evitare di perdere pezzi, il governo mette da parte le pretese più estreme. Concede alle imprese i lauti benefici del taglio del cuneo fiscale (oltre alle solite, cospicue regalìe), ma stralcia il ddl Lanzillotta e la riforma delle pensioni (che – nelle intenzioni dei suoi fautori – dovrebbe addolcire ma mantenere lo scalone). Taglia la spesa per sanità, scuola e università, ma vara misure di stabilizzazione del precariato nel pubblico impiego. Proprio di quel precariato per il quale Nicola Rossi propone, al contrario, 100mila prepensionamenti.
Si capisce perché la Finanziaria gli sembri, come scrive sul Mulino, «il frutto di un’altra stagione»: di un tempo nel quale la sinistra italiana riteneva ancora di dover tutelare gli interessi del lavoro e si attardava in difesa di obsolete rigidità. E si capisce perché oggi – del tutto coerentemente – decida di sbattere la porta, accusando i vertici dei Ds di aver smarrito la via delle «riforme».
Restano da fare due considerazioni. La prima è che questa decisione può essere un bene per tutti se porterà con sé un po’ di chiarezza. Questo gran parlare di «riformismo» senza mai chiarire che cosa si abbia in mente è un fattore inquinante nella vita politica del paese. Rossi, Debenedetti e quanti, dentro e fuori i Ds, ne condividono le proposte sono almeno espliciti nel dirsi liberali. Nei loro ragionamenti il problema è lo sviluppo, non l’equità. Si tratta di abbassare le tasse (poco importa se l’Italia batte ogni record per l’evasione fiscale e contributiva) e di far lavorare di più la gente (poco importa che la precarietà dilaghi e che le pensioni dell’Inps si aggirino intorno ai 650 euro mensili). Si tratta di sbaraccare lo stato per dare tutto al mercato. E poco importa che meritocrazia e concorrenza senza una vera eguaglianza nelle condizioni di partenza servano solo a difendere i privilegi. Qualcuno ha scritto che il disastro italiano sta nel fatto che molta sinistra sta nella destra e molta destra nella sinistra. Sulla prima affermazione c’è di che dubitare, ma sulla seconda no. Chissà che il congedo di Nicola Rossi dai Ds non aiuti in qualche modo a rimettere un po’ d’ordine in questa babele.
La seconda questione concerne i probabili contraccolpi del suo gesto. Non sembra proprio l’«ammissione di una sconfitta senza rimedio», come l’ha definito Gianfranco Pasquino sull’Unità. Tutt’altro. Somiglia piuttosto a un grido di battaglia rivolto ai liberisti dell’Unione alla vigilia del Congresso nazionale dei Ds e mentre infuriano le polemiche sul Partito democratico. Non è agevole fare previsioni su chi avrà la meglio poiché lo scontro è appena agli inizi. E difficilmente rafforzerà una segreteria diessina accusata di abbaiare senza mordere (cioè di non essere abbastanza efficace nell’interesse delle imprese) e stretta tra blairisti e clintoniani, socialisti, democratici e liberali.