Falluja, un anno fa la carneficina oscurata

“Mass-killing”, uccisioni di massa con civili bruciati vivi, sparati mentre fuggivano e la negazione continua dei vertici militari americani: “Nessun civile è stato ucciso a Falluja”. Basterebbe questo per fare della città al centro del triangolo sunnita iracheno la metafora di questa guerra. Decine di testimoni oculari (esponenti politici, medici, operatori umanitari) e poi le inchieste giornalistiche in Usa, Gran Bretagna, Italia dimostrano che a Falluja è andata in scena la summa della violenza, dell’assenza di regole, del disprezzo della democrazia della “guerra infinita” di Mr. Bush e soci, e che tutti, esperti militari in primis, sapevano del probabile disastro (“sarebbe una mattanza” scriveva il generale italiano Fabio Mini sul Corriere a settembre 2004). Ma marines, settimo cavalleggeri e truppe governative irachene attaccarono lo stesso per “far piazza pulita del santuario dei terroristi” e fu la fine della città. A un anno esatto dall’operazione “Al Fajr” (l’alba, prima si doveva chiamare “furia fantasma”), iniziata l’8 novembre 2004 con la presa e l’evacuazione dell’ospedale centrale, Falluja è ancora una città geopardizzata da distruzioni di massa (37mila case per mezzo miliardo di dollari di ricostruzioni), separata da posti di blocco invalicabili, stremata dal razionamento di acqua ed elettricità. Lo dice anche l’Unami (la missione Onu in Irak), un cui funzionario aggiunge: «Gli americani volevano eliminare Falluja e ci sono riusciti … la città non è più una vera entità sociale dell’Iraq». Un tempo Falluja aveva 350mila abitanti adesso tra sfollati mai rientrati, feriti e morti non ne ha più di 250mila. Ma quanti sono i morti dell’invasione di novembre? Nessuno lo sa: 1200 “combattenti” secondo gli americani (e 51 soldati Usa), ma tra fosse comuni, cadaveri nei giardini o bruciati, il conto non torna. E i feriti? Nessun dato disponibile. D’altronde gli ospedali occupati o colpiti (almeno due) dalle truppe Usa erano inutilizzabili, solo dopo una settimana dall’attacco si formarono in città le prime squadre di soccorso e 20 giorni dopo la Croce rossa fu autorizzata a entrare.

Nel maggio scorso con Mario Portanova e Paola Gasparoli abbiamo ricostruito la storia di questo eccidio omesso dall’attualità per Diario (Liberazione ne diede notizia in anteprima, adesso l’intera storia è su www. diario. it). Poi sono arrivate le conferme di tanti altri giornalisti e infine le immagini dure, senza scampo di Sigfrido Ranucci per RaiNews24 che ripercorre la storia (con le stesse fonti) fino in Colorado con le interviste a due militari americani, Jeff Hengleheart e Garrett Reppenhagen, che raccontano di bombe al fosforo usate in città, di tiri ai civili in fuga, di ordini via radio di fare attenzione ai bombardamenti al Mk77 (il vecchio napalm riqualificato e rinominato per evitare il bando internazionale). L’avevano detto a noi a maggio, l’hanno ripetuto a RaiNews24, lo hanno ribadito anche ieri alla televisione americana in un contraddittorio con esponenti del Pentagono. L’esercito Usa ha utilizzato bombe al fosforo in città a Falluja per bruciare le case (con tutto e tutti quelli che c’erano dentro). Non sono gli unici a dirlo, basta farsi un giro approfondito sui diversi siti ufficiali di marines e corpi di spedizione. Per quanto riguarda il Mark77 è ammessa la presenza e l’uso (ma solo nella prima fase della guerra). Ma nel campo del non convenzionale c’è ancora di più: “Una parte di detersivo e due di gas da usare quando il contatto si verifica in una casa e il nemico deve essere fuso”, è il report firmato da tre marines sul sito pro-guerra “Soldati per la verità” che descrive tecniche per “ripulire le case” a Falluja. L’esercito più tecnologico e forte del mondo usava anche molotov fai-da-te pur di spianarsi la strada.

Ma perché non si è saputo prima? I giornalisti di Falluja non sono stati creduti. Abdelkader As-Saadi di Al Arabyia e Fadhil Badrani della Bbc hanno descritto da subito l’invasione, i morti per strada, l’impossibilità di fuga per i civili, gli spari a vista e i strani fuochi accesi da bombe luminose. Nessuno li ha ripresi (ma As-Saadi è stato arrestato dagli americani). Il fotografo dell’Ap Bilal Hussein, fuggito a piedi, denuncia il tiro ai civili che cercavano di mettersi in salvo sull’Eufrate. Il cameraman Buran Fa’sa della rete libanese Lbc, arrestato e maltrattato, racconta di feriti per strada schiacciati dai carri armati. Wa’el Issam di Al Arabyia è arrestato nel marzo 2005 all’aeroporto di Baghdad mentre cerca di rientrare ad Abu Dabi con dei filmati su Falluja. E’ andata meglio allo statunitense Kevin Sites della Nbc che riprende l’esecuzione a freddo di un uomo ferito e sdraiato dentro una moschea. Accusato di disfattismo, perderà il posto, mentre il marine verrà assolto dal tribunale militare per mancanza di prove. Grazie al lavoro di videomaker indipendenti come Dahr Jamail, Micheal Burke e Mark Menning (a cui misteriosamente rubano negli Usa tutto il girato) cominciano a diffondersi immagini di cimiteri, cadaveri, case. Il grosso del materiale è un video in presa diretta sulle prime squadre di soccorso realizzato dal Centro studi per la democrazia e i diritti umani di Falluja: sono le immagini utilizzate da Fadil Ali per un reportage su Channel 4 in Gran Bretagna e da Ranucci per RaiNews 24, con decine di corpi bruciati all’osso, sfigurati e anneriti ma con gli abiti appiccicati, alcuni senza ferite, altri sventrati nei letti a corpi di mitraglia. Arcoiris lo distribuisce gratis su www. arcoiris. tv (68mila persone lo hanno già scaricato).

I giornalisti non potrebbero sapere molto di questa battaglia senza medici, operatori umanitari, imprenditori della città che riferiscono vie e nomi e fanno uscire documenti dell’obitorio militare, rischiano la vita per raccontare. Piccole formiche della verità che scavano tra le macerie. Uno di questi è Mohamed Tareq Al-Deraji, 33 anni, biotecnologo direttore del Centro per i diritti umani che ha portato la sua denuncia ovunque. E’ uno degli uomini che provò la mediazione con il governo di Allawi nel 2004 per evitare il secondo attacco alla città dopo quello di aprile e che a settembre firmò con decine di personalità una richiesta di intervento dell’Onu a Falluja (nessuno lo riprese, eppure era la città “covo dei terroristi”, così veniva descritta, che chiedeva la protezione dell’Onu). Scongiurerà l’attacco anche Kofi Annan con una lettera, ma Usa e governo iracheno, in mezzo alle trattative, chiedono la consegna di Al Zarkawi quando in diverse moschee veniva appeso da gruppi della resistenza una condanna a morte del terrorista giordano. La rielezione di Bush ha spinto Falluja verso il baratro. Gli attacchi alle truppe si sono moltiplicati attorno e nelle altre province, i guerriglieri organizzati si sono spostati; a Falluja sono rimasti i fantasmi. Per gli Usa la battaglia sarà un film holliwodyano in uscita (“No true glory”) e un caso d’accademia di come non condurre un assalto. Ma qualcuno risponderà di questo e di tutto ciò che ancora rimane da chiarire, sapere, disseppellire in Iraq?