Evo Morales, il candidato

Il leader dei cocaleros e del Mas proclamato a Cochabamba: «Possiamo vincere»
Elezioni in Bolivia E’ cominciata la corsa per le presidenziali di dicembre. Anche la destra ha già scelto i suoi uomini. Uno sponsor involontario: l’ambasciatore Usa

COCHABAMBA
In un clima di pronunciato ottimismo Evo Morales, il leader del Movimiento al Socialismo, è stato proclamato ufficialmente domenica scorsa candidato presidenziale della principale forza della sinistra boliviana per le elezioni del 4 dicembre 2005. «Solo un uomo nato in Bolivia, che conosce la fame e la miseria, può garantire la fine dell’esclusione sociale», ha detto il deputato del Mas Santos Ramirez nel corso della cerimonia dell’investitura che si è svolta a Cochabamba, la culla politica del leader cocalero. «Per la prima volta nella nostra storia possiamo avere come presidente della repubblica un fratello indigeno», ha aggiunto Nemesia Achacollo, leader della Federazione nazionale delle donne campesinas “Bartolina Sisas”, che ha messo intorno al collo del fiammante candidato le tradizionali corone di fiori e frutta e gli ha cosparso la testa di coriandoli. Morales il «presidente dei poveri e degli oppressi». In questo modo il leader cocalero è entrato formalmente nella corsa contro i candidati già in pista della destra: il “re del cemento” Samuel Doria Medina, uno degli uomini più ricchi del paese, e l’ex presidente Jorge “Tutu” Quiroga, che era il vicepresidente di Hugo Banzer e ora sembra collocarsi sul centro. Entramci cercano di mostrarsi come i rappresentanti della «Bolivia produttiva» contro la «Bolivia conflittiva» e «del caos e dei blocchi stradali» rappresentata dal Mas e dai movimenti sociali.

L’occasione per proclamare il candidato di sinistra è stato un congresso ad hoc del partito cominciato sabato scorso. «Mentre Quiroga e Doria Medina decidono i loro programmi con i tecnici della Banca mondiale, noi facciamo dal popolo, ha voluto precisare Santos Ramirez.

L’asse del programma del Mas sarà la nazionalizzazione degli idrocarburi e delle risorse naturali, l’assemblea costituente «che porti alla rifondazione della Bolivia» e il sostegno alla produzione nazionale. Gli interventi, a cominciare da Morales, non hanno risparmiato le bordate contro il «modello neo-liberista», «i partiti tradizionali» e «l’imperialismo yanqui».

E’ emerso tuttavia con chiarezza che il Mas, partito di origine sindacale, ha ancora boisogno di precisare meglio la sua proposta di governo. «Parliamo di nazionalizzazione degli idrocarburi ma che tipo di nazionalizzazione vogliamo? L’espulsione delle transnazionali o una nazionalizzazione concordata?», ha chiesto provocatoriamente Morales ai delegati per poi continuare:«Diciamo industrializzazione del gas, ma con che soldi? Parliamo del debito estero, ma proponiamo la moratoria, il rifinanziamento o la cancellazione? Cosa ci può portare una scelta o l’altra?». Risposte difficili su cui bisognerà rifettere bene. L’unica scelta netta è stata quella sul debito estero: in caso di vittoria chiederà la sua cancellazione totale. Rispetto al gas e al petrolio si cercheranno soci fra cui compagnie straniere «ma con lo Stato boliviano come azionista di maggioranza».

Negli interventi si sono sprecate le accuse contro il sottosegretario di Stato Usa per l’America latina, Roger Noriega, che la settimana scorsa ha ripetuto che «si sa benissimo che Evo Morales si appoggia a Caracas e l’Avana dove risiedono i suoi migliori alleati». Una «accusa» fatta propria del ministro delle finanze boliviano, Luis Carlos Jemio, nel corso della sua visita negli Stati uniti. Secondo le cronache Jemio avrebbe detto che «in Bolivia ci sono tre tipi di interferenze straniere: la prima è la connessione di Evo Morales con Chavez e Castro, la seconda è quella di ong europee che vedono i movimenti indigeni come strumento di liberazione, la terza sono i proventi del narco-traffico. Evo Morales continua a essere il leader cocalero e la coca continua a essere la materia prima della cocaina». Chiaro? Queste dichiarazioni hanno suscitato un vespaio qui in Bolivia: censurate dal presidente ad interim Eduardo Rodriguez hanno provocato le dimissioni del ministro.

Tuttavia Evo non si è nascosto dietro un dito: «Chavez e Fidel non sono mostri ma i capi di forze di liberazione nel nostro continente – ha risposto durante la cerimonia di investitura -. Quando i popoli perdono la paura dell’impero, le sue accuse diventano la nostra forza». Morales sa di cosa parla: nel giugno del 2002, in piena campagna elettorale, l’allora ambasciatore Usa Manuel Rocha minacciò platealmente di tagliare gli aiuti alla Bolivia nel caso che avesse vinto «il narco-trafficante», ossia Morales. Tanto bastò perché fra la sorpresa dei più Morales passasse da un distanziato terzo posto al secondo a ridosso di Gonzalo Sanchez de Lozada (poi cacciato dalla rivolta popolare nell’ottobre 2003). Oggi sembra che il partito fondato dai cocaleros abbia di nuovo un poderoso sponsor all’ambasciata Usa di La Paz.

La principale sfida di Morales, egemonico nelle campagne, sarà quella di attrerre i settori popolari e medi delle città, per questo sarà importante la scelta del vice (si parla di qualcuno di Santa Cruz, preferibilmente donna). I negoziati con il moderato Movimiento sin Miedo del sindaco di La Paz, Juan del Granado, ben inserito nei settori urbani, non si presentamo facili.

«Le prossime elezioni devono servire per cambiare la storia della Bolivia e non per cambiare un governo neo-liberista con un altro. Ci siamo vicini, possiamo vincere», ha concluso il candidato Morales, convinto che «la coscienza può battere il denaro».