Fiducia al governo Prodi: l’intervento di TITTI DE SIMONE

Signor Presidente del Consiglio, noi abbiamo molto apprezzato il suo discorso programmatico, anche per quanto riguarda la centralità dell’istruzione per il paese che il programma di Governo e lei, signor Presidente, con forza ha voluto qui sottolineare. Scuola, università e ricerca pubblica sono, infatti, per noi la chiave di un futuro diverso per il paese, sono mondi certamente complessi, che necessitano – uso sue parole – di un progetto condiviso e di lungo periodo: ed è infatti questo un concetto cardine del programma di Governo che abbiamo costruito e che è stato il frutto di un lavoro impegnativo di confronto.
Dopo gli anni della Moratti, il paese necessita di un processo di ricostruzione e di rilancio della scuola pubblica, di qualità e dell’inclusione. Ciò occorre, innanzitutto, per rompere gli elementi di classe e di divisione sociale che sono stati prodotti in questi anni e per proporre un’idea di istruzione opposta, a partire dal coinvolgimento reale della scuola, dei suoi protagonisti, dagli insegnanti agli studenti.
Il nostro programma di Governo corrisponde a questi fondamentali principi e ciò è quindi per noi un punto fermo, anzi, fermissimo.
Il mondo della scuola è una parte viva, attiva e mobilitata della società. Vi è dunque un’aspettativa preziosa, che, se rimotivata, costituisce anche una grande risorsa e che corrisponde al consenso ottenuto molto largamente dall’impianto del nostro programma sull’istruzione.
Signor Presidente, esistono problemi che occorrerà affrontare presto, al fine di bloccare i danni prodotti dalla Moratti e per cominciare ad incanalare gli obiettivi fissati dal nostro programma. Mi riferisco alla sospensione del decreto di riforma della scuola secondaria, per dare corso invece all’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni in un biennio di istruzione. Al contempo, molte cose dovremo restituire alla scuola pubblica: tempo, tempo pieno, risorse e organici, valorizzando il ruolo degli insegnanti – che sono stati mortificati dalle politiche della riforma Moratti – e ascoltando i bisogni degli studenti. Occorrerà porre fine ad un vergognoso precariato, garantendo l’unitarietà del sistema per tutti.
Ciò vale allo stesso modo per l’università pubblica e per la ricerca, soffocate da una politica miope di tagli, di privatizzazione, di dequalificazione e di precarizzazione, di cui pagano il prezzo le nuove generazioni. Talenti, intelligenze, saperi sono un patrimonio che chiede un vero rilancio negli investimenti per il diritto allo studio e nell’organizzazione didattica. Siamo tra gli ultimi in Europa ad investire nella ricerca; dobbiamo cambiare questa situazione aprendo innanzitutto le porte dell’università pubblica ai nostri giovani ricercatori, sapendo che la ricerca ha bisogno in primo luogo di stabilità. Niente, certo, potrà essere calato dall’alto; la partecipazione è anche in questo caso una premessa di metodo sostanziale.
Signor Presidente, abbiamo imparato dalla lezione di Don Milani che la scuola della Repubblica è il primo spazio di una vera e compiuta cittadinanza. Ed è sulla cittadinanza che si concentrano oggi sfide importanti, conflitti e bisogni.
La politica, quando non è mero esercizio di conservazione del potere, non può sfuggire alle domande poste alla nostra società da parte di soggetti che ne rappresentano una necessità di ridefinizione e di estensione di diritti. Questi temi non possono essere ridotti ad uno scontro ideologico, ad una mera questione di libertà di coscienza. Trovo che la doppia morale sia un vizio della politica istituzionale, e che vi sia dell’immorale nell’uso che la destra fa della famiglia, agitandola come una clava. Occorrerebbe più rispetto per donne ed uomini in carne ed ossa, per le loro scelte, per i loro problemi.
Nella nostra società, accanto alla famiglia tradizionale, vi è una pluralità di scelte. Non possiamo far finta di niente; si tratta di un fatto di civiltà riconoscerlo giuridicamente, garantendo con le unioni civili nella sfera pubblica diritti che arricchiscono e aggiungono cittadinanza a chi non ne ha, come oggi le coppie di fatto eterosessuali ed omosessuali. Cosa toglie ciò alla famiglia tradizionale? Proprio nulla, semmai avrà liberato tutti da una discriminazione sociale e da un odioso pregiudizio.
È un discorso complesso quello sulla laicità, che va preservato da qualsiasi scontro ideologico. Ritengo che nella società le diverse culture possano incontrarsi sull’etica della responsabilità individuale e dei diritti fondamentali della persona, che occorre porre al centro della politica.
Dunque, si approvi presto una legge sulle unioni civili, in ordine alla quale ci siamo impegnati nel programma. Da parte nostra, signor Presidente, forniremo tutto il contributo possibile per giungere presto ad una proposta governativa. Sono sicura che, insieme alle donne di questa maggioranza, potremo costruire un contributo forte sul tema della cittadinanza; condivido inoltre profondamente i discorsi aperti in questi giorni, anche sulla necessità di rivedere una legge contro la libertà femminile come quella sulla fecondazione assistita.
Nella società le donne sono già un soggetto della trasformazione, ma la politica non le ama. Noi qui abbiamo probabilmente anche una responsabilità in più nel rapporto con la società femminile, a cui in questi cinque anni dovremo dare un segnale forte, risposte concrete, a partire dal tema della rappresentanza di genere. Alla partenza potevamo fare decisamente meglio; dovremo recuperare molto bene ed è anche per tutto ciò che questo Governo ha la mia fiducia più autentica.