Fede d’assalto

«Votate Gesù, vostro salvatore e signore, è un buon investimento», recita un cartellone all’ingresso di una cittadina dell’Alabama. E si moltiplicano negli Usa, specie nel Middle West e negli stati del Sud, sfilate di fondamentalisti cristiani che esigono l’iscrizione dei dieci comandamenti sui palazzi di Giustizia o si incatenano in giacca e cravatta sui gradini dei giudici che vi si oppongono. Teleprediche e cortei contro l’aborto, i gay, il matrimonio fra i gay e financo i jeans a vita bassa, in un empito di puritanesimo che agguanta la bibbia e la agita come Alfa e Omega di quel che deve essere la vita pubblica. Alcune immagini ricordano perfino gli arcaici rituali sui quali indagava Ernesto De Martino. Ma non sono forme arcaiche affatto. Sono l’approdo della post-post modernità. Negli Usa dio non è mai mancato corre perfino su ogni dollaro, ma l’era di George W. Bush – salvato dalla scapestrataggine, racconta lui stesso, dall’incontro a 40 anni con Gesù Cristo – ha enfatizzato l’utilizzo politico della fede. Anzi la totale confusione fra scelte pubbliche, interne e internazionali e religiosità. Il terreno c’era se è vero che nel 2001 su 208 milioni di statunitensi adulti, 51 milioni si dichiaravano cattolici e oltre 70 milioni protestanti di varie chiese, fra le quali quella tradizionale e più mite era in calo rispetto al crescere dei cosiddetti «evangelici», soprattutto battisti, ma anche pentecostali, cui vanno aggiunti i testimoni di Geova, i mormoni, gli avventisti e chiese minori. Se si considera che professano di essere praticanti quasi 3 milioni di ebrei, e un po’ più di un milione di musulmani e 1 di buddisti, bisogna ammettere che pochi stati al mondo conoscono un così intenso pullulare di chiese e che è in esse che avviene il massimo della partecipazione dei cittadini e della formazione di un pensiero anche politico militante. Questo forse spiega perché il duello delle presidenziali si basi, più che su un coinvolgimento sul che cosa e come fare, sulle battute mediaticamente più efficaci o emozionali. La democrazia è diventata una ben strana cosa, e qualche rilettura di Offe e anche di Luhmann sulle società complesse, un tempo portati alle stelle, sarebbe utile.

Non colpisce infatti che i neocons si fondino sulle più integraliste di queste fedi, ma che questa sia diventata la trama del discorso politico. E’ vero che la confusione sta già in quella che gli americani chiamano «religione civile» e su cui tutti, non credenti inclusi, giurano: essa appoggia sul culto per i padri fondatori, sul primato della fede e della preghiera, sulla certezza nell’America perché dio la benedice, sul ruolo messianico che ne deriva, il tutto coronato dal più rigido individualismo. Noam Chomsky ci ha recentemente detto che no, che il popolo americano è mite e pacifico, non si sente superiore agli altri e volentieri si sottoporrebbe al Tribunale Penale Internazionale, ma forse – questi dati alla mano – sarebbe meglio cessare di credere alle masse innocenti deviate da dirigenti pessimi.

E anche all’innocenza dell’offensiva religiosa che oggi si offre come unica portatrice di senso a un mondo senza cuore. Essa è partita anche in Europa: davanti alla inaspettata risolutezza con la quale il governo Zapatero sta mettendo fine alla millenaria ingerenza della chiesa in Spagna, il Vaticano prima si è infuriato, poi è passato all’attacco. Dunque non bastava la pervasiva rete para ecclesiastica dell’Opus Dei, creata proprio a Barcellona e che aveva infiltrato persino la presidenza del Fondo monetario internazionale nella persona di Michel Camdessus. La proposta di un notorio integralista come Buttiglione, a capo di uno dei dicasteri politicamente più delicati della Commissione europea non è stata casuale: con lui si sono congratulati Giovanni Paolo II e il cardinal Ruini. E certo non si attendevano la reazione del Parlamento europeo che per la prima volta ha alzato la voce.

