Fiom: non ci sono governi amici

Chi conosce le dinamiche sindacali e più in generale le liturgie dei gruppi dirigenti delle organizzazioni politiche e sociali nate nell’alveo del movimento operaio, potrebbe pensare che l’insistenza della Fiom sul tema della democrazia non sia che un espediente retorico e magari populista per celare chissà quale lotta di potere. Costui non conosce la Fiom. Facciamo un esempio: si parla del contratto dei metalmeccanici come di una bella battaglia vinta contro la prepotenza padronale, e si potrebbe pensare che la questione è risolta una volta per tutte, fino al prossimo contratto. Non è così. Il contratto – lo dice ogni delegato al congresso nazionale con cui parli – smetterà di essere un’ipotesi di accordo e avrà valore erga omnes soltanto dopo che tutti i lavoratoratori metalmeccanici, con o senza tessere sindacali in tasca, avranno espresso il loro punto di vista con un voto referendario. Al voto si arriverà tra un po’ di giorni, quando anche nell’ultimo posto di lavoro sarà stato spiegato quel che i sindacati sono riusciti a strappare, luci e ombre come si dice. E le assemblee sono l’opposto di rituali stanchi, anche perché chi più si è speso con scioperi in fabbrica o ai cantieri navali, manifestazioni, blocchi stradali e ferroviari, non sempre ritiene sufficienti i risultati raggiunti. Probabilmente l’accordo sarà approvato e il contratto varato, ma non senza un confronto anche acceso, raccontano i fiommini. Non è un fatto da poco, o tecnico. E’ l’esercizio della democrazia. Sentite come la mette giù un delegato di Siena intervenendo dal palco e citando un passo della relazione che pure deve aver fatto saltare sulla sedia qualche confederale: «Rinaldini ha detto che la Fiom senza la Cgil non sarebbe la Fiom, ma anche che la Cgil senza la Fiom non sarebbe la Cgil. Giusto, ma non basta. Io aggiungo che la Fiom e la Cgil senza i lavoratori non sarebbero niente».

La democrazia è una concezione del mondo, dei rapporti sociali, della vita interna dei metalmeccanici Fiom. Così, ha buon gioco il segretario di Torino Giorgio Airaudo nel chiedere all’aula congressuale un riconoscimento e un sostegno ai cittadini della Val di Susa che si sono battuti (con la Fiom ma senza la Cgil) in difesa del loro territorio, contro una presunta modernità fatta di bunker e trivelle, militarizzazioni e devastazioni ambientali, rischi di inquinamento da amianto e uranio per accorciare di un’oretta il viaggio di chissà poi quanti benestanti da Torino a Lione. Che la Tav si faccia o non si faccia non può essere deciso senza il consenso di chi abita in quella valle. Non è forse la stessa prassi che rivendicano i metalmeccanici per accordi e contratti? Con questa prassi dovranno fare i conti le confederazioni sindacali e la politica, chiunque sarà al goveno dopo aprile. C’è un orgoglio di gruppo che unisce i delegati della Fiom quando chiunque ripete con il segretario Rinaldini: «La Fiom non ha governi amici».

Una frase che è sottoscritta in pieno da Rifondazione, la cui delegazione era guidata il primo giorno dal segretario Fausto Bertinotti. Secondo Paolo Ferrero sarà importante che la Fiom continui anche dopo il voto e, si spera, la sconfitta di Berlusconi a pressare il governo, a non fare sconti. Anche se, precisa, di governo amico guai a parlare ma forse «dopo» si potrà fare i conti con «un governo più permeabile dal conflitto sociale».

Il segretario della Fiom Giorgio Cremaschi, invece, preferisce parlare di «indipendenza» e precisa che la verifica concreta si avrà il 10 aprile, perché adesso «sono buoni tutti a proclamarsi autonomi con un governo come quello che abbiamo». Cremaschi contesta l’ipotesi della concertazione e qualsivoglia patto o «accordo quadro» con la Confindustria teso ad affossare i contratti nazionali: il fallimento degli accordi del 23 luglio `93 è svelato dal fatto che a un massimo di contrazione salariale non hanno fatto riscontro i cento fiori dell’economia ma un minimo di sviluppo, investimenti e innovazione. Al contrario, le grandi innovazioni e le crescite, negli anni Settanta, sono stati la risultante della valorizzazione dei salari. Per Fausto Durante, della minoranza Fiom che fa riferimento alla maggioranza di Epifani, le cose stanno in modo diverso: tutti dicono che serve un patto fiscale (finalizzato a una redistribuzione del reddito che riduca le ingiustizie), ma come si può pretendere che il governo si renda disponibile in assenza di un patto sociale?

Al congresso si discute di tutto e con gli interlocutori più diversi. Storie e volti particolari si alternano alla presidenza per ricordare una storia collettiva di questi anni e questi giorni che parla di battaglie per i diritti sociali politici e sindacali. Dei martoriati palestinesi (Ali Rashid), del dimenticato e oppresso popolo kurdo (Mehmet Yuksen), dei lavoratori iracheni del petrolio (un sindacalista di Bassora). Dunque si parla di guerra e pace, questioni che secondo Ali hanno molto a che fare con il liberismo che riduce il lavoro a nuova schiavitù. Quando ci si interroga sull’inderogabilità di un nuovo ordine internazionale, il nesso tra lavoro, diritti e pace diventa ineludibile. Sarà un caso, ma chi a sinistra pensa che Sharon sia un uomo di pace pensa anche che la legge 30 è un’esagerazione ma bisogna salvaguardare la «flessibilità buona» e magari ridurre il campo d’azione dei contratti nazionali e non esagerare con le richieste salariali se si vogliono rilanciare l’economia, gli investimenti, l’innovazione. Queste litanie, per ora, sono assenti dal congresso della Fiom ma affollano il cielo sopra i metalmeccanici. Cosicché il delegato di Livorno non può esimersi dal ricordare ai «riformisti» senza riforme (o «ragionevoli» senza ragione) che c’è poco da dare o da scambiare, in una stagione in cui si va a lavorare in fabbrica anche con una gamba rotta o un dito steccato. Il lavoro ridotto a merce vuol dire che si rivescia la logica: la merce diventa soggetto e il lavoro oggetto, o variabile dipendente dal mercato. Da qui, da una prassi consolidata in tutto il mondo, la preoccupazione della Fiom quando sente dire che bisogna rimettere mano alle regole.

Alla vigilia della manifestazione europea contro la Bolkestin, uno dei pochi momenti di unificazione del movimento sindacale nel vecchio continente, il congresso Fiom si è confrontato con una trentina di sindacalisti provenienti da mezzo mondo per verificare se, oltre a registrare una condizione comune dettata dal liberismo, è possibile mettere in campo un’azione comune nei processi di globalizzazione, con il loro portato di delocalizzazione agita a fini politici per scatenare il dumping sociale e dividere i lavoratori secondo confini risparmiati alle merci. Un’azione comune, magari un contratto europeo, qualche vincolo sociale alla ricerca del perduto modello europeo, qualcosa di più dei Cae e dei sindacati internazionali istituzionalizzati prodotti da un semplice assemblaggio di soggetti decisi dall’alto.

Sul palco volti diversi, compagni di strada riconosciuti e amati come Giuliano Giuliani. In sala, tra i delegati, diversi lavoratori migranti, i primi delegati di un’irruzione massiccia nei posti di lavoro che costringono a nuove e differenti battaglie e metodologie contrattuali. Chi non capisce perché la Fiom continua a chiedere l’abolizione, con la legge 30, della Bossi-Fini, non sa com’è cambiato il mondo del lavoro.