Famiano Crucianelli: «Ritiro nel programma»

Famiano Crucianelli. Il leader di Aprile critica i Ds sull’uso della forza

«Se dovessimo votare domani o a primavera prossima, con le truppe ancora in Iraq, e nel programma non fosse scritto il ritiro dal giorno dopo, sarebbe un suicidio politico elettorale». Famiano Curcianelli, coordinatore di Aprile è categorico a questo proposito: «Significherebbe la liquidazione dell’Unione e della sua ragion d’essere, prima che uno strappo per alcuni parlamentari».

L’intervista di Massimo D’Alema ha Repubblica ha rinfocolato la già scottante polemica sull’uso della forza. La sinistra proprio non trova pace su questo?

Qui secondo me serve un punto di chiarezza. A mio avviso non si tratta tanto della discussione sull’uso della forza, che risulta ovvio quando sei di fronte al genocidio e il massacro. Il punto grave è la coniugazione tra l’uso della forza e l’esportazione della democrazia, che è una contraddizione in sé, perché la democrazia in quanto tale non è esportabile, perché è un processo che si fonda sull’autodeterminazione. Soprattutto, oggi come oggi, quello si configura come l’esportazione di un modello sociale, civile e istituzionale che – se fosse coerentemente applicato – ci porterebbe diritti a una guerra planetaria. E’ sbagliato e irrealistico aprire la porta all’uso arbitrario della forza.

Neanche legittimato dall’Onu?

Neanche un’Onu riformata può legittimare l’uso della forza per «esportare la democrazia». E credo che, se non si arriverà a chiarezza su questo prima del voto, rischiamo di innescare una bomba a orologeria che può far implodere l’intera alleanza.

Perché, ci sarebbero parlamentari che comunque non voterebbero mai un nuovo intervento militare?

Non è solo questo. Avremo una situazione di incertezza che coinvolgerebbe l’intera Unione. Non significherebbe la presa di distanza di un gruppetto di eletti, ma la liquidazione dell’alleanza.

In fondo la pace è forse la sola vera bandiera in positivo dell’Unione, oltre all’avversione al cavaliere. Ma perché allora da parte Ds, anche più che della Margherita, si insiste con la pace armata?

Credo che ci siano due aspetti. Il primo è di calcolo politico: attiene cioè alle alleanze e al rapporto con gli Stati uniti, alla ricerca di un filo di comunicazione con Washington. Il secondo è una convinzione ideologica. Ed è ciò che più mi inquieta: è l’ssolutizzazione del principio democratico, contraddicendone però la sostanza. La democrazia è tale solo quando è condivisa e conquistata dal popolo, non un totem in nome del quale si può fare tutto.

Invece i Ds chiedono il ritiro dall’Iraq ma dicendo che non voglioni il ritito…

Tutta colpa di un malinteso senso del realismo politico. E’ quello che ha portato il dibattito parlamentare al paradosso in cui il centrosinistra poteva ottenere un risultato importante ma non l’ha fatto. Parlo dell’impasse di un governo che subisce un’umiliazione da parte dell’alleato americano su un evento emblematico: perché è chiaro a tutti che l’assassinio di Calipari è una conseguenza diretta della guerra. Avevamo tutti gli strumenti per contestare l’atteggiamento dell’alleato, invece è diventato un gigantesco passo indietro. Perché l’Unione si è presentata con due mozioni per il ritiro e con un intervento della Fed (quello di Fassino, ndr) sostanzialmente attendista e contraddittorio, dato che Fassino ha affermato che il ritiro si può programmare sulla base di un’«evoluzione positiva» della realtà irachena. Ma di che evoluzione parla, con 200 morti in quattro giorni? Contraddice sia la realtà sia quello che abbiamo sempre affermato: che l’occupazione è un moltiplicatore del terrorismo, la validità dell’articolo 11 della Costituzione, l’errore della guerra preventiva. Tutto cacciato in un angolo. Siamo di fronte a una rimozione che diventa una capovolgimento di posizione. Ma se arriviamo al dibattito su rifinanziamento della missione a giugno in queste condizioni, andiamo in frantumi ancora una volta.

E invece c’è un punto di tenuta?

Senza fare voli pindarici, sto a quello che dice il candidato premier quando chiede di accelerare la riflessione sul ritiro delle nostra truppe. C’è un paese al giorno che se ne va. Su questo non ho dubbi: se non facessimo ciò che ha fatto Zapatero, apriremmo una crisi verticalecon la parte maggioriratira, se non la totalità, del nostro elettoralto.