«Forza Sharon» scuote Israele

Ieri sera, poche ore dopo aver annunciato l’uscita dal Likud e la nascita del suo partito, Responsabilità nazionale, Ariel Sharon ha messo le cose in chiaro, con gli israeliani prima di tutto ma anche con i palestinesi. «Non c’è alcun piano di disimpegno aggiuntivo», ha affermato riferendosi al ritiro da Gaza completato a settembre, «c’è la Road Map». Potrebbe apparire una buona notizia ma il negoziato in realtà rimane molto lontano. Il premier israeliano, protagonista di uno dei colpi di scena più clamorosi della politica israeliana, ha ribadito che i palestinesi devono rispettare gli impegni assunti, ovvero «smantellare» le organizzazioni dell’Intifada prima che possano esserci progressi con la Road Map. Partito nuovo, linea vecchia. E i prossimi mesi, che pure si annunciano densi di appuntamenti politici di grande importanza – dal voto palestinese del 25 gennaio a quello israeliano di inizio marzo (la Knesset ieri sera ha votato il suo scioglimento) – difficilmente produrranno una svolta sul piano diplomatico e nei rapporti tra israeliani e palestinesi. Sharon non ha fatto alcun riferimento alla possibilità di avviare le trattative dirette con il presidente Abu Mazen. Così Responsabilità nazionale rappresenta il frutto più compiuto di quella «irresponsabilità internazionale» che, smarrito il rispetto per la legalità, assegna ad Ariel Sharon il compito di definire i destini non solo degli israeliani ma anche dei palestinesi.

Riguardo alle dimissioni, Sharon ha spiegato che la vita all’interno del Likud era diventata insostenibile. Ha rivelato di aver pensato per la prima volta in modo serio di abbandonare il partito a inizio mese, quando il suo tentativo di nominare due nuovi ministri fu bloccato dai suoi oppositori. «Il Likud nella sua configurazione attuale non può guidare la nazione verso i suoi obiettivi», ha accusato Sharon. «Se fossi rimasto, avrei potuto vincere le primarie e portare il Likud alla vittoria nelle elezioni. Ma restare avrebbe significato sprecare il tempo con la politica piuttosto che lavorare per il bene della nazione». Primo ministro e anche «santo». Il suo vero e unico miracolo però sta nell’aver dato uno scossone al consenso unanime di cui la sua politica ha goduto, in questi ultimi anni, in cui ha realizzato il muro in Cisgiordania e posto le basi per l’annessione definitiva a Israele di larghe parti di territorio palestinese.

Al momento la scena politica israeliana è caratterizzata da tre blocchi: quello di centro-sinistra guidato dai laburisti, quello di centro-destra capeggiato da Sharon e quello della destra radicale con il Likud e altre formazione estremiste. Una novità che dovrebbe vivacizzare il dibattito politico interno, specie intorno alla politica economica che il nuovo leader laburista Amir Peretz vuole a favore dei più deboli. Ma non in diplomazia e nei rapporti con i palestinesi. In questo caso i tre schieramenti diventano di nuovo uno solo. Domenica, ad esempio, Peretz ha riaffermato i due «no»: no alla restituzione di Gerusalemme est ai palestinesi, no al diritto al ritorno per i profughi. Su questo Sharon, Peretz e il futuro leader del Likud, Benyamin Netanyahu hanno una visione comune.

I sondaggi intanto danno ragione al primo ministro. Il suo partito dovrebbe poter contare, dopo le elezioni, su 28 seggi ma assieme ai laburisti e ad altre formazioni di centro avrà il sostegno di 74 deputati su 120.

I palestinesi seguono con attenzione gli sviluppi politici, pur mantenendo un atteggiamento di basso profilo. «Si tratta di vicende interne israeliane nelle quali non crediamo di dover entrare ma, allo stesso tempo, seguiamo quanto accade nella speranza che possa produrre risultati positivi per la pace», ha detto il vice premier palestinese Nabil Shaath. Pochi si sbilanciano con previsioni a lungo termine, nel timore di nuove delusioni.

La crisi politica israeliana ha fatto passare in secondo piano la crisi politica in casa palestinese dove il governo del premier Abu Ala appare sul punto di cadere. Diversi ministri sono intenzionati a dare le dimissioni in modo da potersi candidare alle elezioni politiche generali che si svolgeranno in Cisgiordania e Gaza tra due mesi. Le opzioni possibili a questo punto sono le dimissioni dell’intero esecutivo che, tuttavia, rimarrebbe in carica fino alle elezioni, oppure la formazione di un governo ristretto, con meno di dieci ministri e guidato dallo stesso Abu Mazen, con il compito di preparare il voto nei Territori. Il presidente da parte sua ieri ha firmato un decreto per riaffermare il rispetto della data del 25 gennaio per l’apertura delle urne dopo che si erano diffuse voci di un nuovo rinvio delle elezioni su pressione di Al-Fatah, il principale partito palestinese, che non ha ancora tenuto le sue primarie.

Cresce l’attesa inoltre per l’apertura il 25 novembre del valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, ma le aspettative dei civili palestinesi sono troppo alte rispetto alla realtà che si va manifestando sul terreno. Il varco, ha spiegato ieri il generale italiano Pietro Pistolese, che guida la missione di osservatori Ue incaricata di monitorare i movimenti di persone merci al confine. «Inizialmente sarà aperto solo per poche ore, indicativamente quattro, poi, in base a quello che constateremo sul campo, l’orario verrà prolungato con l’obiettivo di arrivare a un’apertura di 24 ore su 24. Apriremo Rafah solo quando riterremo che le condizioni di sicurezza e la preparazione dei palestinesi sono adeguate allo scopo». Un “buon inizio”, non c’e’ dubbio.