Famiglie al collasso, consumi ibernati, risparmio inesistente

Consumi sottacqua, risparmio ko. Stipendio medio mensile: milletrecentocinquantatré euro e cinquanta centesimi, parola dell’Ocse, l’Organizzazione che misura lo sviluppo economico dei paesi più ricchi (!). Spese fisse (affitto o mutuo, acqua, luce, gas, telefono, condominio, rifiuti solidi urbani, l’eventuale Ici): mille euro al mese.
Non ci son santi: per “campare una famiglia” ci vogliono due stipendi, uno “fisso” per pagare le spese fisse, appunto, e uno anche precario, anche part time, anche in nero, sommerso, elusivo, evasivo, come che sia, per arrivare – quasi, forse – a fine mese. E se lo stipendio è uno solo e precario per giunta? amen.

Perciò due statistiche diverse ieri sono diventate convergenti. Fatte una dall’Istat, l’istituto centrale di statistica pubblico; l’altra dall’Eurispes, un’istituzione privata che cerca di misurare lo stato di salute del Paese. Due rilevazioni che prendono a base parametri diversi, tutti legittimi; perché anche nelle statistiche si sceglie il punto di osservazione e il cannocchiale con cui si vogliono guardare i fenomeni, e si può arrivare a risultati contrastanti (basta ad esempio mettere od omettere il mutuo nel calcolo del costo della vita) spesso oggetto di critiche dall’una e dall’altra parte.

Non questa volta. Stavolta l’Istat e l’Eurispes, partendo da analisi opposte, fotografano la stessa situazione: famiglie al collasso, consumi ibernati, risparmio inesistente. Peggio: continua a crescere il ritmo con cui si ricorre al prestito al consumo, indebitandosi fino al collo.

«Stagnazione dei consumi è la sintesi deducibile dai numeri», scrive “il Sole 24 Ore”, mettendo in evidenza una tabellina con i più e i meno della spesa media della famiglia italiana per alcune tipologie di beni e servizi. Il “più” è dato da tutto quello che uno non può eliminare, né stabilire con facilità di cambiare fornitore: elettricità e gas, cresciuti di 118 euro; servizi finanziari, 46 euro di aumento medio; assicurazioni, 15 euro aggiuntivi rispetto a un anno fa; trasporti, altri 15 euro in più. E non è che si abbia consumato più luce e gas o che si vada in banca più spesso: i consumi reali sono gli stessi ma i prezzi hanno continuato a lievitare. Sì, uno può decidere di cambiare assicurazione, o di rivolgersi a un’altra banca, o di passare dal gas dell’Eni a quello dell’Enel, ma cosa cambia?

Il “meno”, il calo, la diminuzione reale, riguarda invece, dice l’Istat, 124 euro decurtati dall’abbigliamento, 35 dalle calzature, 20 dai servizi ricreativi (chi va più a teatro, al cinema, a un concerto?), 13 euro in meno persino nei servizi ambulatoriali. Significa che le persone sono costrette a ricorrere persino a minori prestazioni per cure mediche e visite specialistiche, sparagnando sul dentista (e si vede), sull’oculista (e non si vede), dilatando il tempo dei controlli ginecologici, pediatrici, geriatrici, eccetera, a quando proprio non se ne può più.

Ma vediamo che cosa dice invece l’Eurispes sul fronte dei risparmi: «Gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da una caduta della propensione al risparmio delle famiglie italiane, causata da un lato dalla crescente difficoltà dovuta all’aumento dei prezzi e dall’altro dai numerosi e forti disincentivi che sono sorti ad ostacolare e a rendere meno appetibile il risparmio».

Siamo di fronte a “un risparmio umiliato”, secondo l’istituto di Gian Maria Fara, che parla di una contrazione del 40%, «passando, in valori assoluti, dai 106 miliardi accantonati nel 2001 ai 64 nel 2005. L’accorciamento della propensione al risparmio, insistono gli analisti di Via Arenula, «in termini percentuali è ancora più evidente, passando negli stessi anni dall’8,9 al 4,8% del Pil».

Dunque risparmio dimezzato, negli anni coincidenti con il quinquennio di governo Berlusconi. Vorrà dire qualcosa? gli italiani lo sanno bene e non hanno bisogno di suggerimenti, ma l’Eurispes azzarda due spiegazioni: «innanzitutto la contrazione del reddito, dovuta a un’inflazione non compensata dagli aumenti salariali, che ha costretto numerose famiglie del ceto medio a dedicare gran parte o la totalità delle entrate ai consumi per mantenere o cercare di non abbassare troppo il proprio tenore di vita». Secondo: «Vi sono anche state cause strettamente finanziarie. Fra queste, le perdite subìte a causa del “default” dei bond argentini e dei “crack” della Cirio e della Parmalat, che hanno “tradito” la fiducia del popolo dei risparmiatori, con una perdita secca di 26,5 miliardi di euro».

Il mondo delle statistiche è davvero strano, dato che sull’argomento la stessa Ocse parla di «un tasso di risparmio tra i più alti dei paesi industriali, dove l’Italia occupa il primo posto con il 12,1% sul reddito disponibile». Per fortuna ci soccorre il commento di Fabrizio Galimberti che, sempre dalle colonne del “Sole”, avverte: «A questa consolante conclusione bisogna opporre due ordini di considerazioni. Primo: l’alto tasso di risparmio può derivare da una frugalità non scelta ma subìta; cioè a dire, si consuma poco perché si ha paura di un futuro incerto. La seconda considerazione sta nel ricorso alle famose medie di Trilussa. L’alto tasso di risparmio potrebbe benissimo coesistere con stuoli affollati di italiani che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, sol che si assuma una distribuzione molto ineguale dei redditi, e in effetti negli ultimi anni – sottolinea Galimberti – è peggiorato l’indice di diseguaglianza nella distribuzione».

Ecco qua il mezzo pollo statistico: Pinco Pallino, e altri milioni di persone come lui, con un salario “fisso” mensile di 1.350 euro, non solo non risparmia ma non ce la fa ad arrivare alla fine del mese; nel contempo, il seguace di Paperon de Paperoni, o anche solo di Stefano Ricucci, con un reddito incommensurabile di provenienza ignota, riesce a “risparmiare” quello che il primo neppure può sognarsi per il dentista o il pediatra dei figli. Ci sarà un problema, o no?

L’unico a non essersene accorto è il “Foglio Rosa”, che il lunedì raccoglie il fior fiore di quello che si è pubblicato nella settimana. Nel riproporre un articolo di Roberto Perotti, sempre dal “Sole” del 30 marzo, il settimanale di Giuliano Ferrara cerca di “smitizzare” quattro “miti”: non è vero che il ceto medio si è impoverito; non è vero che la povertà è aumentata negli ultimi anni; non è vero che le retribuzioni reali dei lavoratori sono diminuite; non è vero – dulcis in fundo – che l’Italia è diventato il paese delle rendite.

A fra sei giorni l’ardua risposta.