Fiat Avio, strada aperta agli Usa

Finmeccanica annuncia: imminente la firma tra il Lingotto e l’americana Carlyle, la «società dei presidenti»
Addio alle armi. L’industria aerospaziale italiana non si gemella più con i francesi delle Snecma, ma direttamente con il vertice politico-industriale dell’amministrazione Bush.

Manca solo l’annuncio ufficiale, ma «potrebbe essere questione anche di ore», poi la Fiat Avio cambierà proprietario. A fare l’annuncio è stato ieri il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Francesco Guarguaglini, durante l’incontro con gli analisti finanziari, cui doveva presentare i risultati del gruppo e i piani di sviluppo per il prossimo triennio. Finmeccanica è ancora una società di proprietà dello stato (32.447% in mano al ministero del Tesoro, il resto è azionariato diffuso), ma ciò non significa affatto una specie di «nazionalizzazione» della sezione aeronautica della Fiat. Anzi. Finmeccanica parteciperà all’operazione come partner del Carlyle Group, fondo di investimento americano. La conferma delle voci circolanti da qualche settimana disegna così il drastico mutamento di orientamento politico-strategico che viene da qualche tempo imposto all’industria degli armamenti (e aeronautica, e spaziale) italiana. Fin qui, infatti, i partner privilegiati per l’acquisto di Fiat Avio erano stati i francesi di Snecma.

E’ stato lo stesso Guarguaglini a chiarire le caratteristiche della trattativa in corso: la sua Finmeccanica sta definendo con gli americani i termini (e le rispettive quote di partecipazione) dell’acquisto di Fiat Avio, ma è il Carlyle che sta trattando direttamente con la Fiat che controlla il 100% del gioiellino aerospaziale. Ciò non toglie il divertimento dell’ad di Finmeccanica, Roberto Testore, licenziato da ad di Fiat Auto e ora interlocutore di un Lingotto costretto a vendere quel che mai avrebbe voluto vendere. Chiarito chi è a menare la danza, Guarguaglini ha provveduto a smentire la seconda voce che correva insistentemente sulla stampa specializzata, ossia il «disimpegno» di Finmeccanica dalla partecipazione in Stmicroelectronics (microchip, ancora in società con i francesi), per reperire la liquidità necessaria a comprare Fiat Avio. Ma solo parzialmente: «A queste condizioni e prezzi di mercato il disinvestimento in St non consente di valorizzare la partecipazione», ma «Finmeccanica può vendere fino al 7,3% e può emettere obbligazioni, derivati e premi su questo tipo di azioni». Se le borse saranno meno asfittiche di ora, «questo è possibile in qualsiasi momento».

Insomma: tramonta l’alleanza con i francesi e si impone quella con gli americani. C’entreranno qualcosa gli schieramenti internazionali pro e contro la guerra e il fatto che Finmeccanica è azienda che deve tener conto degli orientamenti del governo? Il problema si pone, considerando cosa «contiene» Fiat Avio. Fondata addirittura nel 1908, la società produce (spesso su brevetti di sua proprietà) motori aerei e marini, parti di veicoli spaziali e generatori di energia; sistemi di guida e controllo del volo, gestione dell’hardware a bordo, propulsori elettrici e chimici. Suoi erano i booster per il propellente degli Ariane 3 e 4, nonché le turbine e le turbopompe dei motori criogenici del secondo stadio dell’Ariane 5.

La scelta di preferire il Carlyle Group ai francesi di Snecma era stata anticipata dal Sole 24ore con una motivazione strettamente finanziaria: i francesi puntavano a una partecipazione paritaria (50% a testa), con relativi costi; gli americani «consentirebbero» invece di limitare la partecipazione italiana al solo 30%, evitando così nuove spese, forse insostenibili dopo le acquisizioni di Marconi Mobile, Telespazio e Aermacchi. Una partecipazione minoritaria, che lascia agli americani il potere di vita o di morte sul futuro dell’azienda. A «tranquillizzare» Guarguaglini (e il governo) sarebbe però proprio la natura «non industriale» del partner Usa, che dovrebbe probabilmente occuparsi di «aprire la strada» verso le ricchissime commesse del Pentagono (la Nasa, di fatto, è ferma) e lasciare in mano italiana tutta la gestione della produzione.

C’è davvero da stare tranquilli. Il Carlyle Group è davvero soltanto un «fondo di investimento», ma è più noto al mondo come «il club degli ex presidenti». Investe (e acquisisce) soprattutto nel campo dei media e delle telecomunicazioni, nell’energia, nella sanità, nell’informatica. Ma non sono affatto secondarie le sue partecipazioni nell’industria aerospaziale e in quella militare. Un gruppo che sta conquistando posizioni dominanti in società strategiche di mezzo mondo, grazie all’enorme influenza dei propri dirigenti sui governanti locali. Ne riportiamo solo alcuni, certi che il lettore comprenderà quanto possano «pesare» alcuni nomi in una trattativa: George Herbert Bush (ex presidente Usa, padre dell’attuale), James Baker (ex segretario di stato con Reagan, ministro del tesoro con Bush senior), Frank Carlucci (ex ministro della difesa, ex direttore della Cia, e – si mormora – compagno di stanza al college con Donald Rumsfeld), John Major (ex primo ministro conservatore inglese). Non mancano gli arabi di buon nome, come Al Walid bin Talal (socio rilevante di Mediaset, tra l’altro) e, fino all’ottobre del 2001, Yeslam bin Laden. Tranquilli, quel tanto di armamenti hi tech che l’Italia era stata in grado di produrre finisce tutto in buone mani. Non certo francesi.