Fare chiarezza sulla soggettività del lavoro

L’ottimo articolo di Michele Prospero, uscito oggi su il manifesto, finalmente fa chiarezza rispetto a tante confusioni, a lungo prolungate e ripetutamente prodotte anche nella sinistra critica e radicale, sul tema del lavoro e della sua soggettività.
Prospero mette in luce una finzione giuridica: l’autonomia delle nuove figure di lavoro flessibile, in realtà classicamente subalterne e dipendenti nel rapporto con il capitale. Intorno ad essa tanti apologeti del post-moderno hanno surrettiziamente costruito l’immagine salvifica di moltitudini precarie e parcellizzate che, proprio a partire dalle intelligenze massimamente estrinsecabili nella frammentarietà e nella disseminazione, creerebbero possibilità di antagonismo e di rivolta strutturalmente allignate nella nuova costituzione materiale della post-modernità.
Viene dunque posta in evidenza la complementarietà, che definirei colpevole, tra l’opacità teorica di tante rappresentazioni post-moderne del lavoro di oggi e la frammentazione, concreta ed attuale, che le politiche neo-liberiste impongono agli stessi soggetti della produzione.
La verità, al contrario, è che questo disordine intellettuale è l’espressione coerente dei nuovi rapporti di forza tra le classi.
La critica di Prospero ad esso, ed all’ideologia dell’impresa organicamente sottesa, restituisce invece centralità e dignità al conflitto tra il capitale ed il lavoro e, nella materialità dei rapporti di produzione, tra chi acquista forza lavoro (anche in virtù di contratti di collaborazione e di prestazione occasionale d’opera) e chi vende forza lavoro.
Il passo che dobbiamo compiere, conclude Prospero, è “disegnare un linguaggio dei diritti” per chi lavora. Tornare a fare la sinistra.