Fermi gli edili: «lavoro sicuro»

«Vai a lavorare la mattina e non sai se ritorni la sera». Un settore completamente destrutturato, in cui per mettere su un’impresa è sufficiente «parcheggiare la macchina sotto la Camera di commercio», un lavoro frantumato nelle catene di appalti e subappalti, percentuali di lavoro nero che toccano punte del 40%, sia nel privato che nel pubblico, e caporalato spinto. Raccontati dalle voci di chi ci lavora, sono questi i cantieri dell’edilizia nostrani, «terre di nessuno» sulle cui macerie sorgono le «grandi opere infrastrutturali». Oggi quei cantieri si fermano, bloccati da migliaia di lavoratori in sciopero per l’intera giornata, per il rinnovo del secondo biennio economico e per dire no a una ulteriore destrutturazione del sistema voluta dalle imprese. Qualcuno dovrà rispondere alla domanda di N., asfaltista in nero per un cantiere dell’interland milanese. Cinquantatrè anni di età, ventotto di lavoro sulle spalle e solo quindici di contributi versati. «La pensione? Un miraggio». Difficile dargli torto. «E poi, come ci arriva un operaio edile a sessant’anni, al lavoro sul cemento con il torrido caldo estivo e d’inverno sotto l’acqua». Sottopagati (lo stipendio medio, raccontano i lavoratori, si aggira sui 1200 euro al mese, straordinari inclusi), costretti a lavorare privi delle condizioni di sicurezza minime, «e poi, se ti rifiuti di scendere in una scavo di cinque metri fondo, via, a casa, ecco dove vai». E i servizi ispettivi? «Nessuno, qua non si vede mai nessuno».

Secondo i dati della Fillea Cgil, nel 2005 sono state 191 le vittime nei cantieri edili italiani (con Lazio e Lombardia in testa alla tragica classifica). Numeri che, precisa il sindacato, non tengono conto degli infortuni che passano sotto silenzio perché i lavoratori colpiti sono spesso irregolari, dunque ricattabilissimi. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle morti bianche ha riconfermato l’edilizia come uno dei settori più colpiti, con 350 morti all’anno. I sindacati confederali (Filca Cisl, Fillea Cgil e Feneal Uil), che hanno proclamato otto ore di sciopero per oggi, denunciano la completa destrutturazione del settore (che occupa oltre un milione di lavoratori). Si arriva ad avere subappalti di settimo e ottavo livello, sui cantieri si moltiplicano le micro imprese, con due o tre dipendenti, che sfuggono ad ogni controllo: sulla terza corsia del Gra di Roma, dove su otto lotti operano 150 piccolissime imprese in subappalto, o sul primo maxi lotto della Salerno Reggio Calabria, dove fino ad oggi hanno operato, a vario titolo, più di 800 imprese. Per costituire un’impresa, d’altra parte – spiega Mauro Macchiesi, segretario nazionale della Fillea – è sufficiente una partita Iva e una richiesta alla Camera di Commercio. La legge Obbiettivo sulle opere pubbliche poi, che di fatto elimina il tetto del 30%, previsto dalla Merloni come quota massima per il subappalto, e lo smantellamento dei servizi ispettivi da parte di questo governo, hanno aggravato il tutto.

Lo sciopero di oggi dunque, che prevede tre manifestazioni territoriali (a Roma, Bergamo e Venezia) è stato proclamato dai sindacati di categoria dopo la rottura delle trattative con l’Ance (l’associazione degli imprenditori) sul rinnovo del secondo biennio economico e sull’integrativo (scaduti a fine dicembre). «Nonostante la crescita del settore – dichiara Domenico Pesenti, segretario generale della Filca Cisl – l’Ance nega 81 euro di aumento per il recupero delll’inflazione e 79 euro per la contrattazione di secondo livello (il cui tetto, nell’edilizia, viene stabilito dal contratto nazionale ndr)». Ma c’è di più – aggiunge Franco Martini, segretario generale della Fillea Cgil – perché l’associazione dei costruttori vuole mettere mano anche alla parte normativa. Superando in particolare l’articolo che stabilisce la cosiddetta responsabilità in solido dell’impresa-madre rispetto alle imprese subappaltanti, e che costituisce un criterio minimo di certezza per il pagamento degli stipendi e il versamento dei contributi dei lavoratori nel mare magnum dei subappalti. E quello che norma l’istituto della trasferta dei lavoratori. «Una sorta di Bolkestein all’italiana – commenta Martini – per cui il lavoratore mandato in trasferta nel cantiere di un’altra città dovrebbe restare iscritto alla Cassa Edile della città di provenienza». Ipotesi pericolosa, che di fatto scardinerebbe tutto il sistema della contrattazione di secondo livello.