Finanziaria, chi ci guadagna e chi ci rimette (Montezemolo)

Non è tutta qui ma il “grosso” della manovra è proprio sotto quest’articolo: nelle tabelle che ridisegnano il prelievo fiscale. La finanziaria non si esaurisce in questo, certo, ma da qui viene tanta parte del progetto di politica economica. Con il grafico ognuno potrà farsi i suoi calcoli. Con un’avvertenza, però. Che i capitoli delle fasce di reddito non sempre raccontano tutto. I dati Istat, le medie contrattuali, eccetera, rivelano, insomma, solo cifre anonime. Ci sono poi le persone in carne ed ossa, ci sono i lavoratori. Ci sono Mario Fontana, Alessandra Severi, Luigi qualcosa e via così.

Tasse e salari
Con Maurizio Zipponi, ex segretario della Fiom di Brescia – che sta alla potente organizzazione dei metalmeccanici un po’ come Seattle sta al movimento no global; in qualche modo ne è il simbolo -, ora deputato di Rifondazione e membro della segreteria, e che ha seguito passo passo le vicende della Finanziaria, si parte da qui per capire cosa abbia davvero deciso il governo nell’ultima riunione del consiglio dei ministri. Si parte non dai dati delle medie ma dalle persone. Si parte dalle loro vere buste-paga. E la Fiom di Brescia, la ”sua“ Fiom di Brescia, gli viene in aiuto anche in questa occasione. Perché l’organizzazione sindacale da quasi dieci anni tiene sotto controllo salari e stipendi dei lavoratori della zona. Appunto i Mario Fontana, l’Alessandra Severi, i Luigi qualche cosa. I loro dati – «davvero fra i più attendibili», aggiunge Zipponi – raccontano che all’Iveco, cioè alla Fiat, il grosso dell’imponibile Irpef oscilla attorno ai 17 mila euro. Comprensivi di accordi aziendali, di integrazioni. Di tutto. Diciassettemila euro all’anno. Cifra assai bassa, «perché nel gruppo, gli stipendi sono decisamenti ridotti». Dunque, per loro, per gli operai dell’Iveco del bresciano, il risparmio annuale sulle tasse è di 96 euro. Poco più in là, c’è la Metra. Che è tutto un altro tipo di azienda. Fa alluminio, ultratecnologica, leader del settore. Qui, siamo sui 25 mila euro annui. Il risparmio è più contenuto: quaranta euro. Questo gli operai. Ma le altre figure professionali? Ecco, allora, i dati dell’Italpresse. La busta-paga dell’impiegato – comprensiva di tutto ma al netto del 9 % di contributi previdenziali, che non sono calcolati nella base imponibile Irpef – è di 20.500 euro. Lui, l’impiegato dell’Italpresse, risparmierà 68 euro.

Una prima battuta di valutazione. «In questi giorni di sciopero dei giornali, dove nelle edicole si trovavano solo le testate di destra, ho letto davvero di tutto: dai comunisti che avrebbero preso il potere al tartassamento dei ceti medi». La prima affermazione, ovviamente, non vale una replica, non può essere presa sul serio. La seconda, vista anche la virulenza della campagna, forse merita una battuta. Questa: «Vorrei che la discussione uscisse dalle astrazioni. Insomma: quella dei “ceti medi” non è una categoria dello spirito, non disegna un valore morale. Noi intendiamo per ceto medio quelle figure, quelle famiglie che hanno un livello di reddito che consente loro di far fronte al problema abitativo e consente di progettare un percorso scolastico per i propri figli». Se questa è la definizione, e se si considera che ormai i livelli retributivi dell’industria possono essere tranquillamente equiparati a quella della pubblica amministrazione, «si può tranquillamente dire che il 90 per cento di quella categoria, il cosiddetto ceto medio, ha solo da guadagnarci da questa finanziaria». Tanto più, se si considera che aumentano le detrazioni per i figli. Per quasi tutti. Ci rimettono i redditi alti, altissimi.

E allora? «E allora, io penso che siamo davanti ad una prima, leggera, piccola quanto si vuole, ma ad una prima operazione di spostamento del reddito. Insomma, non possiamo scordarci che dal ’92 al 2004, il 10 % redditi, in questo paese si sono spostati dalle buste-paga alle rendite. Ora si comincia il percorso inverso. So perfettamente che le quantità sono insoddisfacenti ma da vecchio sindacalista so che la cosa più importante è la strada che si prende: il resto occorre costruirlo».

