«Finiremo all’inferno con loro»

«Ho preso i bambini per la mano e ho cominciato a correre mentre gli elicotteri sparavano contro qualunque cosa si muovesse. Abbiamo corso a perdifiato tra i calcinacci e i vetri delle finestre fermandoci ogni tanto in qualche anfratto. Molti non ce l’hanno fatta e sono rimasti li. I morti sono stati fortunati. I feriti hanno dovuto aspettare la morte per ore dal momento che i cecchini e le bombe non permettevano ai medici di soccorrerli. Abbiamo camminato per ore nei campi e poi ci hanno portato qui». Fathima, quarant’anni diventati in pochi giorni sessanta, è ancora sconvolta. E’ una di quella sessantina di donne, bambini e anziani, che, ironia della sorte, non hanno trovato altro rifugio che quello di Ameriya, alla periferia di Baghdad, luogo di uno dei più gravi crimini della guerra del 1991: tutti coloro che si trovavano nel rifugio quella tragica giornata di gennaio, quando fu colpito da due potenti bombe americane, furono fusi dal calore insieme alle loro suppellettili. Il calore era così intenso che, come ad Hiroshima, le sagome di alcuni di loro sono rimaste a lungo impresse sulle pareti. Sono oltre sessantamila i profughi arrivati a Baghdad da Falluja nei fragili momenti di tregua e il loro afflusso, con i relativi racconti delle violenze subite, ha creato un solco incolmabile tra la popolazione di Baghdad e gli occupanti come mai era avvenuto. I soldati americani, molti dei quali addestrati in un cittadina irachena ricostruita a questo scopo dall’esercito israeliano nel deserto del Negev, da parte loro sembrano fare di tutto per alienarsi la popolazione locale. «E’ una follia -ci dice un esperto britannico di cose militari che incontriamo in un bar deserto sul Tigri mentre fuori infuria una vera tempesta di sabbia calda che toglie il respiro – così non vinceranno, non vinceremo mai qui in Iraq. Noi britannici, e in parte lo dimostra la situazione al sud, riteniamo che bisogna imparare da quanto avvenne in Iraq negli anni venti durante la rivolta contro il mandato, per molti versi simile all’attuale, e applicare un metodo, con le dovute differenze, simile a quello che abbiamo seguito a Belfast. Gli americani invece seguono quello che potremmo definire il “modello Jenin” che gli hanno rifilato gli israeliani e ci porteranno tutti all’inferno con loro».

Le parole dell’ufficiale inglese sembrano confermate da quanto avvenuto alcuni giorni fa nella moschea di Abu Hanifa a Adamiya, ricoperta di scritte a sostegno di Falluja e contro l’occupazione, dove gli americani sono entrati sfondando i cancelli con i carri armati e distruggendo con i cingoli i viveri e i medicinali raccolti nel cortile per i profughi di Falluja. La tranquilla piazza davanti alla moschea, normalmente piena di chioschi che servono un ottimo kebab, si è così trasformata in un campo di battaglia. Un edificio sull’angolo porta ancora i segni degli incendi. Sulla stessa piazza la vita ieri mattina sembrava normale. Poi, improvvisamente, alle dieci e trenta del mattino, un mujaheddin col volto coperto da una kefia ha sparato ad un uomo appena sceso da una macchina blindata con il suo interprete dopo aver gridato «così finiscono i mercenari che lavorano per Israele», poi si è girato verso il proprietario del chiosco e gli ha sparato ad una gamba «E guai a chi lavora per loro». Dell’uomo ucciso non si sa molto, tranne che fosse un cittadino di nazionalità sudafricana che lavorava per una non meglio identificata ditta che recluta mercenari per l’Iraq.

Sei latrine per 2.000 marines

Le autostrade vedono ormai attacchi quotidiani: gruppi di combattenti che aprono il fuoco, abitanti locali che mettono pietre e palme sulle carreggiate, bombe nascoste al centro della strada, dentro fustini del sapone, tronchi scavati, cestini, coperte da foglie di palma, sino a cani randagi ai quali vengono legate delle cinture esplosive fatte poi saltare da un semplice telecomando televisivo, esplosivi fatti cadere dai ponti mentre carretti con asinelli si mettono di traverso la strada o mentre innocenti pastorelli fermano il traffico con le loro greggi. Sarebbero almeno 50 i subappaltatori uccisi nel mese di aprile e 50 i rapiti (anche se la maggior parte sono poi stati rilasciati). Tutti i convogli oramai, anche quelli che trasportano acqua minerale, devono essere scortati da mezzi corazzati. E non si trovano più camionisti. Lo testimoniano le cataste di materiali destinati al fronte fermi all’aeroporto di Baghdad o il fatto che i 2.000 marines che assediano Najaf, sotto un sole cocente e ferocissime zanzare, siano stati costretti per giorni a dormire nei propri mezzi e a servirsi di sole sei latrine perché nessuno aveva trasportato le tende e i wc chimici fino a laggiù.