Non è accidentale la vasta attività epistolare del cardinale Ratzinger che dopo essersi diffuso sul genio femminile che consiste nel rimanere le donne quel che sono sempre state, adesso sta vergando un ampio catechismo non più per i fedeli – quello era stato aggiornato qualche anno fa – ma per l’azione politica in genere, nel quale ribaltando abilmente il «Non expedict», il Vaticano stabilisce quel che parlamenti, stati e governi possono o non possono, debbono o non debbono fare al di fuori delle leggi finanziarie, la Chiesa ponendosi come detentrice delle verità morali e delle regole di vita ultime e prime. Non era successo neanche quando la Democrazia cristiana ha rasentato in Italia il 40% dei voti. Perché succede ora? Perché il mutare dei costumi e delle culture sarebbe così intriso della razionalità illuminista che la povera chiesa cattolica, come piange Buttiglione, si sente discriminata e in pericolo? Al contrario. Avviene perché un’etica pubblica e laica non è mai stata debole come ora, pareva che la caduta del muro di Berlino le desse mille argomenti e concedesse anche alla sinistra una espansione piena. Invece sembra che non sappia più che cosa dire, dove attaccarsi, si ritira, si scusa, balbetta. Non è certo lei a chiamare centinaia di migliaia di giovani in cerca di senso, sono Comunione e Liberazione e l’Azione politica. Non c’è più una posizione politica aconfessionale sulla donna, la famiglia, la sessualità, l’embrione, sui quali impazzano solo i patriarcati ecclesiastici e profani. Sono soltanto i radicali che osano prendere la parola, bisogna riconoscerglielo. Gli altri se la cavano con una alzata di spalle, nei Parlamenti ognuno voti secondo le proprie coscienze, perché la sinistra di sue coscienze specifiche non ne ha. Anzi, riconosce quella del papa come la sola autorità morale dei nostri tempi. Un importante gruppo di femministe ha trovato magnifica la lettera di Ratzinger. Gli ex comunisti si sono commossi della generosità con la quale Wojtila li ha distinti dai nazisti: siamo stati un male necessario, grazie grazie.

Lasciamo perdere l’assai discutibile questione del «male necessario» – necessario a chi, a che cosa? Permesso da dio? A quale misterioso scopo? – che dal libro di Giobbe ad Aushwitz ha fatto scorrere fiumi di inchiostro teologico e letterario. Sembra che ne abbiamo contezza soltanto Filippo Gentiloni da noi e Mario Pirani su Repubblica. Limitiamoci a osservare come l’etica laica, ammesso che ci sia, in merito non ha avuto niente da dire. Ma con questo finisce anche di offrire una sponda alle parti più progressive del cristianesimo e dell’ebraismo. La sponda i laici la stanno offrendo alle destre religiose, vedi il Giordano Bruno Guerri e il Ferrara su La 7. Si intendono meglio.

E pazienza se fossero in ginocchio soltanto i leader, tutti intenti a «far politica». Stanno diventando pensosamente pii anche i più degli e delle intellettuali. Hanno scoperto di colpo che la laicità non possiede gli abissi sapienzali delle religioni rivelate e forse neanche altrettanta conoscenza delle pieghe dell’animo umano. E’ vero. Ma non l’ha mai preteso. Non è una filosofia, è – era – la persuasione che le regole dell’umana convivenza sono terrestri e devono basarsi sull’assioma che ogni essere umano è libero e deve avere ugualissimo potere di decisione su di sé e sugli altri. Questa e non altra è la «égalité en droits». Principio semplice ma molto difficile da praticare, che fra l’altro è il solo cardine su cui basare il rifiuto della guerra. Sarebbe anche il vero legame fra cristianesimo e modernità. Non chiesa e modernità, perché nessuna chiesa lo ha mai fatto suo preferendo benedire le guerre «giuste» – non se ne è salvato neanche Giovanni Paolo II per la guerra jugoslava – e difendere le gerarchie della famiglia e degli altri ordini costituiti. Senza quel principio non c’è infatti grande differenza fra le crociate dei cristiani e quelle dell’Islam che si fanno da reciproco specchio.

Al fondo dell’attuale crisi della politica c’è questa «afasia morale» ogni tanto a quelli come me – siamo rimasti in quattro gatti – che chiedono alla sinistra di darsi una botta di risveglio e dire quale idea di società propone, arriva il rimprovero o il sospetto di volere «come sempre», pane, olio, sale e salario per i poveri. Ignorando da volgari economicisti come siamo sempre stati il bisogno di spiritualità, simboli e senso che invece le chiese capiscono così bene. Non resta ai quattro gatti che mettersi le mani nei capelli. Intanto per dire che per definire la sinistra come essenzialmente economicista, bisogna aver letto pochi libri e aver dimenticato anche quelli. In secondo luogo tentare di avanzare un patto: proponiamo alle sinistre italiane qualche fondamento non solo materiale per un suo programma. Per noi il primo è quel principio dell’etica laica che dicevo e che è anche il nucleo della democrazia non formale, il filo dal quale si sono dipanati speranze e sconfitte del Novecento e che questo inizio stupido e crudele del ventunesimo secolo ha perduto. Vogliamo finirla di stare in ginocchio e provarci?