Fiom: sciopero se non cambia

Ieri il Comitato Centrale della Fiom-Cgil ha approvato un documento di pesante critica della politica economica abbozzata dal governo con il Dpef e le prime indiscrezioni sui contenuti della legge finanziaria. Il massimo organismo collettivo della Fiom sottolinea che: «a) la revisione del sistema fiscale deve prevedere una più elevata tassazione delle rendite finanziarie e il ripristino della tassa di successione nell’ambito di una ridefinizione delle aliquote fiscali che preveda una riduzione della pressione fiscale sulle retribuzioni medio-basse e sulle pensioni». Le risorse vanno trovate tramite «l’iniziativa contro il lavoro sommerso, l’evasione fiscale e contributiva». «b) Non sono accettabili operazioni di ulteriori tagli della spesa sociale, dalla sanità – alla condizione contrattuale dei lavoratori e delle lavoratrici del pubblico impiego – al sistema previdenziale, mentre è necessario operare dal versante delle entrate superando lo scalone del 2008 previsto dal precedente governo». Vanno invece aumentati «gli oneri previdenziali per i rapporti di collaborazione», accompagnati «da una nuova legislazione di questo rapporto di lavoro che allo stato attuale, come indica la vicenda Atesia, viene utilizzato per mascherare rapporti di lavoro subordinato».
«c) Una nuova legislazione sul lavoro, contro la precarietà, deve segnare un visibile elemento di discontinuità rispetto alle scelte compiute nel corso di questi anni. d) La Fiom prende atto della scelta del governo di procedere alla riduzione di cinque punti sul costo del lavoro». È «una misura costosa che in sé non affronta i reali problemi di competitività del paese». In ogni caso «interventi sul costo del lavoro possono essere solo selettivi, privilegiando il lavoro a tempo indeterminato, restituendo il fiscal-drag sulla busta paga e senza intaccare la contribuzione previdenziale».
La conclusione è obbligata: «A fronte di una finanziaria che confermasse gli orientamenti del Dpef, è necessario che il movimento sindacale decida unitariamente le forme di mobilitazione adeguate». L’«eventuale confronto sul sistema contrattuale e sulle pensioni deve essere preceduto dalla definizione di una proposta comune delle organizzazioni sindacali, da sottoporre alla consultazione ed al voto dei lavoratori, delle lavoratrici e dei pensionati». E va pensionata, invece, «la politica d’inflazione programmata comune, come criterio per i rinnovi contrattuali».
La «vicenda Telecom testimonia» del resto «il fallimento di una logica di privatizzazione guidata essenzialmente dalla necessità di fare cassa. Ciò impone l’apertura di un esplicito confronto sulla politica industriale e sull’intervento pubblico che deve garantire le infrastrutture fondamentali».