Firma sul tormentone del tfr

La firma, come previsto, è arrivata. Sindacati, Confindustria e governo hanno firmato – a palazzo Chigi – l’accordo definitivo sul trattamento di fine rapporto e il lancio della previdenza integrativa. Confermando l’impressione degli ultimi giorni, Confindustria ha tirato la corda fino all’ultimo minuto (Luca di Montezemolo, poco prima di entrare, ancora dava mostra di essere incerto sull’esito finale), ottenendo non solo quanto aveva già chiesto, ma anche «compensazioni» per le imprese a partire dal 2007.
In pratica la previdenza integrativa comincerà ad essere operante dal 1º luglio 2007 per i lavoratori del settore privato (non ancora per quelli del pubblico impiego, sottoposti a un trattamento fin qui diverso, il tfs). Da gennaio partirà la «campagna di informazione» per convincere i lavoratori a versare il proprio tfr – la «liquidazione» – mese dopo mese ai «fondi pensione negoziali», gestiti di comune accordo tra imprese e sindacati (e che manterranno una tassazione pari all’11%). Coloro che non accetteranno il nuovo sistema – e dovrebbero essere la stragrande maggioranza, anche secondo le previsioni governative – lo lasceranno nella disponibilità delle imprese, com’è ora, ricevendolo rivalutato al momento dell’andata in pensione o del licenziamento. A questo punto, però, questo tfr «inoptato» seguirà due strade diverse: nelle imprese sotto i 50 dipendenti (il 94% del totale) resterà dov’è, in quelle più grandi verrà dirottato, attraverso l’Inps, a un fondo della Tesoreria di stato destinato a finanziare opere infrastrutturali. La liquidazione finale, dunque, per la percentuale maturata dal prossimo luglio in poi verrà versata dallo stato e non più dall’azienda.
Il governo aveva invece pensato di dirottare in questa direzione il 50% del tfr «inoptato», qualsiasi fosse la dimensione aziendale. La protesta delle piccole imprese – che usano del tfr come di una «liquidità» propria e gratuita, evitando di ricorrere a prestiti bancari – era stata cavalcata dalla destra e da Confindustria, spaventando soprattutto l’ala centrista della maggioranza. Il compromesso finale è «in pareggio» solo in apparenza, perché le imprese ottengono delle «compensazioni» sotto forma di un fondo di garanzia per soccorrere le imprese che trovassero difficoltà nell’accesso al credito (con le banche).
Soddisfatti i segretari generali dei tre sindacati confederali, con Guglielmo Epifani (Cgil) che lo definisce «un accordo importante, è quello che la Cgil voleva». Ma è un parere non condiviso da segretari di categorie decisive, come i metalmeccanici della Fiom Cgil, con Gianni Rinaldini che ricorda «la titolarità del tfr è dei lavoratori» e soltanto loro «possono decidere, attraverso la delega positiva, la destinazione del proprio tfr». Una critica che si estende perciò anche al meccanismo del «silenzio-assenso», secondo cui il singolo lavoratore che non segnalerà la propria decisione entro il 30 giugno vedrà il tfr finire automaticamente ai fondi pensione. Ancora più esplicita la critica dei sindacati base, che hanno proclamato da giorni uno sciopero generale per il 17 novembre. Irritate anche le associazioni di cooperative, perché sono queste le imprese a più alta densità di forza lavoro; e quindi le più esposte finanziariamente dallo «scippo» del tfr.
Sugli effetti di questa novità i pareri sono abbastanza diversificati. Per il commissario europeo alle politiche economiche, Joaquin Almunia, «questa misura riduce il deficit pubblico». Per il ministro dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa, «è poca cosa», ma comunque «non apre problemi di saldi in finanziaria». Lo stesso ministro però enfatizza il suo significato sul« sistema pensionistico italiano», perché «fa compiere un salto di maturità» al paese anche «come sistema finanziario». Dando così indirettamente ragione a quanti, tra cui noi, hanno criticato il trasferimento forzoso del tfr ai fondi pensione come misura progettata più per aumentare l’accesso del risparmio verso le borse che non per «difendere» i redditi dei lavoratori.
A conti fatti, l’accordo firmato ieri dovrebbe soddisfare soprattutto il sistema delle imprese, che continua a incamerare risultati grazie a una «faccia feroce» su ogni provvedimento proposto dal governo. Lo stesso ministro del lavoro, Cesar Damiano, riconosceva – prima ancora della firma – che «le risorse per le imprese», nella finanziaria, «ci sono e sono importanti. Il cuneo fiscale, a regime ammonterà a 6 miliardi di euro a vantaggio delle imprese come sconto sul costo del lavoro». Poi sono uscite anche le «compensazioni» per il tfr. Gli industriali saranno anche a «pancia piena», ma si lamentano come se avessero fame. E spuntano sempre qualcosa in più, a danno ovviamente dei lavoratori. Non per sbaglio, forse, entrando nella sala della riunione finale, Montezemolo aveva puntato direttamente alla poltrona di Prodi, sul lato «governativo» del tavolo. Un lapsus davvero rivelatore.