Falluja, un crimine del fosforo bianco e del silenzio

«Onestamente non sono a conoscenza di nessun civile ucciso» dichiarò il generale John Sattler, comandante del primo corpo di spedizione dei marines a Falluja dopo dieci giorni di bombardamenti e attacco di terra. Nel frattempo per scendere sul terreno di fronte a una guerriglia organizzata e in favore di terreno i suoi uomini usavano qualsiasi arma (fosforo, neo-napalm e bombe per i sotterranei da 900 chili), sparavano su chiunque fosse vivo, impedivano i soccorsi e avevano distrutto gli ospedali. Falluja è la dimostrazione dell’economicità della guerra infinita, minimizzare le proprie perdite con qualsiasi mezzo e massimizzare la manipolazione della verità e le bugie della “democrazia da esportare” al prezzo di enormi “danni collaterali” umani.

Due attacchi cento bombardamenti
Falluja viene attaccata via terra due volte (aprile e novembre 2004) in mezzo non si contano i bombardamenti “mirati” che lasciano sul terreno centinaia di morti. Le truppe Usa entrano in città senza combattere nell’aprile del 2003 e faranno fuoco su una manifestazione che gli chiede di andarsene (Human Rights Watch fece un dossier con nomi e cognomi dei responsabili dei 14 morti civili). Da quel momento le truppe di occupazione subiranno decine di autobombe, imboscate e tiri di granate con gravi perdite. I primi di aprile 2004 (dopo il massacro in città di quattro contractor della Blackwater), c’è il primo attacco: 800 morti di cui 600 civili e 34 soldati Usa, secondo Iraqi Body Count che ricostruisce casa per casa la battaglia. La città alla fine non viene occupata e diventa il simbolo della resistenza, a metà maggio festeggia addirittura la “vittoria” in piazza. I 18 gruppi guerriglieri coordinati da un Consiglio dei mujahidin con diverse presenze politiche e sfumature religiose cominciano a litigare.

La vendetta di novembre
Dopo una campagna estiva di bombardamenti, marines e truppe irachene attaccano la seconda volta l’8 novembre 2004 ed entrano in profondità. L’operazione è preceduta da febbrili trattative, una lettera di Kofi Annan a Bush, Blair e l’allora premier Allawi per scongiurare l’attacco e un preavviso di due giorni agli abitanti per lasciare la città: i maschi tra 12-50 anni saranno arrestati e chiunque rimarrà sarà considerato un nemico (annunciavano i marines). E sarà così, come testimonia l’esecuzione a freddo filmata dal cameraman della Nbc Kevin Sites, le testimonianze dei soldati (che si autoaccusano) citati da Diario e da RaiNews24 e molti giornalisti. Dopo due giorni la ricerca di Al-Zarkawi, obiettivo dell’operazione, non interessa più (“sarà fuggito” dice Rumsfeld), dei combattenti stranieri gli Usa ne trovano una dozzina su 1200-1600 morti da loro stimati e più di mille prigionieri, intanto si infiammano tutte le città del triangolo sunnita: un disastro militare che distrugge 30mila case e quasi tutte le infrastrutture. La città “delle moschee e della scienza” è diventata un luogo fantasma.

Smentiti da se stessi
L’ambasciata Usa di fronte all’eco del reportage di RaiNews24 smentisce duramente: “Le forze statunitensi non usano il napalm e il fosforo bianco come armi chimiche o come surrogato”. Il napalm è stato distrutto e il Mark 77 è stato usato solo all’inizio della guerra, quanto al fosforo bianco viene usato legittimamente solo “come fumogeno o per segnare gli obiettivi”. Il problema è che l’ambasciata Usa in Italia non legge “Field Artillery”, rivista bimestrale edita dall’esercito degli Stati Uniti che a pagina 26 del numero di marzo-aprile 2005, all’interno di un articolo intitolato “The Fight for Fallujah” (paragrafo 9, punto b), scrive del fosforo come di “un’arma effettiva e versatile”, usato con successo in missioni simpaticamente denominate “shake and bake” (scuoti e cuoci) ovvero stana il nemico e arrostiscilo. In mancanza di bombardamento mirato, i marines che “ripulivano” le case di Falluja ottenevano lo stesso effetto con una molotov fai-da-te: “Una parte di detersivo e due di gas da usare quando il contatto si verifica in una casa e il nemico deve essere fuso”, scrivono tre membri del Terzo battaglione-Quinto reggimento dei Marines (“For the records: Infantry Squad Tactics in Falluja”, pubblicato dal sito pro-guerra Soldiers for The Truth).

Non chiamatelo Napalm
Si chiama Mark 77 è l’erede del napalm (Mark 47) ed è l’unica bomba incendiaria ancora in servizio per attaccare solo strutture militari, da quando nel 1980 la “Convenzione su alcune armi convenzionali” ne ha proibito l’uso contro la popolazione (gli Usa non hanno sottoscritto). Il napalm del Vietnam è stato distrutto, ma esercito Usa (insieme a quello russo) continua a fabbricare e usare il Mark 77: 500 bombe durante la prima guerra del Golfo (soprattutto su campi petroliferi), una trentina nell’invasione del 2003, ma non chiamatelo “napalm” altrimenti negheranno.

Non solo RaiNews, la verità è internazionale
In Italia il primo a rilanciare le testimonianze del Centro per i diritti e la democrazia di Fallujah, della Mezzaluna rossa e di giornalisti indipendenti come Dahr Jamail, Micheal Burke e Mark Menninga fu l’Osservatorio Iraq di Un Ponte per … (www. osservatorioiraq. it). Nel maggio scorso nella prima ricostruzione italiana da noi scritta con Mario Portanova e Paola Gasparoli per Diario (disponibile su www. diario. it) ci siamo imbattuti in diversi giornalisti che avevano raccontato quasi tutto: Abdelkader As-Saadi di Al Arabyia e Fadhil Badrani della Bbc hanno descritto i morti per strada, l’impossibilità di fuga per i civili, gli spari a vista e gli strani fuochi accesi da bombe luminose; il fotografo dell’Ap Bilal Hussein ha denunciato il tiro ai civili che cercavano di mettersi in salvo sull’Eufrate; il cameraman Buran Fa’sa della rete libanese Lbc ha raccontato di feriti schiacciati dai carri armati; Fadil Ali ha prodotto per l’inglese Channel 4 un reportage con le stesse immagini di Ranucci su Falluja. Da allora ne hanno parlato media europei e statunitensi, ma sono sempre caduti nel silenzio. Chissà perché?