La storia della Finanziaria
Come si è arrivati a tutto questo? «Tutto comincia col varo del programma dell’Unione. Ricordi quanti ironizzavano sul documento di 280 pagine? Bene, io dico: meno male che si è scelta la strada di un progetto così dettagliato. Dove appunto c’era scritto che l’obiettivo era provare a risarcire le categorie che più avevano pagato in questi anni. Poi, dopo la vittoria elettorale, stentata ma vittoria, ottenuta su quel programma, c’è stato il decreto Bersani. Che ha dato il segno, di quali categorie debbano essere chiamate ad un’opera di risanamento». E dopo tanti decenni, segnati dalle manifestazione sotto Palazzo Chigi dei metalmeccanici, edili, chimici – categorie depauperate – in quei giorni si sono visti in piazza i tassisti, i farmacisti, gli avvocati. «Un segnale anche questo». Poi all’inizio dell’estate, il Dpef. Con la scelta dei capitoli di spesa – sanità, enti locali, pubblico impiego – dove Padoa Schioppa voleva risparmiare. Documento approvato senza il voto del ministro Ferrero. Ma col plauso della Confindustria. A settembre, la situazione sembrava proprio precipitare: si è cominciato a parlare di interventi sulle pensioni, fino ai tagli – progettati, progettati al punto da essere sottoposti alla discussione col sindacato – sulla scuola. Infine, il varo della Finanziaria vera e propria. Con l’opposizione dichiarata della Confindustria.

Pensioni
«Io credo – continua Zipponi – che sia stata importantissima la battaglia di Rifondazione per tener fuori le pensioni della manovra». Battaglia vincente. Vincente perché è stata sconfitta «l’idea, idea presente in tanta parte del centrosinistra, di far cassa con il sistema pensionistico». Zipponi dice queste cose, mostrando un elenco sterminato di e-mail. Tutte firmate dalle Rsu, i vecchi consigli di fabbrica. Messaggi tutti simili: abbiamo battuto il governo Berlusconi-Bossi anche e soprattutto sulle pensioni, i lavoratori non tollererebbero che si tornasse indietro, anche solo di un millimetro dalla promessa di cancellare lo scalone. Promessa che Rifondazione è comunque intenzionata a rispettare quando se ne parlerà. L’attacco alle pensioni è stato accantonato per ora ma non sconfitto. «La questione è stata rimessa sui binari giusti. Ora le pensioni devono diventare tema di trattativa col sindacato. Naturalmente questa posizione sarebbe molto più forte se fosse in grado di elaborare una proposta unitaria». Rifondazione, dal canto suo, quando comincerà la discussione presenterà il suo progetto. «Ma certo una cosa si può già dire: sarà più facile sconfiggere chi, anche dentro il governo, pensa di risparmiare sulla pelle dei pensionati, se a quell’appuntamento non ci si arriverà solo con una bella serie di seminari. Ma con un forte movimento sociale e con impegno: che i lavoratori saranno sempre e comunque coinvolti. Con un’ampia discussione e con un voto sugli accordi».

Quel che non va nella Finanziaria
Una premessa: «Dove sta scritto che la Finanziaria comincia e finisce nel consiglio dei ministri? C’è anche un Parlamento che deve votarla». Due frasi che stanno ad indicare che Rifondazione non considera chiusa la partita. Soprattutto per correggere quelle parti, e sono più di una, considerate «irricevibili». Una su tutte: il ticket da pagare al pronto soccorso. Ticket salatissimo: 36 euro. Da cui si è esonerati nel caso di ricovero ma andrebbe pagato se i sanitari si limitano alla visita d’urgenza. «Ed è profondamente sbagliato. Sbagliato quasi simbolicamente, perché colpisce davvero solo gli ultimi». Sono loro, i migranti, quelli senza permesso, senza assistenza che si rivolgono soprattutto ai pronto soccorso dei nosocomi. E spesso rifiutano il ricovero per timore di conseguenze. Un ticket di queste genere andrebbe solo a penalizzare loro. A penalizzare i già penalizzati. E ancora. Gli enti locali: «Non è facile mandare giù l’idea che le amministrazioni debbano far crescere il prezzo al pubblico dei servizi per mantenere gli stessi standard. Sarebbe gravissimo».

