Feluche in rivolta contro John Bolton

La lettera dei diplomatici Cinquantanove ex ambasciatori americani scrivono alla commisione esteri del Senato, chiedendo di non ratificare la nomina del falco neo-conservatore come ambasciatore Usa alle Nazioni unite. «Non è l’uomo giusto per quel posto così delicato»

«E’ l’uomo sbagliato per quell’incarico», c’è scritto in una lettera appena recapitata sul tavolo di Richard Lugar, il presidente repubblicano della commissione esteri del Senato. Lugar ha in programma di cominciare il prossimo 7 aprile le udienze della sua commissione per ratificare la nomina di John Bolton a rappresentate americano presso le Nazioni unite e «l’uomo sbagliato» di cui parla quella lettera è proprio lui. A firmarla sono stati cinquantanove ex ambasciatori che hanno servito sotto Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush padre e Bill Clinton. Un perfetto concentrato di bipartisanship di gente che in comune ha solo il fatto di avere servito il proprio paese con competenza, fermezza e anche una certa buona educazione. Sono doti normali per dei diplomatici, ma non per Bolton, i cui atteggiamenti da cow boy sono quasi leggendari, e questa è la ragione per cui loro hanno scritto la loro «esortazione a respingere la sua nomina». Bolton è stato indicato come prossimo rappresentate americano all’Onu il 7 marzo scorso. Il segretario di Stato Condoleezza Rice, cioè colei che sarà il suo superiore diretto, quel giorno lo ha presentato come un uomo «dalle idee forti e una vocazione a un effettivo multilateralismo», ma in realtà nel suo pensiero non c’è traccia ne delle une né dell’altro. Le sue idee sulle Nazioni unite («se il Palazzo di Vetro perdesse dieci dei suoi 38 piani non farebbe molta differenza») più che dalla forza sembrano dettate dall’arroganza, che è notoriamente una caratteristica dei deboli. E quanto al multilateralismo, se questa nozione ha mai attraversato la mente di John Bolton non vi ha lasciato nessuna traccia. Secondo lui, infatti, «non ci sono Nazioni unite, c’è solo una comunità che occasionalmente può essere guidata dall’unico vero potere esistente al mondo, cioè gli Stati uniti, quando ciò può servire i nostri interessi e quando possiamo avere altri assieme a noi»..

Fra i cinquantanove diplomatici che hanno firmato la lettera ci sono figure che per anni hanno svolto un ruolo preminente sulla scena internazionale. Una è Arthur Hartman, che è stato vice segretario di stato con Richard Nixon (quando ci fu l’apertura degli Stati uniti alla Cina), ambasciatore in Francia con Jimmy Carter e ambasciatore nell’Unione sovietica (all’epoca dei trattati sui missili) con Ronald Reagan. Un’altra è Princeton Lyman, ambasciatore in Sudafrica con Reagan, Bush padre e Clinton e quindi colui che si trovò a «vivere» la fine dell’apartheid. Altri sono meno noti al grande pubblico ma sono stati cruciali nei difficili negoziati condotti per anni per incrementare la sicurezza degli armamenti nucleari, per creare meccanismi capaci di evitare la «guerra nucleare per sbaglio» o per il mantenimento del cosiddetto «equilibrio del terrore», allora considerato l’unica possibile garanzia di sicurezza. Per tutti loro Bolton è inadatto al compito che gli è stato assegnato non solo per le sue spacconate sulle Nazioni unite ma anche per i suoi «eccezionali record» di oppositore a ogni sforzo di incrementare la sicurezza degli Stati uniti attraverso il controllo delle armi. Nonché per cose meno «confessabili» come per esempio il fatto che il nostro abbia in passato svolto dei lavori – profumatamente pagati – per il governo di Taiwan.

E’ destinata ad essere una semplice azione di «testimonianza», questa dei cinquantanove ex ambasciatori, o ha effettive possibilità di influenzare la discussione sulla ratifica di Bolton? I portavoce di Condoleezza Rice cui è stato chiesto un commento sulla lettera hanno scelto il silenzio. E quanto ai senatori che dovranno discutere e votare, pochi di loro erano raggiungibili, ieri, perché il Senato è ancora in vacanza, ma l’aria che tirava faceva pensare a una battaglia piuttosto serrata. Della commissione esteri fanno parte dieci repubblicani e otto democratici. La gran parte di questi ultimi, fra i quali c’è anche John Kerry, hanno già avuto modo di mostrare la loro «delusione» per la nomina di John Bolton, mentre dei repubblicani si sa che il presidente Lugar è uno piuttosto equilibrato che cerca di barcamenarsi nel vento neo con che spira di questi tempi nel suo partito ma non risulta che abbia espresso un giudizio sulla nomina di Bolton. Solo uno, il senatore del Nebraska Chuck Hagel, nel suo primo commento a caldo ha mostrato di non gradire la nomina. «Abbiamo bisogno di alleanze», disse al momento della nomina di Bolton. «Abbiamo bisogno di amici. Mandare alle Nazioni unite qualcuno che le prende a calci non va nella direzione del lavoro che c’è da fare».