Fermare il Muro di Sharon

Il 21 ottobre scorso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione in cui si chiede al governo israeliano di bloccare la costruzione del «muro dell’apartheid», 650 chilometri di recinzione la cui edificazione è in atto da mesi ed è destinata a concludersi, nelle intenzioni di Ariel Sharon, entro un anno. Il pronunciamento ha ricevuto il consenso di 144 paesi col voto contrario di Usa, Israele, Micronesia e Isole Marshall. Le risoluzioni Onu – come peraltro la storia recente ben dimostra – non hanno un potere coercitivo e tuttavia, nonostante la sostanziale impotenza degli organismi internazionali, ancora una volta è sancito il totale isolamento politico e morale di Stati Uniti e Israele ed è espresso il netto rigetto da parte della comunità internazionale di un atto gravissimo che si contrappone pesantemente a qualsiasi ipotesi per una pace giusta in Medio Oriente. Va ricordato che già il 14 ottobre gli Stati Uniti avevano posto il veto in seno al Consiglio di sicurezza su un’analoga risoluzione che dichiarava l’iniziativa di Sharon «in contraddizione con le principali norme del diritto internazionale». Davanti a tutto ciò il governo israeliano non solo dichiara con arroganza che «la costruzione del muro proseguirà», ma rilancia la sua politica oltranzista annunciando la presentazione di un progetto per l’edificazione di una nuova barriera che di fatto comporterebbe l’annessione di tutta la parte est della Cisgiordania. E’ ridicolo sostenere che tutto questo è fatto «per la sicurezza di Israele»: la verità è che siamo davanti all’ennesima conferma del fatto che Sharon non ha mai seriamente preso in considerazione alcuna prospettiva di pace per il popolo palestinese e per il suo stesso popolo. La stessa road map ha ricevuto le medesime attenzioni che si riservano ai pezzi di carta da cestinare ed oggi quella proposta risulta essere abbandonata anche dagli Usa: nei giorni scorsi, una bozza di risoluzione fatta circolare all’Onu dalla delegazione russa, in cui si sollecita l’applicazione del suddetto piano, è stata infatti bocciata proprio dal rappresentante statunitense James Cunnigham. Ad oggi resta inascoltata la voce di chi chiede la fine dell’occupazione dei territori palestinesi, delle provocazioni e delle rappresaglie di Sharon, che non fanno che alimentare altro sangue e altre morti, in un contesto mediorientale divenuto terreno privilegiato dell’aggressività imperialista di Bush. Per fermare questa spirale e impedire che si continui a battere una strada senza ritorno, occorre riattivare la mobilitazione internazionale. L’appello delle Ong palestinesi per due giornate di lotta, l’8 e il 9 di novembre, in opposizione al muro è quanto mai tempestivo e ad esso occorre rispondere col massimo impegno: dire oggi stop the wall equivale a ribadire emblematicamente il diritto del popolo palestinese ad un suo stato sovrano e, insieme, la fine di tutte le occupazioni nell’area mediorientale. Nel quadro di tale iniziativa, aderisco dunque alla manifestazione nazionale che si terrà a Roma l’8 novembre prossimo.