Falluja, Guernica irachena

Il generale di brigata dei marines John Sattler, meglio noto tra sciiti e sunniti moderati come «il macellaio di Falluja», ha manifestato grande soddisfazione per il successo della sua missione. Riecheggiando l’infausto annuncio del maresciallo di Francia Horace Bastioni, «la tranquillité règne a Varsovie», ha dichiarato a Wolf Blitzer della Cnn: «Oggi Falluja è uno dei luoghi più sicuri dell’intero Iraq». Ha aggiunto alcuni dati a riprova: 2000 insorti uccisi, 100.000 dei 300.000 abitanti rientrati nelle loro abitazioni. Quanto siano «sicuri» la città e qualsiasi altro centro del paese è dimostrato dal fatto che l’intervista, alla vigilia del richiamo in patria del generale, è stata effettuata da Blitzer ben lontano dal teatro di guerra e cioè a Kuwait City; tutti gli altri dati sono stati peraltro contestati dalla Croce rossa internazionale, dalla Mezzaluna rossa, dall’alto funzionario della sanità irachena Khalid as-Shaykhli, da Reporters sans Frontières, da Human Rights Watch e persino da quegli enti internazionali più o meno allineati sulle posizioni dell’amministrazione Bush.

I pochi testimoni oculari che sono riusciti a penetrare la cortina di ferro eretta dalle forze di occupazione intorno alla città hanno presentato una immagine terrificante delle devastazioni e dei massacri perpetrati a Falluja dai marines. Ferrea la censura imposta dalle autorità americane e caro il prezzo pagato direttamente o indirettamente da quei giornalisti non «embedded» che hanno cercato di intervistare i profughi e di far affiorare con altri mezzi la verità su quanto accaduto dal novembre scorso al marzo di quest’anno: i casi più noti sono quelli di Giuliana Sgrena, Florence Aubenas, Hussein Hanoun, un cameraman iracheno della Cbs arrestato a Mosul, il giornalista della rete Al-Arabya Wael Issam, anche lui arrestato all’aeroporto di Baghdad perché trovato in possesso di alcuni filmati amatoriali girati tra le rovine di Falluja, e molti altri ancora espulsi con fittizie motivazioni dall’Iraq.
Il tutto nel quadro a più fosche tinte dei 14 operatori dell’informazione ammazzati dai militari Usa negli ultimi 18 mesi. Le esclusioni e le rappresaglie contro i testimoni indesiderati sono state accompagnate da restrizioni altrettanto severe sui profughi riammessi nella città: 20 mila circa, e non i 100 mila di cui ha parlato il generale dei marines, tutti soggetti a identificazioni bio-metriche, foto segnaletiche, impronte digitali e a severe limitazioni dei loro movimenti. Proibito anche il ritorno a quegli abitanti della città nati altrove.

Un «blackout» totale dunque, perché il mondo non deve sapere di quali nefandezze si sono macchiate le forze occupanti, anche se il Pentagono non è riuscito a sopprimere tutte le testimonianze: come quella resa dal su menzionato Khalid as-Shaykhli, dirigente della sanità irachena e quindi non sospetta fonte governativa, che in una conferenza stampa del 16 marzo, trasmessa in diretta da Al-Jazeera e ignorata da tutti i giornalisti occidentali presenti, ha testualmente dichiarato: «Le indagini condotte da una mia squadra di medici hanno provato che le forze di occupazione hanno fatto ricorso a sostanze messe al bando dalla comunità internazionale come l’iprite, il gas nervino e il napalm». L’impiego di queste armi di distruzione di massa è stato accompagnato, prima ancora dell’offensiva scatenata dai carri armati Abrams in dotazione a 10 mila marines, da tre mesi di intensi bombardamenti aerei con F-16 e elicotteri da combattimento.

I conti, quelli del generale John Sattler, non tornano affatto: ai 2000 cosidetti insorti uccisi devono aggiungersi altre migliaia di civili periti sotto il fuoco americano; se è poi fosse vero che il numero dei profughi riammessi nella città devastata è di 100.000, che fine hano fatto gli altri 200.000? Secondo la Mezzaluna rossa ed altre organizzazioni umanitarie che operano sul campo sono poco più di 100.000 quelli rintracciati nelle tendopoli di Baghdad e dintorni. Calcolando che ammontino a 40 o 50mila quelli dispersi in case di parenti o amici nell’intero Iraq, ne mancano all’appello altri 50.000.

Johnathan Steele e Dahr Jamail hanno scritto sul britannico Guardian che «Falluja è la nostra Guernica». Una analogia approssimativa per difetto perché statisticamente inesatta: il 26 aprile 1937 il bombardamento «sperimentale»degli aerei tedeschi della legione Condor uccise circa 1.500 civili nella cittadina spagnola e tutto induce a credere che l’eccidio protratto e ad alta tecnologia di Falluja abbia mietuto un numero ben più elevato di vittime. Nella storia senza fine della umana barbarie Coventry e Dresda potrebbero fornire paragoni più calzanti.

Troppo facile ma non meno calzante la citazione di Cornelio Tacito: «Lì dove fanno un deserto, lo chiamano pace».