Ex-Timavo: escono i padroni, la dirigono gli operai

L’apparentemente inarrestabile crisi del settore tessile-abbigliamento, un assessorato provinciale al contrasto delle crisi industriali retto da Rifondazione Comunista, un sindacato disponibile a sperimentazioni avanzate, l’occupazione della fabbrica per piegare le ultime resistenze padronali: questi gli ingredienti di una miscela che ha portato 90 lavoratori dell’ex Timavo & Tivene di Bollate, nell’hinterland di Milano, a “comprarsi” la fabbrica. Potrebbe sembrare una “semplice” azione di autogestione, un qualche tentativo di autoimprenditorialità per tentare di salvare disperatamente qualche posto di lavoro, invece questo “nuovo esperimento sociale” può essere qualcosa di più.
Nel centro-nord Italia esistono una dozzina di medie tintorie tessili come la Timavo e quando la crisi si stabilizzerà, sul campo ne rimarranno la metà. I ragionamenti che oramai circolano – dalla Camera della Moda (gli industriali del settore) fino al sindacato – sono basati sull’inevitabilità strutturale che una serie di aziende del comparto intermedio della filiera moda dovranno per forza sopravvivere, perché una quota delle commesse nazionali, per le caratteristiche di questo punto della filiera del tessile, non possono emigrare, ma devono avere dei servizi sullo stesso territorio, logisticamente vicini. Effettivamente già nell’ultimo anno lo stabilimento di Bollate era quasi in pareggio, non più in caduta libera, si poteva resistere e salvare il lavoro se non fosse che per i padroni quello non si presentava più come un intervento sicuro e remunerativo. E poi c’era l’area.

Se non ci fossero stati i lavoratori in mezzo, l’area immobiliare, nel bel mezzo di Bollate, sarebbe diventato il vero affare. Invece, lunedì 6 Marzo, i lavoratori costituiscono una loro società, con l’appoggio politico ed economico della Provincia di Milano e del Comune di Bollate, e rilevano di fatto l’azienda, concorrendo alla nuova impresa con le quote corrispondenti alla 14ª mensilità.

L’occupazione della fabbrica, il blocco delle merci, uniti con una forte pressione istituzionale, hanno convinto la vecchia proprietà a firmare dei contratti d’affitto che permetteranno ai nuovi lavoratori/proprietari di continuare la produzione. E’ una novità ed è una sfida.

Con una caratteristica: nel mentre i padroni abbandonano uno scenario produttivo a rischio, i manager scelgono invece di seguire i lavoratori. Infatti l’Agenzia di Sviluppo Milano Metropoli, società che la Provincia ha promosso per sostenere progetti di reindustrializzazione, è intervenuta a sostegno dei lavoratori con risorse finanziarie e con disponibilità manageriali.

La convinzione diffusa tra i lavoratori e il management è che se si riuscirà a superare l’anno in corso mantenendo le necessarie quote di mercato, sarà garantito il futuro dell’azienda. La scommessa è tutta aperta. Comunque sia il tentativo, seppur applicato a un’azienda con un centinaio di dipendenti, non può non lasciare il segno.

Il messaggio è che non sempre davanti a una proprietà che abdica, davanti a una crisi, per quanto difficile, ci si deve rassegnare a una distruzione produttiva. Per la struttura pubblica non si tratta di fare inconcludenti interventi a pioggia, scucire quattrini pubblici per rendere meno aspra la chiusura degli stabilimenti, ma bensì di supportare e orientare progettualità ben definite per tenerli aperti gli stabilimenti.

Si apre un nuovo scenario dove i lavoratori, da vittime sacrificali delle crisi, decidono di essere le leve, non per forza esclusive, di nuovi e vitali assetti proprietari. Il caso della ex Timavo è un esperimento che va in questa direzione, destando forse qualche perplessità fra chi non vuole osare soluzioni innovative nel mondo del lavoro.

* assessore provinciale al contrasto delle crisi industriali