Precariato
Infine, ma non certo per ordine di importanza, il famoso cuneo fiscale. Che la sinistra dell’Unione voleva diviso equamente. Metà al lavoro, metà alle imprese. Invece finirà al 60 % alle industrie. Certo, non a tutte. «Almeno siamo riusciti a far passare l’idea che gli sgravi siano destinati a quelle imprese che investono nel lavoro a tempo indeterminato». Insomma, anche dentro un provvedimento che non soddisfa c’è un segnale, un piccolo segnale di «inversione di tendenza». Anche su un tema delicato come quello del precariato. Della lotta al precariato. E non è l’unico segnale. «Perché ce ne sono altri. Certo il problema è mettere mano a tutta la legislatura in materia, non solo alla legge 30 ma anche alla Treu, perché – è inutile girarci attorno – tutta comincia da lì. Detto questo, però, ci sono fatti importanti e non possiamo sottovalutarli». Come l’assunzione di 150 mila precari nella scuola. «E ricordiamoci che la discussione nel settore è cominciata con la richiesta di bloccare per anni le assunzioni».

L’opposizione della Confindustria
Prima si parlava di cuneo fiscale. Di soldi che arriveranno alle imprese. Eppure Montezemolo s’è detto assai deluso da questa finanziaria. Zipponi immagine la ragioni: il documento, le leggi che l’accompagneranno prevedono misure che non possono piacere alle grandi imprese. C’è un aumento della quota che spetta pagare alle imprese nei contributi, ci sono norme che, sempre e solo a carico delle aziende, elevano i versamenti per gli apprendisti (che è la forma più diffusa di precariato), ci sono le nuove leggi pensate per provare a fermare le stragi bianche. Il lungo elenco di omicidi sul lavoro. «Posso immaginare che la Confindustria scelga di schierarsi all’opposizione. Ma anche qui, chiederei a Montezemolo un minimo di dignità politica: se si è contrari alla finanziaria va bene.

Ma almeno si rifiuti il cuneo fiscale, si dica che non sono bene accetti quei trasferimenti». Ancora: «Nel documento è previsto il finanziamento della disoccupazione speciale per seimila lavoratori». Significa che i grandi gruppi, Fiat, telecomunicazioni, potranno procedere alla ristrutturazione che hanno in mente. Mettendo in cassa integrazione un gruppo di operai, che passeranno poi alla disoccupazione speciale e al prepensionamento. «Cosa che il sindacato e la sinistra non chiedono. Lo vogliono loro. E allora debbono mettersi d’accordo con loro stessi: non possono tutti i momenti chiedere che sia elevata l’età pensionabile e poi accettare i prepensionamenti, perché tolgono loro le castagne dal fuoco».

E’ questa comunque l’unica opposizione che Zipponi teme davvero. «Quella della destra, francamente, mi sembra poco cosa. Le manifestazioni fatte di domenica, con Forza Italia che paga i trasferimenti in pullman, lasciano il tempo che trovano. Sono gite non manifestazioni». Il problema per lui è proprio la Confindustria: «Perché credo che le pressioni arriveranno. E saranno rivolte a settori dell’attuale maggioranza».

In conclusione
«Nessuna rivoluzione. C’è un primo passo per attuare il programma dell’Unione che è e resta l’unica garanzia per far durerare questo governo. Noi in Parlamento ci impegneremo per difendere le parti buone di questa finanziaria e per correggerne gli errori. Che ci sono e guai a tacerli. Dovremo contrastare le destre, impedire che la Confindustria passi fra le fila della maggioranza. Ma non possiamo farlo da soli». Che vuol dire? Invece della solita risposta sul valore del conflitto, Zipponi risponde con un esempio. «Oggi sono in piazza i lavoratori Telecom. Noi dobbiamo essere con loro. Perché è anche in questa battaglia che si decide tanta parte delle scelte per il nostro paese. Che riguardano la finanziara e il dopo. Riguardano il ruolo che deve avere il “pubblico” in settori chiave. Con un movimento forte, tutto sarà più semplice».