Fidel, Evo e Chavez, gli «alternativi»

Commercio equo e solidale su grande scala si potrebbe chiamare, patti economici che non siano leonini e tengano conto della dignità dei paesi e delle persone. Ma non solo, perché nel mini vertice a tre di ieri all’Avana fra Fidel Castro, Hugo Chavez e Evo Morales c’è un aspetto politico chiarissimo. Che piace molto visto da una parte e inquieta molto dall’altra.
Ieri nella capitale cubana il boliviano Evo ha fatto un nuovo passo verso una sorta di integrazione alternativa a quella classica (e neo-liberista) degli Stati uniti e di una buona parte degli altri paesi dell’America latina, pur impegnati in una moderata svolta a sinistra.
Arrivando all’Avana venerdì sera Evo ha trovato ad attenderlo Fidel e Chavez, quelli che lui chiama «i comandanti della liberazione latino-americana» e ha parlato dell’incontro «di tre generazioni e di tre rivoluzioni». Ieri Morales ha firmato l’adesione della Bolivia all’Alba, la Alternativa bolivariana para las Americas e l’alternativa «solidaristica» – lanciata da Chavez e fatta propria da Castro – all’Alca, l’Accordo di libero commercio delle Americhe voluto da Washington che reca il marchio indelebile di una logica neo-liberista e neo-colonialista. Poi Castro, Chavez e Morales hanno firmato il Tratado de comercio de los pueblos (Tcp), l’alternativa evista ai trattati di libero commercio made in Usa che Washington, vista sbarrata la strada dell’Alca dal no secco di di Brasile e Argentina, sta imponendo ai singoli paesi. Il Cile dell’allora presidente socialista Lagos un paio d’anni fa, la Colombia di Uribe e il Perù di Toledo quest’anno (oltre ai fragili paesi del Centramerica a cui è stato imposto in blocco, sempre quest’anno, il Cafta). Proprio la firma del Tlc con gli Usa da parte di Uribe e Toledo è stata la ragione che ha spinto Chavez, qualche giorno fa, ad annunciare il ritiro del Venezuela dal Can, la Comunidad andina de naciones, che riunisce anche la Bolivia e l’Ecuador.
Con l’idea di un accordo commerciale «dei popoli» Evo spera di disinnescare la mina del Tcl che gli americani avevano proposto-imposto alla Bolivia di prima, quando al Palacio Quemado di La Paz non sedeva il presidente indio e cocalero, ma che rischia di esplodere fra le mani anche a lui dal momento che non è solo l’oligrachia bianca boliviana a volerlo bensì anche settori della coalizione popolare che in dicembre ha votato per il Movimiento al socialismo.
Con il Tcp, che s’inquadra perfettamente nello spirito dell’Alba, Evo non tornerà a La Paz solo con dei fogli firmati e delle buone intenzioni. Chavez (insieme a Castro) si è infatti impegnato ad acquistare «a prezzi equi» tutta la produzione di soya boliviana che per effetto dell’adesione della Colombia al Tlc avrebbe ineluttabilmente perso il mercato colombiano invaso dalla soya gringa, molto più a buon mercato (anche se transgenica). Idem per le foglie (legali) della coca e per la frutta. Chavez si è anche impegnato a finanziare la micro e piccola impresa boliviana, mentre Cuba, come fa con il Venezuela in cambio dei 90 mila barili di petrolio al giorno, impiegherà il suo riconosciuto «capitale» in campi quali la medicina e l’istruzione.
L’opposizione boliviana (e venezuelana) ha liquidato gli accordi «alternativi» dell’Avana come «un patto socialista». Esagerati e rabbiosi come sempre. Ma per sapere se funzioneranno bisognerà aspettare. Certo è che con nel motore il petrolio di Chavez è una partenza incoraggiante.