Fassino: Blair? E’ una sinistra vera, moderna

« Sarei felicissimo di realizzare nel nostro Paese le riforme che è riuscito a fare lui » « Il sì alla guerra è stato un errore, ma il problema di far vincere la democrazia rimane »

Il segretario dei Ds, Piero Fassino, di Blair dice: « È un socialista europeo e un socialdemocratico moderno che si è misurato, e con successo, con i problemi di una società moderna e flessibile » . Sui traguardi raggiunti dal premier inglese sottolinea: « Con Blair e i laburisti al governo, gli occupati sono il 72 per cento contro il 56 dell’ Italia »

ROMA – « Vedo una tendenza diffusa, in Italia, a utilizzare il voto inglese soprattutto per dare ragione a se stessi: così, curiosamente, sia quelli che esaltano sia quelli che criticano Blair si ritrovano d’ accordo nel dire che non è di sinistra » . Piero Fassino, invece, è convinto, convintissimo che il leader del New Labour sia un uomo di sinistra, eccome. E anche per questo giudica un successo straordinario, e ricco di insegnamenti per tutti, anche da noi, il fatto che sia arrivato al terzo mandato consecutivo in un Paese, la Gran Bretagna, dove i laburisti, di regola, non conquistavano mai neanche il secondo: « E’ il segno che, nonostante la guerra in Iraq lo abbia incrinato, il suo credito è ancora assai forte » .

Si è detto, Fassino, che Blair è in realtà un liberale post socialista: perché questo giudizio non la convince?
« Perché Blair è un socialista europeo e un socialdemocratico moderno che si è misurato, e con successo, con i problemi di una società moderna e flessibile. Se ha vinto, in estrema sintesi, è perché ha costruito una strategia capace di rendere compatibili i diritti e la modernità; i valori classici della sinistra e del socialismo con una Gran Bretagna assai diversa da quel Paese industriale in cui il laburismo aveva messo le sue radici; il mondo del lavoro dipendente e i ceti medi della società postindustriale » .

Ma è proprio sul carattere di sinistra di questa strategia che si appuntano dubbi e contestazioni. Anche in Italia. Anche nel centrosinistra.
« Senta, Blair non ha solo detto, ma ha fatto in Gran Bretagna delle cose di sinistra che io sarei felicissimo di riuscire a realizzare anche qui. Le cito per tutte una riforma del mercato del lavoro che consente di governare la flessibilità, la riforma della sanità, i fortissimi finanziamenti all’ università e alla scuola. Con Blair e i laburisti al governo, gli occupati sono il 72 per cento contro il 56 dell’ Italia. E dal 2000 il tasso di crescita è del 2,8 per cento. Penso che tutto questo, così come la grande determinazione di Blair, abbia contato molto nel voto. E abbia consentito ai laburisti di limitare sul piano elettorale i danni derivati dalla guerra » .

Insomma, guerra a parte, Blair è il campione del riformismo moderno?
« Lasciamo stare i campioni e i modelli. Io dico semplicemente che Blair è stato capace di contraddire una regola non scritta, che ha pesato ovunque, si capisce, ma in Gran Bretagna è stata una specie di legge bronzea. La regola secondo la quale la destra al governo accumula e produce ricchezza, e la sinistra interviene solo dopo, e per un breve periodo di tempo, per redistribuire il reddito. I laburisti in questi anni hanno fatto le due cose insieme. Hanno innovato e cambiato seguendo una via di sinistra che non è stata, e non poteva essere, né liberista né statalista » .

I voti laburisti e quelli liberaldemocratici non si possono ovviamente sommare. Ma, a farlo, si potrebbe anche dire che in Gran Bretagna il centrosinistra è al sessanta per cento…
« In Gran Bretagna, e non da oggi, i partiti sono tre, e anche qualcuno in più, visti i risultati ottenuti da vari partiti regionalisti: nell’ Europa continentale il tradizionale pluralismo partitico tende a riorganizzarsi in due campi contrapposti, e insomma in forma bipolare, lì, invece, è il bipartitismo che comincia ad articolarsi. Quanto al sessanta per cento del centrosinistra inglese, certo il blairismo ha mutuato molti valori liberaldemocratici, tra le due culture non c’ è più un fossato. Se poi tutto questo possa preludere a un incontro, o a una competizione serrata, è presto per dire » .

