Falluja, come si uccide una città

Il Dott. Salam Ismael ha portato aiuti a Falluja, un mese fa: ecco il racconto della sua visita.

La prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore, un effluvio difficile da descrivere, e che non dimenticherò mai. L’odore della morte. Centinaia di cadaveri erano in decomposizione nelle case, nei giardini e nelle strade di Falluja. Corpi che si putrefacevano là dove erano caduti – corpi di uomini, di donne e di bambini, molti semi-divorati dai cani randagi.
Un’ondata di odio aveva spazzato via due terzi della città, distruggendo case e moschee, scuole e ospedali. Era questo il potere terribile e spaventoso dell’assalto militare statunitense.

I racconti che ho sentito nei giorni successivi rimarranno nella mia mente finché vivrò. Qualcuno forse penserà di sapere già che cosa è avvenuto a Fallujah, ma la verità è molto peggiore dell’immaginazione.

A Saqlawiya, uno dei campi profughi provvisori intorno a Falluja, abbiamo incontrato una ragazza di diciassette anni. «Mi chiamo Hudda Fawzi Salam Issawi e sono del distretto di Jolan, a Falluja», mi ha detto. «Cinque di noi, tra cui un mio vicino cinquantacinquenne, sono rimasti intrappolati in casa a Falluja durante l’assedio». «Il 9 novembre, sono arrivati a casa i marines americani. Sono andati ad aprire mio padre e il nostro vicino. Noi non siamo certo dei rivoltosi, e pensavamo di non avere nulla da temere. Sono corsa in cucina per mettermi il velo, perché stavano per entrare in casa degli uomini e sarebbe stato sbagliato se mi avessero vista con i capelli scoperti. E’ stato questo a salvarmi la vita. Appena mio padre e il vicino si sono affacciati alla porta, gli americani hanno aperto il fuoco. La morte è stata istantanea». «Mio fratello tredicenne ed io ci siamo nascosti in cucina dietro il frigorifero. I soldati hanno fatto irruzione, hanno preso mia sorella maggiore e l’hanno picchiata, poi le hanno sparato. Ma io non sono stata notata. Ben presto, se ne sono andati, ma non prima di avere distrutto i nostri mobili e avere rubato tutti i soldi che mio padre aveva in tasca».

Hudda mi ha detto di aver confortato sua sorella morente leggendole dei versetti del Corano. La sorella è spirata dopo quattro ore. Per tre giorni, Hudda e il fratello sono rimasti accanto ai cadaveri dei loro parenti: ma avevano sete, e da mangiare avevano solo una manciata di datteri. Temevano il ritorno dei soldati, e così hanno deciso di lasciare la città: ma sono stati intercettati da un cecchino statunitense.
Hudda è stata colpita da un proiettile a una gamba; suo fratello ha cercato di scappare, ma è stato colpito alla schiena ed è morto sul colpo. «Mi stavo preparando a morire», mi ha detto, «ma poi mi ha trovata una donna soldato americana e mi ha portato in ospedale». A quel punto, Hudda ha potuto ricongiungersi con i sopravvissuti della sua famiglia.

Ho incontrato anche i superstiti di un’altra famiglia del distretto di Jolan, e mi hanno detto che, al termine della seconda settimana di assedio, le truppe statunitensi hanno messo a ferro e fuoco Jolan. La Guardia Nazionale irachena utilizzava degli altoparlanti per avvertire la popolazione che doveva uscire di casa ed esibire una bandiera bianca, portando con sé i propri effetti personali. L’ordine era di riunirsi all’esterno della moschea di Jamah al-Kurkan, in pieno centro.

Il 12 novembre, Eyad Naji Latif e otto membri della sua famiglia – tra cui un bambino di sei mesi – hanno raccolto i loro averi e si sono incamminati in fila indiana, come da ordini impartiti, in direzione della moschea.

Non appena giunti sulla strada principale adiacente alla moschea, hanno udito qualcuno urlare, ma non riuscivano a capire che cosa dicesse. Eyad mi ha detto che sembrava un “now” (ora) in inglese. Poi sono iniziati gli spari. Sono comparsi dei soldati statunitensi sui tetti delle case circostanti, e hanno aperto il fuoco. Il padre di Eyad è stato colpito al cuore e sua madre al petto.

Entrambi sono morti sul colpo. Anche due fratelli di Eyad sono stati colpiti, uno al petto e l’altro al collo, mentre due donne sono state colpite a una mano e a una gamba. Poi i cecchini hanno ucciso la moglie di uno dei fratelli di Eyad. Non appena è caduta a terra, il figlioletto di cinque anni è corso da lei e si è sdraiato sul suo cadavere. Poi i cecchini hanno ucciso anche il bambino. I sopravvissuti, in preda alla disperazione, pregavano i soldati di smettere di sparare.

Ma Eyad mi ha detto che non appena qualcuno cercava di sventolare la bandiera bianca, i militari sparavano. Dopo diverse ore, Eyad stesso ha cercato di alzare la mano dentro cui stringeva la bandiera: ma loro gli hanno sparato alla mano.

I cinque sopravvissuti, tra cui anche il bimbo di sei mesi, sono rimasti stesi in strada per sette ore. In seguito, quattro di loro si sono trascinati fino alla casa più vicina per chiedere aiuto. La mattina successiva, anche il fratello colpito al collo è riuscito a trascinarsi in salvo. Sono rimasti tutti in quella casa per otto giorni, mangiando solo radici e con un solo bicchiere d’acqua che hanno conservato per il neonato. L’ottavo giorno, sono stati scoperti da alcuni membri della Guardia Nazionale irachena e sono stati portati in ospedale a Fallujah: ma qui hanno saputo che gli americani avevano preso ad arrestare tutti gli uomini giovani, così sono fuggiti dall’ospedale per recarsi in una città vicina, dove hanno ricevuto le cure del caso.

