Feriti e uccisi dal lavoro

Il 27 luglio del 1986 Simona non aveva neppure due anni, ma il ricordo di quel giorno è rimasto indelebile nella sua memoria: suo padre, Bruno Bonetti, operaio edile di 42 anni, è morto travolto dall’esplosione di una macchina che sbatte il fango. Oggi Simona ha 22 anni e sta per laurearsi in Prevenzione sui luoghi di lavoro, presso la facoltà di medicina di Brescia. «Non ho mai conosciuto mio padre – ci racconta al telefono, interrompendo per qualche minuto la preparazione della tesi – Ma crescendo ho come sentito una vocazione, ho pensato che avrei dovuto lavorare per evitare nuove tragedie». Francesco Ragnoni è poco più grande di Simona, ha 24 anni, ma è già segnato da un gravissimo incidente avvenuto tre anni fa presso gli stabilimenti del Chinotto Neri, a Capranica, nel viterbese: una pesante pedana lo ha investito dall’alto, provocandogli un’invalidità permanente e costringendolo a ben 15 interventi consecutivi: nei prossimi giorni deve sottoporsi all’ennesimo, per riaggiustare naso e zigomo.
Sono solo due dei tantissimi casi di infortunio che funestano il lavoro italiano, ogni giorno, da sempre. A poco sono serviti, finora, gli interventi dei diversi governi, le denunce della stampa e del sindacato: la silenziosa guerra delle «morti bianche» e degli incidenti invalidanti non si arresta. Ai giorni nostri, anzi, quella guerra è ancora più minacciosa, data la dilagante precarietà e l’altissimo numero di immigrati costretti a lavorare in nero: elementi che abbassano le garanzie e moltiplicano il rischio, la paura di denunciare per non essere licenziati o espulsi. Proprio oggi ricorre la 56esima giornata dedicata agli invalidi e mutilati sul lavoro, iniziativa dell’Anmil, l’associazione che si batte per migliorare le condizioni delle vittime degli infortuni. Abbiamo scelto tre storie «simbolo» del lavoro infortunato, facendo parlare direttamente i lavoratori e i loro familiari. Simona e Francesco, ma anche Roberta. Quest’ultima, dipendente di una notissima multinazionale del cioccolato, ci parlerà con un nome di fantasia, perché è ancora in forze presso l’azienda e non può rischiare ritorsioni.
«Gli altri operai sono fuggiti»
«Quel giorno la macchina che sbatte il fango per gli stabilimenti termali emetteva uno strano fischio – continua il racconto Simona – Allora mio padre avvicinò la testa per capire cosa avesse, e giusto in quel momento il macchinario è esploso». A nulla, purtroppo, sono serviti i soccorsi: era già troppo tardi. Intanto si viene a sapere che la piccola impresa edile per cui lavorava Bruno aveva poco di regolare: «Mia madre mi ha raccontato che gli altri operai, subito dopo l’infortunio sono fuggiti: evidentemente erano in nero. Mio padre no, era in regola, ma la sua esperienza non è bastata a salvarlo. Non so molto altro di quell’incidente: io ero molto piccola, mio fratello aveva 12 anni, e in famiglia non ne abbiamo parlato spesso».
Quel dolore si è trasformato nella volontà di cambiare le cose, anche se Simona è una ragazza con i piedi per terra: «Ho visto come funzionano le Asl, è un vero disastro, manca tutto. Ho fatto i tirocini e sono uscita per tenere corsi agli operai o controllare le piccole aziende. E’ un tema che dà fastidio, la sicurezza è vista come un costo: molti artigiani ti rispondono che lavorano da 20 anni allo stesso modo e non è mai successo nulla. “Delle vostre nozioncine non sappiamo che farcene”, dicono. Con molti immigrati, la difficoltà è fare prevenzione in una lingua che non capiscono».
