Fabio Sargentini: molto più di un gallerista

Correva l’anno 1973. Fabio Sargentini, insieme a Lucio Amelio (il geniale gallerista napoletano), era a Dusseldorf. Dovevano incontrare Beuys. Ma l’appuntamento saltò e allora i due decisero di fare il giro delle gallerie della città. Quando furono da Schmela, Sargentini che allora aveva 34 anni, un sacco di energie e una buona dose di sana follia, vide la porta di Duchamp. Per i non addetti ai lavori si deve precisare che “la porta” non è un quadro e nemmeno una scultura. E’ una porta, proprio tale e quale a una porta, che veniva dallo studio di Duchamp e come il famosissimo “orinatoio” rappresentava forse il più tipico dei ready-made. Quella cosa lì costava allora 70 milioni, l’equivalente di due appartamenti. Sargentini che non era povero ma nemmeno ricco sfondato, vendette due appartamenti di famiglia e comprò la porta. La madre del gallerista romano, che a quel tempo era gia famoso, non ne fu contenta. Anzi sembra che, appresa la notizia, scoppiasse in lacrime. Del resto come si potevano scambiare due appartamenti… con una comune porta verniciata di bianco.
La breve storia ha un seguito, se si può, ancora più incredibile. Nel ’78 l’opera fu richiesta a Sargentini dalla Biennale di Venezia. Capitò che due operai zelanti, addetti ai lavori di allestimento, videro la porta un po’ scrostata e ingrigita dal tempo e decisero di ripittarla. Lo fecero puntualmente procurando, senza volerlo, un danno all’arte contemporanea simile a quello prodotto dal martellatore pazzo de “La Pietà” di Michelangelo per l’arte rinascimentale.
Fabio Sargentini è nato a Roma il 26 agosto del 1939. Ed è conosciuto come il gallerista d’avanguardia che più si è adoperato per abbattere gli steccati che artificialmente dividono le arti. Non solo pittura e scultura contemporanee, ma performances, teatro, musica, danza hanno vissuto momenti esaltanti nelle sue “gallerie” romane: l’”Attico” di Piazza di Spagna lasciatogli dal padre, il formidabile “Garage” di Via Beccaria, dopo il 68 e, dal ’72 in poi: la sede in Via del Paradiso, ancora oggi e, più che mai, attiva.
In prima persona egli ha messo in scena numerose pieces teatrali. Fra queste spiccano “Peter Pan” e “Ballerina” (Teatro Beat 72, 1979) che segnano l’avvento in Italia del teatro concettuale. Dal 2003, ritorna alla regia teatrale insieme ad Elsa Agalbato. Nascono e sono rappresentate: “Il sogno di Orfeo”, “Lui?”, “Ragazzaccio!”, “Boi ton sang, Beaumanoire”, “Happy journey”. Sul versante letterario pubblica, fra l’altro, “L’amico della luna”, “Diario per modo di dire”, “Il balcone di Trilussa, “Il pescatore di perle”, “Diaretto teatrale” e raccolte di poesie.
L’episodio narrato all’inizio e queste breve note biografiche almeno due cose dimostrano.
La prima corrisponde all’evidenza di una qualità innata in Sargentini: quella di vedere e capire nel medesimo istante le cose e le persone. Non per via di ragionamento, evidentemente, ma per così dire “per via di rapina”. Rapina dall’ancora non accaduto, dall’opacità di un presente inespresso di cui tuttavia egli è in grado di intuire, ove esista, la potenzialità dirompente. Sarà così per il sodalizio, fondamentale per la storia dell’arte italiana e internazionale, con Pino Pascali e Jannis Kounellis. Riconosciuti entrambi come talenti formidabili in una fase precocissima della loro maturazione. E lanciati entrambi sulla scena romana, nazionale e internazionale. A Pascali purtroppo la sorte concesse poco tempo per sostanziare le enormi potenzialità naturali (morirà per un incidente di moto nel ‘68 a soli 33 anni, come Gesù Cristo). Con Kounellis la sorte sarà più benevola, consentendogli di muovere i primi fondamentali passi all’Attico di Piazza di Spagna e quindi al garage (si pensi alla mostra dei Cavalli del ’69 destinata a diventare storica). Senza contare le mostre che anticiparono l’Arte povera (in particolare “Fuoco immagine acqua terra” del ’67), il periodo irripetibile e fiammeggiante delle performances (siamo negli anni Settanta) che vide approdare all’Attico personaggi straordinari e internazionali, la scoperta di tre degli artisti destinati a comporre il “gruppo-non gruppo” della Nuova Scuola romana di San Lorenzo: Nunzio, Pizzi Cannella e Tirelli.