Una delle conseguenze piu gravi della strategia Usa è senza dubbio il disfacimento delle forze di sicurezza irachene di fronte alla rivolta popolare. Il generale Martin Dempsey, comandante della prima divisione corazzata che controlla Baghdad ha ammesso che delle forze di polizia solamente un 50% è rimasto al suo posto mentre gli altri o hanno aperto il fuoco contro i soldati Usa passando dalla parte degli insorti o se ne sono andati a casa perche «intimoriti». Il problema, ha ammesso francamente il generale, non sarebbe tecnico quanto politico, nel senso che senza governo, ministero della difesa e ministero degli interni (tutti sciolti da Bremer su consiglio dei neocons) l’atteggiamento rinunciatario dei soldati iracheni sarebbe dovuto ad un desiderio insoddisfatto «per qualche forma di catena gerarchica irachena nella quale gli uomini possano riporre la loro fiducia e ad una forte riluttanza a prendere le armi contro i loro stessi concittadini». Dempsey si è poi detto incerto sulla giustezza o meno dell’aver sciolto l’esercito iracheno e di aver cacciato dalle istituzioni tutti coloro che erano iscritti al partito Baath, distruggendo così l’intera struttura dello stato. Gli ha risposto ieri a Baghdad il «Comitato degli ufficiali liberi» che raccoglie gli alti gradi dell’esercito (che tra l’altro erano stati falcidiati dal regime) e gli ufficiali licenziati in tronco da Bremer. «Basterebbero 24 ore per riformare l’esercito iracheno ed eliminare il caos, tuttavia non lo faremo mai per gli americani ma solo per un governo che difenda la sovranità nazionale del nostro paese».

Il colpo più duro per gli Usa è però il dissenso, quasi una rottura, nei confronti della loro politica, «si tratta di azioni illegali e inaccettabili», di Adnan Pachachi, il rispettato ex diplomatico nominato da Bremer nel consiglio di governo, che alcuni mesi fa accompagnò la first Lady Laura Bush al discorso presidenziale sullo stato dell’Unione.

Gli hanno fatto eco altri sei membri del Consiglio di governo, sunniti e sciiti indipendenti, che hanno annunciato la loro sospensione dall’organismo creato dagli Usa. Non da meno è ormai la stampa sino ad oggi vicina alle autorità di occupazione. E’ il caso del giornale Azzaman che in suo editoriale si è domandato dove sarebbero finiti il Consiglio di governo provvisorio e la stessa Cpa per concludere poi che non ci sarebbe da meravigliarsi della loro scomparsa in quanto gli unici a comandare in Iraq sarebbero i rappresentanti del Pentagono.

«Colpa della Cia e del Mossad»

La fiducia dell’opinione pubblica nei confronti degli occupanti è ormai oltre lo zero. Lo testimonia il fatto che due giorni fa, a pochi minuti dallo scoppio delle cinque autobomba a Basra, con oltre 50 morti, la folla stava per linciare i soldati e i medici inglesi giunti sul posto per dare i primi soccorsi accusandoli di essere in qualche modo anche loro responsabili di quella strage attribuita, come tutte le autobombe esplose in Iraq negli ultimi mesi, alla Cia o al Mossad. Una convinzione ribadita ieri in una affollata manifestazione «contro l’occupazione e i crimini di Blair». «Sapete perché in questi mesi, fino a ieri, non ci sono state autobombe?» sosteneva ieri sera un poliziotto iracheno di guardia alla zona proibita di Baghdad, «perché la Cia e gli israeliani con la rivolta dovevano stare attenti a salvarsi la vita. Poi appena la situazione si è calmata al sud eccoli di nuovo all’opera, altro che al Qaeda».

Inutile discutere di fronte alla granitica convinzione di uno di coloro che in teoria dovrebbero difenderele le sorti di Paul Bremer e dei suoi colleghi. Ma forse non tutto è perduto per la coalizione dei volenterosi. E’ in arrivo a Baghdad da Londra, un altro pool di esperti di comunicazioni di massa, a suo tempo protagonisti della campagna elettorale della signora Thatcher e ora incaricati di convincere gli iracheni della bontà dell’occupazione. Se riusciranno ad arrivare in città.