Fine delle regole

Ha ragione Luigi Pintor di chiedersi dove va a parare il presidente americano Bush ripetendo che il peggio della guerra deve ancora venire. Pensa soltanto che l’Alleanza del Nord, da lui armata e finanziata, l’aviazione e le forze speciali americane e inglesi a terra e in Afghanistan dovranno affrontare, dopo essersi rapidamente impadronite del territorio, una sanguinosa guerriglia fra montagne e grotte, come accadde all’Urss dal 1979 al 1989? O prevede che impadronirsi di bin Laden, ora assediato anche via mare perché non possa riparare fuori dalla regione, non basterebbe a metter fine al terrorismo islamico, perché al Qaeda non è una banda personale e la cattura del suo leader – preferibilmente morto, dice con la consueta spigliatezza Rumsfeld – ne farebbe un martire? Oppure intende contrapporre alla natura trasversale della Jihad un intervento allargato fuori dei confini afghani?
In questi giorni diverse voci, anche dall’interno dell’amministrazione americana, accennano a una possibile offensiva contro l’Iraq, che abbatterebbe stavolta Saddam Hussein e forse rassicurerebbe Israele, poiché gli Stati uniti, direttamente o per interposta Onu, certo non lascerebbero per un pezzo il controllo del paese. Tanto più che, non essendo il “laico” Saddam Hussein una delle figure più amate da al Qaeda, susciterebbe minori problemi di altri con il fondamentalismo islamico. Ma certo ne susciterebbe, e quindi sarebbe di disturbo per i governi arabi che chiamiamo “moderati”, perlopiù corrotti e legati a filo doppio da interessi economici e finanziari agli Stati uniti. Ma non solo quelli. E come prenderebbe questa estensione delle operazioni nella regione del Golfo, la coalizione mondiale che Bush è riuscito a mettere assieme contro il terrorismo?
Certo è che un eventuale attacco all’Iraq incontrerebbe forse delle difficoltà politiche, ma non implicherebbe nessuna conseguenza di diritto negli Stati uniti e forse neanche in sede Onu. Gli Stati uniti hanno messo in atto il 14 settembre un dispositivo che, come in caso di guerra dichiarata o imminente fra due stati, consente al loro presidente di disporre delle forze armate fuori del loro territorio contro qualsiasi “paese, gruppo o anche persone” che si presume possano attuare un attentato nel territorio degli States, e anche contro paesi gruppi o persone che offrano loro rifugio o protezione. Non è un dispositivo inventato per l’occasione, risale al 1973 (quando si vollero ridefinire i poteri di Nixon), e tocca agli esperti di diritto internazionale dire come convivesse con la Carta delle Nazioni unite in tema di divieto del ricorso alla guerra. In ogni caso nelle sedute del 12 e 28 settembre le Nazioni unite non hanno sollevato problemi sull’argomentazione americana, accettando per buona la formula generica dell’autodifesa. E infatti gli Stati uniti non presentano l’intervento in Afghanistan come una “azione di polizia internazionale”, per cui si sarebbero dovuti limitare ad azioni di intelligence dei servizi (e alla licenza di uccidere di nuovo rilasciata loro); questo termine, inventato credo da Andreotti durante la guerra del Golfo, è una definizione europea. In realtà siamo di fronte a un intervento di tutto il loro sistema militare, e di quello che gli altri paesi della coalizione hanno deciso di aggiungervi, in una guerra dai confini vaghi e illimitati.
Non sembra che i presidenti degli stati aderenti alla coalizione ne siano allarmati. Anzi, si è aperta una discussione nella quale, prendendo atto della “asimmetria” di conflitti che non oppongono più due o più stati, ne traggono – per dirla con Habermas – la constatazione che il mondo vive una sorta di guerra civile interna, ma non ne derivano la conclusione che le guerre sono più illecite che mai e tutto quel che serve è appunto un’intelligence e una magistratura sovranazionale, ma che il diritto internazionale concepito dopo il 1945 è sostanzialmente superato o – vedi il supplemento di Le Monde del 17/18 scorso – “de-formalizzato”. Non ci sarebbero più regole applicabili.
E’ una parafrasi, straordinariamente amplificata, della discussione che di solito segue gli attentati armati all’interno di un paese: siamo tenuti ad applicare le regole del gioco contro chi per definizione si mette fuori di esso? Può appellarsi allo stato di diritto chi non si è attenuto allo stato di diritto? Nei conflitti interni, gli stati si sono generalmente dati delle leggi di emergenza, che sappiamo quanto siano difficili da estinguere. Ma chi ha deciso di darsele in sede internazionale? E quali?
Affermare che non ci possono essere regole è una maniera di legittimare uno stato di guerra di tutti contro tutti, o della guerra del più forte contro chi lo è meno. Ma di questo sarebbe opportuno quantomeno informare popoli e cittadini, in modo che siano coscienti dell’impresa nella quale sono stati coinvolti, prima di una sua catastrofica deriva.