Fiom: toccare le pensioni? Sì, ma al rialzo

Chi l’ha detto che le anime radicali della sinistra sociale e politica sono conservatrici e in materia di pensioni pretendono che non si muova foglia? Per esempio, i metalmeccanici della Fiom pensano che cambiare si può, e si deve. Intanto si devono rivalutare le pensioni medio-basse, in secondo luogo bisogna spazzar via lo scalone introdotto da Maroni, in terzo luogo è necessario intervenire sul sistema contributivo con l’obiettivo di aumentare la copertura pubblica, garantendo «un livello minimo di contribuzione che copra i periodi di precarietà e sottocontribuzione». In quarto luogo, non è rinviabile una separazione integrale tra previdenza e assistenza, assegnando quest’ultima alla fiscalità generale e garantendo gli equilibri della prima con assoluta trasparenza rispetto al sistema delle entrate e delle uscite». Queste sono le «riforme» suggerite al governo dal Comitato centrale della Fiom, riunitosi ieri a Roma.
Il documento finale votato all’unanimità dall’organismo dirigente della Fiom, con una sola astensione, pone anche dei paletti e oltre a quel che va fatto stabilisce quel che non si può fare, a partire dall’innalzamento dell’età pensionabile. Intanto, va detta la verità ai lavoratori: «A un’età pensionabile astratta» (57 anni d’età e 35 di lavoro) corrisponde un’età effettiva decisamente diversa», ci dice il segretario dei metalmeccanici Cgil, Gianni Rinaldini. Questa è di «61 anni, contro i 60 anni della Germania». E’ bene saperlo, per non cadere nei trabocchetti di chi presenta una situazione drammatica, accompagnata da un prospettiva ancor peggiore per sostenere nuove stangate. I conti dell’Inps non sono immodificabili, così come il loro miglioramento non può avvenire soltanto spremendo ulteriormente i lavoratori dipendenti, spiega il documento della Fiom. E’ ovvio che la lotta all’evasione e l’emersione del lavoro nero possono rimpinguare le casse pubbliche, ed è altrettanto ovvio che la regolarizzazione degli immigrati allargherebbe significativamente la base contributiva. Insomma, sostiene il segretario Rinaldini, la ricetta dei riformisti e dell’Ue non è l’unica possibile, è la peggiore.
Al governo la Fiom chiede di esprimersi con una voce, presentando una posizione chiara alle parte sociali. Ai sindacati confederali chiede invece di «avviare in tempi brevi un percorso di definizione della piattaforma con il coinvolgimento dell’insieme dell’organizzazione, per evitare di trovarsi di fronte all’emergenza dell’abolizione dello scalone di Maroni a scapito del rapporto democratico con le lavoratrici, i lavoratori e i pensionati».
Al termine dei lavori, il comitato centrale della Fiom ha approvato altri due ordini del giorno. Uno, sul rinnovo del contratto di categoria, ribadisce la richiesta di un aumento salariale non inferiore a quello rivendicato nel rinnovo del biennio economico (130 euro). Sul contratto le posizioni di Fim e Uilm sono per ora diverse, ma la conferma della prassi democratica seguita nell’ultimo rinnovo contrattuale lascia prevedere che il rapporto delle organizzazioni sindacali con i lavoratori faciliterà il raggiungimento di una proposta unitaria. La piattaforma dovrebbe essere presentata alle controparti alla fine del mese di marzo.
Com’è consuetudine, la Fiom non restringe il suo campo di interesse alle questioni di stretta osservanza metalmeccanica. La partecipazione attiva al movimento altermondialista è alla base dell’ordine del giornato approvato all’unanimità dal comitato centrale di ieri, in cui si esprime «la propria netta contrarietà alla costruzione della seconda base Usa a Vicenza, presso l’aeroporto Dal Molin». La Fiom chiede al governo di respingere «sia l’ultimatum nei confronti dell’Italia che il ricatto occupazionale degli Usa sui lavoratori civili dell’attuale base americana». L’ordine del giorno è stato approvato poco prima che il presidente Prodi annunciasse la capitolazione del «governo amico» di fronte agli interessi americani, cioè generali.