Romano Prodi ha detto di aver inviato a Blair un messaggio di felicitazioni molto caloroso, ma con due « nonostante » . Nonostante la guerra, e di questo parleremo tra pochissimo. Ma anche nonostante le divergenze sulla politica europea.
« Le divergenze ci sono, inutile negarlo. Ma bisogna anche ricordare che quello tra la Gran Bretagna e l’ Europa è storicamente un rapporto difficile. Se l’ Inghilterra è diventata una grande potenza mondiale lo ha fatto a dispetto dell’ Europa. Gli inglesi sono andati a cercare il loro destino per gli oceani e sono diventati la grande potenza che abbiamo conosciuto dopo che nel cinquecento era stato loro impedito di mettere piede in Europa. E i loro principali avversari nel mondo sono state, per venire a tempi più recenti, la destra nazista e fascista, una destra indiscutibilmente europea, la Gran Bretagna voleva invaderla. Insomma: la diffidenza inglese verso l’ Europa ha una storia lunga, non la ha certo inventata Blair. Anzi, Blair è un leader infinitamente più europeo della Thatcher e di Major. Ha accettato la Costituzione europea, la qual cosa non è ovvia in un Paese che non ha Costituzione scritta, e, in prospettiva, l’ ingresso nell’ euro; ha condiviso l’ allargamento dell’ Unione, che pure non è, per la Gran Bretagna, una questione primaria; in poche parole, ha cercato e cerca di far vivere l’ Inghilterra in Europa. E anche questa non è un’ ovvietà, per un Paese che con gli Stati Uniti, per evidentissimi motivi storici, ha un rapporto indissolubile » .

Così indissolubile che il laburista Blair ha condiviso e condivide con il repubblicano George W. Bush la scelta dell’ intervento militare in Iraq. E con grande fervore. Non sta forse qui un motivo di divisione almeno all’ apparenza insanabile con il resto della sinistra europea, e con quella italiana in particolare?
« Mi lasci fare una premessa, secondo me decisiva per mettere a fuoco la questione. La Gran Bretagna condivide le scelte fondamentali degli Stati Uniti sia quando a Washington comandano i democratici, sia quando il presidente è repubblicano, anche se ovviamente tra Blair e Bill Clinton c’ era un’ affinità politica e culturale che con Bush non c’ è. Noi europei continentali, noi sinistra europea, invece, abbiamo con gli Stati Uniti un rapporto diverso, ma non meno ineludibile, che non possiamo certo affidare solo alla mediazione inglese. Tra le due sponde dell’ Atlantico ci sono una storia, dei valori, degli interessi comuni assai più solidi di quanto talvolta si creda… » .

Vuol dire che ci sono di mezzo la concezione e il ruolo di ciò che chiamiamo Occidente?
« Esatto: Occidente, un termine e un concetto che, se ci si riflette, ancora in un recente passato utilizzavamo assai meno. Oggi quel termine lo avvertiamo come cruciale anche e forse soprattutto perché, nel tempo della globalizzazione e dell’ interdipendenza, il mondo si è fatto davvero plurale. Nel Novecento l’ Occidente era al centro di tutto, e anche il Paese più lontano si ispirava ai suoi valori. Oggi la categoria di Occidente si fa decisiva, invece, se non altro per differenza: l’ Islam, ma anche la Cina, sono realtà assolutamente non omologabili » .

E qual è il legame tra queste considerazioni, Tony Blair, la sinistra e la guerra?
« Mi sembra evidente: quando Blair pone il problema di non lasciare soli gli Stati Uniti, solleva una questione che ci riguarda tutti, nessuno escluso » .

Sta dicendo che Blair non aveva e non ha tutti i torti, sulla guerra in Iraq?
« No. La guerra è stata, e rimane, una scelta opinabile. Io continuo a ritenerla un errore, e non sono certo il solo a pensarla così. Ma non posso non vedere che la guerra in Iraq ci riconsegna una questione che Blair, a suo tempo uno dei più convinti sostenitori dell’ intervento militare contro Milosevic, è stato tra i primi a indicare: il problema di come rendere efficace il principio del valore universale della democrazia e dei diritti. Blair, e Bush, hanno scelto la guerra. Noi abbiamo criticato questa scelta. Ma il problema di far vincere la democrazia, per chi è contrario alla guerra e però non vuole fare della realpolitik indifferente alla democrazia e ai diritti, rimane » .

Oscar Luigi Scalfaro ha sostenuto che questa posizione potrebbe essere dettata anche da motivi pratici: primo tra tutti la possibilità molto concreta, per i Ds e il centrosinistra, di tornare tra un anno al governo…
« Non è un problema di legittimazione a farci ragionare così. E io queste cose le ho dette molte volte, anche al congresso del mio partito. Aggiungo solo che chi come noi è convinto che la democrazia e i diritti debbano crescere sotto ogni cielo, ma senza ricorrere alla guerra, ha un dovere politico e morale in più: riuscire a dimostrare come farlo ricorrendo alla politica piuttosto che alle armi. Un’ impresa difficile » .

Capisco. Ma la ferita della guerra, nel giudizio su Blair, rimane. E per molti, nel centrosinistra italiano, non si cicatrizzerà mai. Lei pensa invece che si tratti di una ferita sanabile?
« La guerra ha prodotto una forte sofferenza politica nel rapporto tra Blair e una parte importante del suo elettorato; e la flessione dei laburisti lo conferma. Penso che Blair, che ne è consapevole, aprirà presto la riflessione su una possibile strategia di uscita della Gran Bretagna dal conflitto iracheno; e che la ricomposizione tra Blair e la sinistra europea su questo terreno sarà tanto più rapida quanto più la transizione in Iraq si trasformerà da questione militare in questione politica » .