Fausto ha fretta di archiviare Rifondazione

C’è stato un tempo, non lontano, in cui parlare di «governo tecnico» in casa di Rifondazione comunista era come agitare la corda in casa dell’impiccato. Finché è toccato a Fausto Bertinotti, nell’intervista al Tg1 di due sere fa, sdoganare quello che dentro Rifondazione comunista è stato sempre considerato lo strumento dei «poteri forti» contro la presenza della sinistra al governo. L’esternazione del presidente della Camera, sebbene parzialmente rettificata, è un segnale forte per Prodi: ora il premier sa che il suo credito col Prc è esaurito. Ma dietro l’uscita
di Bertinotti c’è molto altro e sbaglia chi pensa che la sua volesse essere una spallata al Prof. Piuttosto, è un avviso ai naviganti. Ora è ufficiale che Rifondazione ha cambiato linea: niente più elezioni in caso di crisi, magari per cavalcare elettoralmente la caduta da destra dell’esecutivo. Al contrario, i voti comunisti sono pronti a sommarsi a quelli di altri volenterosi perle riforme. Solo così sarà possibile varare quella legge elettorale di tipo tedesco indispensabile al grande progetto bertinottìano: ripartire dal «popolo del 20 ottobre», supposta reincarnazione del disperso «popolo di Seattle», per colmare quello che la terza carica dello Stato definisce nei suoi conciliaboli «il ritardo strategico accumulato nei confronti del Pd». L’obiettivo è chiaro: rompere gli indugi sulla nascita del Partito della Sinistra e prepararsi ad affrontare il dopo-Prodi.
Previsto, non certo auspicato. Perché se il governo cade sulla finanziaria, il subcomandante Fausto sa bene che non v’è alcuna certezza che prevalga la sua linea e non invece quella di Berlusconi per andare subito al voto, cui la sinistra radicale arriverebbe impreparata e ancora divisa.
Gli Stati generali della Cosa rossa – fissati ieri per dicembre dalla riunione dei segretari di Prc, Pdci, Verdi e Sd – sono per Bertinotti una risposta insufficiente alle sfide cui è attesa la sinistra nell’era del veltronismo democrat. Una semplice confederazione che lasci in vita simboli e organigrammi dei partiti membri sarebbe ai suoi occhi un altro brodino, per dirla con l’espressione che ha fatto infuriare Prodi. Questo – pensa Bertinotti – deve essere il momento dell’avanti tutta.
L’asse con Fabio Mussi, che ieri sul Manifesto ha fatto autocritica
sulla mancata partecipazione di Sinistra democratica al corteo di sabato scorso, è solido, nonostante le divisioni su pensioni e welfare. Il
metodo per arrivare a dar vita il prima possibile al Partito della sinistra lo suggerisce lo storico Paul Ginsborg su Liberazione: primarie
di programma, che mescolino strumenti tradizionali e telematici, per
coinvolgere il «popolo del 20 ottobre» su profilo, simbolo e nome del nuovo partito. Il leader in pectore c’è già, Nichi Vendola, anche se la svolta bertinottiana non arriva, per ora, al punto di immaginare un voto diretto sulla leadership. Quanto alla parola “comunista” e alla falce e martello, è ormai chiaro che sono destinati a essere dismessi.
Ce n’è abbastanza per creare un trambusto almeno pari a quello che ha agitato i Ds davanti alla prospettiva del Pd. Il gruppo dirigente del Prc, che oggi si regge sull’asse tra il segretario Franco Giordano e il ministro Paolo Ferrero, è rimasto spiazzato. Nel caso di Giordano, anche letteralmente: non avvertito dell’intervista al Tg1, si è trovato ospite a Porta a porta in balia di interlocutori che gli chiedevano conto di una svolta di cui non aveva sentore. E soprattutto la narrativa degli ultimi giorni a essere stata riscritta. Quel «forza Prodi» con cui Giordano (e il quotidiano Liberazione) ha accompagnato il 20 ottobre è stato cancellato in pochi minuti dalle metafore senili con cui Bertinotti ha apostrofato il Prof. Non solo: a questo punto, davanti alla volontà del presidente della Camera di archiviare Rifondazione, il congresso del partito fissato in primavera rischia di essere superato dai fatti, reso quasi una inutile necessità burocratica tra il fastidio e lo sconcerto di molti. Inutile dire che per Giordano, ricandidato alla segreteria, questa accelerazione svuota di significato le assise e la sua stessa rielezione, oscurata dalla scesa in campo di Vendola. Il capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena non vuol credere a colpi di mano: «Non penso che Fausto abbia voglia di scimmiottare i metodi del Pd, anche perché sa bene che nel partito non c’è la maggioranza per procedere su quella strada. Del resto, lui stesso ha smentito le indiscrezioni su Vendola».
Ma il sottosegretario allo Sviluppo Alfonso Gianni, sostenitore del balzo in avanti prima ancora, se possibile, di Bertinotti, non ci gira intorno: «La politica non può aspettare i tempi dei congressi. Bisogna arrivare quanto prima alla nascita di un partito vero che, al di là delle formule organizzative, sia percepito in quanto tale da chi era in piazza il 20 ottobre». La risposta al Pd è l’obiettivo numero 1 del presidente della Camera e ormai viene prima del destino del governo: «Prodi – spiega Gianni – ha dato segno di non raccogliere alcuno dei segnali provenienti dalla piazza. E noi non possiamo più far finta di niente». Aggiunge Milziade Caprili, vicepresidente del Senato: «Bertinotti forse è stato duro, ma ha solo fotografato uno stato di cose disastroso. Qui piove sul bagnato».
La tensione nel partito è alta. Mette in gioco strategie di anni. Mina antichi rapporti. Alla manifestazione di sabato scorso Giordano ha piazzato una stoccata verso un amico con cui ha diviso tutto, compreso un appartamento alla periferia di Roma, fin dagli anni avventurosi anni dell’ultima Fgci: «Vendola? Un buon presidente della regione Puglia», ha tagliato corto coi cronisti. Lo stesso Vendola non è stato tenero coi compagni: «I ministri di questo governo sono opachi. Tutti», ha dichiarato all’Espressso. E Ferrero, ministro comunista da sempre fautore di un modello confederale di unità a sinistra, non nasconde la sua irritazione: «Sono pronto a tornare a fare l’operaio», ha spiegato agli amici per sottolineare il suo disagio davanti a uno scenario in cui il Prc non ci fosse più. Nel partito i fronti si stanno rimescolando. Come giura il senatore Claudio Grassi: «Non mi piace la foga con cui si vuole liquidare Rifondazione e i suoi simboli, a partire dalla falce e martello. Non si può tirare sulla nostra storia una riga arcobaleno, dando vita a un partito genericamente di sinistra solo perché Mussi ha deciso di non entrare nel Pd. E comunque, chi pensa di riuscirci si ritroverà minoranza». Bertinotti avrà di che lavorare.