Fisco, salari, lotta alla precarietà. Il Prc prepara il suo inverno caldo

Per Rifondazione dovrà essere una verifica vera e propria. Per i Verdi dovrà servire a rilanciare il programma dell’Unione. Sd invece chiede una svolta, a patto che Prodi non venga messo in discussione. E il Pdci la parola «verifica» non vuole nemmeno sentirla nominare. Ma Rifondazione va avanti. Al comitato politico nazionale, Giordano ha chiesto ai suoi un mandato su un percorso in tre tempi. Il primo: una consultazione dei propri iscritti sui temi della verifica, con tanto di invito a partecipare rivolto agli alleati della Cosa arcobaleno. Il secondo: il confronto vero e proprio con Prodi. Il terzo: un referendum sull’esito della verifica, «decisivo», ha detto il segretario, per stabilire la permanenza o meno al governo. Anche in questo caso sono invitati ad esprimersi gli iscritti di tutta la Cosa rossa. Gli alleati, però, già declinano l’invito. Il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli dice: «Non funziona che uno prima decide poi informa gli alleati. Noi non pensiamo affatto che sia finita la stagione dell’Unione. Anzi dovremmo essere un po’ più grati a Prodi per le riforme varate in questo anno e mezzo». Anche la capogruppo di Sd Titti Di Salvo prende le distanze: «La consultazione è una scelta di Rifondazione. Per noi serve che il governo cambi passo ma Prodi non è in discussione».
Ma quali saranno i temi di confronto (o dello scontro) dell’inverno caldo di Rifondazione? Il primo, neanche a dirlo, riguarda la lotta alla precarietà: «Va modificata la legge 30 sui punti che, di fatto, agevolano la frammentazione delle imprese e la frammentazione del lavoro» dice il responsabile economico di Rifondazione Maurizio Zipponi. Il tema centrale sarà dunque il capitolo della legge Biagi che riguarda la cessione dei rami d’azienda. Il giuslavorista della Cosa rossa Piergiovanni Alleva spiega al Riformista: «Prima della Maroni, esisteva una norma di tutela dei lavoratori quando un’impresa veniva venduta: l’articolo 2112 del codice civile stabilisce che la vendita o l’affitto di una azienda o di un suo ramo comporta un trasferimento automatico dei contratti. Che cosa è successo con la Maroni? La Maroni dice, testualmente, che questa regola vale anche quando il ramo venduto è quello individuato al momento della cessione e non preesistente. Tradotto: decido io cosa cedo al momento e in tal modo aggiro l’ostacolo. La conseguenza è che l’imprenditore può esternalizzare quello che vuole. Quindi il lavoratore passa all’acquirente e trova le condizioni di lavoro della nuova azienda, ad esempio, non vale l’articolo 18. Il trucco più usato è la vendita a se stessi: il datore fa una società, le cede un reparto, stipula un contratto d’appalto e i lavoratori si ritrovano in un’impresa più piccola e con meno diritti. Per il lavoratore sembra che non sia cambiato nulla, ma sue le condizioni si sono precarizzate. E questa la vera colpa della legge Biagi». Sempre all’interno del capitolo lotta alla precarietà, Rifondazione proporrà una legge sull’orario di lavoro «per evitare – dice Zipponi – che si verifichi ancora quello che è accaduto alla Thyssen».
Il secondo punto della verifica riguarda la questione salariale. Obiettivo: trovare gli strumenti per aumentare il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti. Su tutti, Rifondazione chiede la detassazione degli aumenti contrattuali e la restituzione del fiscal drag. Il sottosegretario all’economia Alfonso Gianni chiarisce: «Il fiscal drag è davvero un meccanismo perverso per cui aumentando l’inflazione aumenta il valore della tassazione. E un fatto aritmetico su cui bisogna intervenire politicamente perché produce impoverimento». E rilancia: «Sul lungo periodo poi occorre riequilibrare la tassazione: da un lato va aumentata quella sulle rendite, dall’altro va abbassata quella su lavoro e profitti in modo da utilizzare la leva fiscale con fini programmatori».
E la politica estera? Il Prc non chiederà il ritiro delle truppe dall’Afghanistan: «Non ci sono i numeri in Parlamento e ci spacchiamo noi», dicono in via del Policlinico. Ma si batterà per un obiettivo altamente simbolico per il suo popolo: un taglio alle spese militari. Su questo gli alleati sono già d’accordo. Silvana Pisa di Sd spiega: «Ora si spendono 5 miliardi l’anno in spese per gli armamenti. Ma nel bilancio della difesa ne figurano la metà perché l’altra metà grava sul bilancio del ministero dello Sviluppo economico con la giustificazione del dual use (civile e militare) dei mezzi. Qual è il punto? Il nostro paese è impegnato in missioni di terra (Libano, Afghanistan). Ma le maggiori voci di spesa non riguardano l’esercito, ma gli armamenti aereo-navali. Inoltre le spese militari sono lievitate nei primi due anni di governo Prodi del 20 per cento rispetto al governo Berlusconi. Si deve intervenire per colpire le lobby degli armamenti». La sensazione è che, ad oggi, sulle singole proposte tanti distinguo nella Cosa rossa non ci siano. Ma è sul braccio di ferro col governo che si aprirà la partita vera.