Falluja, un genocidio invece del regicidio

Gli americani hanno messo a ferro e fuoco Falluja, all’inizio del Ramadan e si muovono per espugnarla (guerra di civiltà). La gente fugge, non c’è cibo né medicine e bende negli ospedali. La città resiste; il 99 per cento dei guerriglieri, dice un testimone intervistato dalla BBC, sono abitanti di Falluja. Ma i bombardamenti uccidono civili armati e disarmati, donne e bambini.
Le ragioni dell’attacco americano sono due. Una, di cui è persuasa la popolazione che ne è vittima, è quella di vendicare le gravi perdite subite dall’esercito americano all’inizio dell’anno proprio a Falluja. L’altra, ufficiale, è quella di arrestare o uccidere Abu Musab Al-Zarqawi, il giordano alleato di Al Qaeda in Iraq, che gli americani considerano il terrorista numero uno. I capi religiosi sunniti affermano che Al-Zarqawi non è nella città. Di lui del resto non si sa né se sia vivo, né dove stia, né se abbia una gamba o tutte e due. Tuttavia il suo nome basta a scatenare un inferno.

Nel passaggio dalle società primitive alla civiltà attuale, la logica sacrificale, invece di essere bandita, è stata rovesciata: prima “era bene che un uomo solo morisse per il popolo” (fu il motivo dell’uccisione di Gesù); adesso per annientare un uomo si uccide un popolo: il regicidio avviene nella forma del genocidio. Per Milosevic si è distrutta la Iugoslavia, per Osama bin Laden si è devastato l’Afghanistan, per Saddam Hussein si è straziato l’Iraq, per Al-Zarqawi si scatena l’ira su Falluja. Se per far fuori Reagan i sovietici avessero bombardato l’America, non staremmo qui a raccontarlo. Ma loro sapevano che il problema non era l’attore al potere, ma erano il potere, il sistema e i popoli.

Nella guerra che continua contro l’Iraq (perché si potrà pure non chiamare Resistenza, ma è evidente che l’Iraq combatte contro l’invasione) si manifestano tutti i caratteri della “nuova guerra” inaugurata e teorizzata da Bush: è una guerra infinita (solo gli Stati Uniti decideranno quando porvi fine), senza legge (illegittima l’ha definita perfino Kofi Annan), non assoggettabile al diritto umanitario di guerra (i prigionieri non sono prigionieri, contro la IV Convenzione di Ginevra, la scelta dei metodi e dei mezzi di guerra è illimitata, contro l’art. 35,1 del Protocollo aggiuntivo, per vincere nessun male è “superfluo” e nessuna sofferenza è “inutile”, contro l’art. 35,2, la popolazione civile non deve essere risparmiata, contro l’art. 48); una guerra, come fu detto, quale “non avete mai visto prima”.

Nel combattere questa guerra gli Stati Uniti non temono di sfigurare la propria i segue dalla prima pagina
Nel combattere questa guerra gli Stati Uniti non temono di sfigurare la propria immagine, da Guantanamo ad Abu Ghraib a Sadr city a Falluja; non si preoccupano più, come l’11 settembre, di «non essere amati»; e nel chiedere proprio su ciò il consenso per la sua rielezione, è come se Bush chiedesse a tutta l’America di offrirsi come oggetto universale di ripudio in cambio del dominio mondiale che le promette.

A non essere antiamericani, occorrerebbe in America battere Bush, e nel mondo aiutare gli Stati Uniti a cambiare strada.

Questo significa imporre la fine della guerra; il che vuol dire, con buona pace del prof. Sartori, cessare l’invasione, rinunziare all’occupazione, licenziare il governo Allawi che trasforma la guerra internazionale di aggressione in guerra civile.

Ma che cosa accadrebbe, si obietta, se si ponesse fine, col ritiro delle truppe, alla guerra? Accadrebbe il dopoguerra, che è un momento di massima creatività dei popoli; e, se non ci fosse la censura, sapremmo che in Iraq ci sono straordinarie forze della società civile, sia sul versante laico sia sul versante religioso, tanto musulmano che cristiano, pronte a impegnarsi per costruire uno Stato arabo-islamico di diritto, non diviso per etnie e confessioni, fondato sull’eguaglianza di tutti i cittadini e deciso ad assumere il dialogo come unico mezzo per avvicinare i punti di vista e superare i conflitti. E’ la piattaforma questa del National Foundation Congress, nato da una Conferenza nazionale interreligiosa e interculturale tenutasi a Bagdad l’8 maggio scorso, e di altre forze, contrarie all’occupazione e interessate al ripristino della politica, che anche in Occidente sarebbe bene cominciare ad ascoltare.