«Far ripartire l’Italia senza tagli alla spesa»

Torna il partito dei taglioni, che dice “non c’è crescita senza intervento sulla spesa pubblica. Ma è davvero un dogma così incrollabile?
Che ci sia il problema del debito è innegabile. Probabilmente è più grande della percezione che ne abbiamo oggi. Ciò premesso non possiamo ignorare che da oltre un decennio la crescita economica italiana è inferiore a quella media europea la quale a sua volta è inferiore a quella dei paesi sviluppati. Per il nuovo governo non potrà essereci solo un problema di riaggiustamento del bilancio pubblico. Il problema del debito non può essere disgiunto e anteposto a quello della crescita.

E quindi su quali parametri reali ci si deve muovere?

Vanno prese in cosiderazione le condizioni della domanda e le condizioni dell’offerta. Queste ultime sono particolarmente importanti. Purtroppo finora, e parlo almeno degli ultimi dieci anni, sono state prese in cosiderazione solo alcune condizioni dell’offerta: quelle che rispecchiano i limiti del nostro sistema produttivo. Si è ritenuto che la competitività di prezzo fosse l’aspetto essenziale su cui insistere. Da questa visione e dagli interessi sottostanti nascono tutte le spinte alla riduzione dei costi che tuttavia alla fine si sono limitate al contenimento degli oneri salariali. Altre voci che pure incidono sulla competitività di prezzo – come i profitti, la produttività e i servizi interni per la produzione – non hanno ricevuto adeguate attenzioni e hanno avuto dinamiche controproducenti

Torna il tema della scarsità degli investimenti…

I profitti sono aumentati ma sono stati reinvestiti solo in misura ridotta. I produttori dei servizi interni alla produzione hanno beneficiato di condizioni di monopolio e situazioni di rendita che hanno penalizzato i prezzi. La produttività, anche a causa della carenza d’investimenti, ha avuto una dinamica nettamente inferiore a quella dei nostri paesi concorrenti. Questa tendenza nasce da limiti strutturali del nostro sistema produttivo che si concretizzano nell’essere un sistema “maturo” per metodi produttivi e per specializzazione settoriale. E’ il risultato di una tendenza prolungata che va interrotta e invertita.

Quali sono le priorità?

Occorre spostare il nostro modello produttivo verso settori e metodi produttivi tali per cui la competitività non vada ricercata più sui prezzi ma sulla qualità e nel la tecnologia incorporate nei beni e servizi che offriamo. Occorre dunque, dal lato dell’offerta, un grosso processo di investimenti rivolti all’innovazione settoriale e dei metodi di produzione. In questa direzione non vanno lesinati sforzi pubblici, anche se tali sforzi dovessero richiedere ricontrattazioni in sede europea dei vincoli di bilancio. L’Europa non si avvantaggerebbe se un paese come l’Italia arretrasse nella divisione internazionale del lavoro. E’ sicuramente necessario rilanciare al più presto la crescita economica del nostro paese, ma i modi non sono indifferenti. Continuare ad insistere sulla ricerca della competitività di prezzo riducendo gli oneri salariali significa di fatto accreditare questo sistema produttivo così come è poiché a tutti, indifferentemente, si darebbero risorse commisurate al costo del lavoro.

Vuoi dire che dovrà esserci una oculata gestione delle risorse?

Le risorse disponibili dovranno essere selezionate per finanziare misure di politica economica e in particolare di politica industriale, di politica sociale e di politica per l’innovazione che consentano al nostro sistema produttivo di spostare il suo asse dagli interessi regressivi che finora hanno dominato e spinto verso il declino a quelli di un blocco sociale economicamente e socialmente progressivo. Un blocco sociale che unisca le forze produttive, sociali e politiche più disponibili a rischiare e ad innovare ma avendo come obiettivo equilibri economici e sociali più avanzati, quelli appunto confacenti ad una società nella quale è ritenuto molto più interessante una occupazione buona e stabile, basata più sull’istruzione e sulla formazione professionale che non sul lavoro precario e scarsamente specializzato tipico di una società instabile e conflittuale.