Farfalle rosse e precarie

E dunque ecco l’improvviso, inatteso ritorno della piazza, che d’incanto pare archiviare l’onda lunga del famoso (o famigerato) «riflusso»: è come se in quest’autunno del 2005 i giovani contestatori di Roma, Bologna e Siena avessero deciso di lasciarsi alle spalle una volta per tutte gli anni Ottanta, quelli per intenderci dell’ «Edonismo Reaganiano», importato in Italia anche dalla televisione commerciale del non ancora (all’epoca) presidente del Consi¬glio Silvio Berlusconi. I protagonisti di questo ritorno si fanno chiamare a seconda dei casi «Farfalle Rosse» o «Senza Volto», e ricordano per forza di cose i loro coetanei del ‘68 e del ’77, che con i capelli ormai grigi in piazza talvolta li accompagnano. A Roma hanno protestato contro il ministro Moratti e la sua riforma (insieme, bizzarramente, con i loro professori, e addirittura con molti presidi); a Bologna contro il sindaco Cofferati e i suoi propositi di legalità; a Siena contro il cardinale Ruini e le sue posizioni in materia di diritto di famiglia. Ma che cosa tiene insieme, malgrado tutti i distinguo e le differenze (e al di là dei motivi del contendere, giusti o sbagliati che siano), le varie anime delle varie piazze? Molto probabilmente, il filo rosso che le unisce è quello della precarietà dell’esistenza. Che studino o che lavorino, che siano ricercatori universitari o punkabbestia, i nuovi «contestatori» hanno la stessa percezione del futuro come di un tempo segnato dall’incertezza. Questa è la prima generazione che sa di potersi permettere aspettative inferiori (e non di poco) rispetto a quelle delle generazioni precedenti. E’ la generazione che per via della globalizzazione e in nome della competitività si vuole a ogni costo «flessibile», e cioè disposta ad adattarsi a una vita lavorativa fatta di contratti a termine o a progetto oppure a prestazione, senza diritti e senza garanzie: col risultato che una volta arrivati ai trent’anni sono davvero tanti a questo punto quelli che si ritrovano ad aver fatto mille mestieri senza averne davvero imparato neppure uno, e senza avere la possibilità di progettare il proprio futuro. Futuro che non pochi contestatori del passato, figli di buona famiglia, avevano assicurato, come si è visto poi; mentre oggi stenta anche la classe media. In Italia notoriamente si fanno meno figli che altrove, e non è certo facile mettersi a procreare, tra un contratto di tre mesi e l’altro, e con l’handicap del salario di ingresso. Guai se la classe politica si limiterà a mostrare il dito medio a chi protesta.