Nessuno di loro sa con certezza che cosa sia avvenuto alle altre famiglie che avevano ottemperato all’ordine di recarsi presso la moschea. Tuttavia, mi hanno detto che per le strade, scorrevano rivoli di sangue. Io ero stato a Fallujah in gennaio con un convoglio umanitario finanziato da donazioni provenienti dalla Gran Bretagna.

Il nostro piccolo convoglio, composto di camion e furgoni, portava 15 tonnellate di farina, otto tonnellate di riso, medicinali e 900 capi di abbigliamento destinati agli orfani. Sapevamo che migliaia di profughi si trovavano accampati in condizioni pessime all’interno di quattro campo nella periferia della città.

Fu là che ascoltammo racconti di famiglie massacrate nelle loro case, di feriti trascinati per le strade e investiti con i carri armati, di un container in cui erano stipati i corpi di 481 civili, di omicidi premeditati, di saccheggi e di atti di violenza e di crudeltà oltre ogni immaginazione.

Tra le rovine
Ecco perché abbiamo deciso di entrare a Fallujah per indagare. Quando siamo entrati, a malapena sono riuscito a riconoscere il luogo dove avevo prestato servizio medico nell’aprile 2004, nel corso del primo assedio.

Abbiamo visto persone aggirarsi come fantasmi tra le rovine; alcuni cercavano i cadaveri dei loro parenti, mentre altri tentavano di recuperare i loro effetti personali nelle rovine delle loro abitazioni.

Qua e là, c’erano capannelli di persone in coda per la benzina o per il cibo. In una delle file, un gruppetto di sopravvissuti si accapigliava per aggiudicarsi una coperta.0065
Ricordo che mi ha avvicinato una signora anziana, con gli occhi congestionati dalle lacrime. Mi ha afferrato per un braccio e mi ha detto che la sua casa era stata colpita da una bomba statunitense durante un raid aereo: il soffitto era crollato addosso al figlio diciannovenne, mozzandogli di netto le gambe.

Non era riuscita a trovare nessuno che la aiutasse. Non aveva potuto scendere in strada perché gli americani avevano piazzato dei cecchini sui tetti e ammazzavano chiunque si avventurasse all’esterno, anche di notte. Aveva fatto del suo meglio per fermare l’emorragia, ma non ci era riuscita. Era rimasta accanto al figlio, il suo unico figlio, fino a quando non è morto, ben quattro ore dopo.

L’ospedale principale di Fallujah è stato occupato dalle truppe americane durante i primi giorni dell’assedio. C’è solo un altro nosocomio, l’Hey Nazzal, ma anche questo è stato colpito due volte da missili americani, mandando in fumo tutti i farmaci e le attrezzature sanitarie. Non c’erano ambulanze: le uniche due ambulanze a soccorso dei feriti erano state colpite e distrutte dai soldati statunitensi.

Abbiamo fatto visita a una serie di case del distretto di Jolan, un umile quartiere di lavoratori nella parte nord-occidentale della città, centro della resistenza durante l’assedio di aprile.

Durante il secondo assedio, il quartiere sembrava oggetto di una vera e propria missione punitiva. Siamo passati di casa in casa, e abbiamo scoperto intere famiglie assassinate nei loro letti, oppure in salotto o in cucina. In ogni singola casa, i mobili erano stati distrutti e gli oggetti erano sparsi ovunque.

In alcuni casi abbiamo anche trovato cadaveri di combattenti, vestiti di nero e con cinture piene di munizioni.

Ma nella maggioranza delle case che abbiamo visto, i cadaveri appartenevano a civili. Molti erano in vestaglia, molte donne non erano velate – segno che in casa non c’erano altri uomini a parte i loro familiari. Non c’erano armi, né cartucce esplose.

Abbiamo subito compreso di trovarci sulla scena di un massacro, di una strage condotta a sangue freddo su civili inermi e indifesi.

Nessuno sa quante persone siano morte. Le forze di occupazione ora stanno demolendo i quartieri interessati per coprire le tracce dei loro crimini. Quello che è avvenuto a Fallujah è un atto di barbarie, e tutto il mondo deve conoscere la verità.

Il Dott. Salam Ismael, 28 anni, era coordinatore dei medici in apprendistato a Baghdad prima dell’invasione dell’Iraq. Nell’aprile 2004, si è recato a Fallujah, dove ha curato i feriti del primo assedio alla città. Alla fine del 2004, si è recato in Gran Bretagna per raccogliere fondi per un convoglio di aiuti umanitari da inviare a Fallujah, ma il governo britannico ora non vuole ascoltare la sua testimonianza. Saebbe dovuto tornare in Gran Bretagna la scorsa settimana per tenere una serie di incontri pubblici con i sindacati e con le associazioni pacifiste, ma gli è stato negato il visto. La ragione che è stata addotta è che già l’anno scorso Ismael aveva ricevuto un rimborso spese, a copertura dei costi di viaggio sostenuti per recarsi in Gran Bretagna, e che questo si configurava come “lavoro nero”.

Il Dott. Salam Ismael vuole solo dire la verità, ma sembra che la libertà che Bush e Blair affermano di voler far vincere in Iraq non si estenda fino a consentire ai cittadini iracheni di muoversi liberamente.

Questa settimana è partita una serie di denunce, sostenute dalla coalizione Stop the War, volte a permettere al Dott. Salam Ismael di tornare in Gran Bretagna.

Dal sito Information Clearing House, www. informationclearinghouse. info

Traduzione di Sabrina Fusari