«La sicurezza? Era latitante»
Anche Francesco, come Simona, ricorda esattamente il giorno, mese e anno dell’infortunio: «Era il 17 gennaio 2003 – racconta – Io lavoravo nell’industria dei chinotti di Capranica da tre anni, sempre con contratti precari. Ero addetto con un altro operaio alla “depalettizzatrice”, macchina che prende le bottiglie di vetro da pile alte 7-8 piani, 200 per volta. Ogni tanto ne rompe qualcuna, dunque si riempie di detriti vetrosi e alla fine della giornata bisogna pulirla: quando si pulisce, l’enorme pianale su cui si depositano le bottiglie viene elevato a un’altezza di tre metri, e così resta sospeso sopra la testa degli operai. Quel giorno le fotocellule per l’esatto posizionamento del pianale erano difettose, e dunque mentre io e il mio collega eravamo intenti a pulire la base, il caporeparto aveva inviato due operai più anziani a controllare i meccanismi.
Attenzione: non erano affatto due addetti alla manutenzione, ma due semplici operai che avevano appena finito il loro turno in produzione. Uno di loro, intervenendo sul motore, tolse la pinza del freno: il mio collega è riuscito a scansarsi in tempo, ma io sono stato investito in pieno dal pianale». Francesco si è così fracassato il cranio, un occhio è esploso, uno zigomo e il naso si sono staccati, si è schiacciato i polmoni e fratturato le gambe. E’ stato in rianimazione e in coma, poi 15 interventi. «Non solo gli operai non erano adatti alla manutenzione, ma più tardi ho scoperto una cosa che allora non sapevo: l’azienda aveva rimosso le barre di protezione dal pianale per velocizzare i lavori». Francesco non è più tornato a lavorare alla Neri, la sicurezza dei chinotti era «latitante». Oggi è in causa per il risarcimento e in cerca di lavoro: nelle sue condizioni di salute (51% di invalidità) è ancora più difficile.
Il nastro delle nocciole
Di Roberta, come abbiamo detto, dobbiamo tacere l’identità e il nome dell’azienda: un celebre marchio del cioccolato mondiale, e un nastro delle nocciole che le ha rovinato la vita. Anche lei, come Francesco, andava avanti da tempo con contratti a termine: ancora più brevi, di stagione in stagione, come è d’uso in molte industrie alimentari. Ci sono gli stagionali per le Uova di Pasqua, per i panettoni, per la crema da spalmare o per il gelato. Roberta era addetta alle nocciole, doveva seguire il nastro che le portava verso le tavolette di cioccolata. In quel giorno del luglio 1997, però, un pezzo di carta le resta attaccato al braccio, e il nastro l’aggancia: l’arto viene stritolato e seriamente compromesso.
Anche per lei si susseguono infinite operazioni, ma resta una percentuale di invalidità, abbastanza alta ancora oggi (l’Inail l’ha valutata al 34%). Dopo l’infortunio porta placche e viti al braccio, per oltre un anno, finché non viene ripresa per un contratto a termine, di soli due mesi. Finito il breve periodo di lavoro, Roberta torna in azienda per firmare un nuovo contratto: nulla da fare, per lei non c’è più posto. Si rivolge a sindacati ed avvocati, ma riceve molte porte in faccia. Dopo una lunga causa, riesce a farsi reintegrare a tempo indeterminato. Ma non è soddisfatta della sua vita: «Avevo provato il concorso in polizia, ma l’infortunio mi ha impedito di entrare. Ora sono costretta a fare un lavoro ripetitivo e senza stimoli, guardando per otto ore che le nocciole siano frantumate bene. L’ambiente lavorativo non è facile, c’è poca solidarietà tra i lavoratori». Ma non è solo colpa degli operai: l’azienda ha creato un meccanismo diabolico per evitare troppe denunce di infortuni, e mettere i lavoratori uno contro l’altro. Il premio di produzione collettivo viene ridotto quanti più infortuni si registrano: dunque ciascun operaio è quasi «colpevolizzato» quando si ferisce, e non denuncia gli infortuni minori.
L’Anmil venerdì scorso ha incontrato il presidente della Camera Fausto Bertinotti, rinnovando presso il Parlamento l’allarme sugli infortuni. Oggi presenterà nuovi dati nel corso di un convegno a Bari. Intanto l’associazione ricorda l’enorme difficoltà che trovano i lavoratori per vedersi rivalutate le indennità, mentre ben il 50% delle cause contro l’Inail (istituto con un forte attivo di bilancio) si concludono a sfavore degli invalidi: non è che c’è una certa «avarizia» nel riconoscere il corretto grado di invalidità, costringendo lavoratori già danneggiati a imbarcarsi in lunghe e costose cause?