La seconda cosa che, alla luce di quanto sin qui riferito, appare evidente è che Fabio Sargentini ha incarnato e incarna un ideale squisitamente italiano di nobile sincretismo, culturale e creativo, che oggi più che mai rappresenta un valore, da difendere almeno come le specie a rischio di estinzione. Contro la pochezza del pensiero unico dei nullapensanti e lo specialismo presuntuoso dei super-esperti di settore, tutti ansiosi di cogliere, alla stregua di pellerorossa con le orecchie schiacciate a terra, i suggerimenti delle mode e gli orientamenti del mercato.
Gente come Sargentini la cultura la fa, non la subisce. Egli fa parte di quella schiera ristretta di intellettuali e artisti curiosi giustamente di tutto, di quei cultori consapevoli di una forma molto speciale di “dilettantismo di lusso”. Alla Savinio ( ne fu un teorico) il quale dipinse, scrisse e fu grande musicista. Alla Carlo Levi che fu pittore, letterato e poeta (oltre che medico e indomabile antifascista). Alla Caccioppoli che fu matematico straordinario ma anche pianista superbo e irrequieto, formidabile esperto di cinema e di letteratura.
Vedere Sargentini aggirarsi fra le stanze della sua galleria di via del Paradiso, con il tronco eretto come un ballerino (è sempre stato uno sportivo e un praticante assiduo del tennis da tavolo) e un fiore fra le dita che ogni tanto porta alle narici per aspirarne il profumo con voluttà, fa pensare a una scenetta alla Oscar Wilde. Ma la cosa non solo non disturba ma appare lecita e coerente con una tradizione nobile e laica. Quella di un dandismo inteso non come una stracca manifestazione di retorico gusto decadente ma, piuttosto, come l’occasione di un “essere-apparire diversi” rispetto agli stereotipi di una vuota “modernità postmoderna”. Caccioppoli, che conosciamo bene per averne studiato la vita e la straordinaria personalità, aveva sempre una gardenia all’occhiello, la sciarpa di seta e l’immancabile Aquascutum stretto in vita, anche se sotto indossava solo una canottiera e la notte frequentava il sottoproletariato napoletano.
Una occasione ulteriore per essere diverso Sargentini se l’è concessa realizzando l’ultima delle sue invenzioni, in scena in questi giorni nel suo spazio di Via del Paradiso. Una cosa fra performance, arte visiva e letteratura. Il titolo di questo evento prende in prestito il celebre epitaffio di Duchamp (torna il genio della porta, come quello della lampada di Aladino): “D’altronde sono sempre gli altri che muoiono”. Dal 3 al 26 marzo ogni pomeriggio alle ore 19 un protagonista dell’arte, della critica d’arte, della letteratura o del cinema è chiamato a scrivere su una parete della galleria il suo epitaffio. “Ognuno dei partecipanti – si legge nella presentazione – è chiamato a scrivere sul muro bianco, nei modi che riterrà più opportuni, le sue scarnificate ponderate parole. La sera dopo, su quello stesso muro, mondato, apparirà un’altra scritta lapidaria”. Il primo a vergare con il carboncino il bianco della parete è stato Pizzi Cannella, l’ultima sarà la figlia del gallerista, Fabiana. Fra il primo e l’ultima, tanti nomi: Morando Morandini, Valerio Magrelli, Achille Bonito Oliva, Enzo Cucchi, Vittorio Rubiu, Marco Lodoli, Alberto Boatto e tanti altri. La sera del 9 marzo, Giancarlo Limoni, pittore romano, ha scritto: “Che la terra mi sia lieve come il fumo di una sigaretta”. Tutti hanno applaudito. Mentre Sargentini si aggirava soddisfatto fra gli astanti. Forse, tenendo un fiore fra le dita.