Europa, la sfida di Klaus. Non chiamiamola Unione

Di seguito un’intervista fatta dal quotidiano “La Repubblica” a Klaus, presidente della Repubblica Ceca. La segnaliamo per due ragioni.

La prima è che il giornalista ha posto la domanda rispetto alla decisione di messa fuori legge del KSM, a testimonianza che la nostra campagna in solidarietà con la KSM ha portato all’attenzione -anche della grande stampa italiana- il problema. La seconda è che il presidente, con disprezzo, minimizza le dimensioni del KSM dicendo che si tratta di “massimo trenta persone che si considerano un partito” e aggiunge: “Forse qualcuno di questi gruppi ha qualche amico all’estero che dà eco alle sue dichiarazioni”.

Insomma, la nostra protesta e mobilitazione non è passata inosservata. Vi ricordo inoltre che l’intervista è stata fatta a margine della cerimonia di conferimento della laurea honoris causa presso l’Università di Trento. Durante la cerimonia i nostri compagni Giovani e Comunisti di Trento hanno diffuso un volantino di protesta e denuncia che vi allego.

È importante quindi continuare la campagna e le mobilitazione in solidarietà con il KSM, anche in vista della futura conferenza nazionale dei GC come tema che ci caratterizza.

(f.m.)
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La prima critica è già sul nome: «Il termine Unione Europea non mi convince. Io la chiamerei piuttosto Organizzazione degli Stati Europei». Vaclav Klaus, presidente della Repubblica ceca è il più euroscettico tra i capi di Stato dell’ Europa a Venticinque. A Praga i suoi screzi con il predecessore Vaclav Havel, che invece è uno dei più grandi sostenitori dell’ Unione, sono tema di dibattito politico ma anche materia di pettegolezzi gustosi sulla cosiddetta «guerra dei Vaclav». Guerra arrivata al culmine quando il Vaclav presidente parve schierarsi per il no alla vigilia del referendum sull’ ingresso della repubblica Ceca in Europa. Venuto a Trento a ritirare una laurea honoris causa Klaus ci tiene però a precisare che la sua è una «diffidenza costruttiva». E dà subito sfogo alla sua passione per i giochi di parole: «Più che euroscettico mi sento eurorealista – dice – anche se ci sono in giro molti euroingenui». Però, signor presidente, lei insiste nel prendere le distanze da molte iniziative dell’ Unione europea. Come mai? «Tutte le mie critiche sono fatte da membro dell’ Europa. Mai pensato che si debba uscirne. Voglio solo esprimere le mie perplessità». Allora cominciamo dal nome. «Il nome è legato al concetto. Dobbiamo rifiutare il concetto omogeneizzatore oggi alla base del pensiero europeo. Non mi piace lo slogan: “Meno Stato nazionale, più internazionalismo”. Lo Stato è il solo garante della democrazia a differenza dei regni, degli imperi e delle associazioni di Paesi». «Omogeneizzazione». Non le sembra un termine un po’ forte? «Io credo che in questo momento l’ Europa cerchi di aggregarsi sulla base di un presunto conflitto con il mondo islamico e sulla necessità di contrapporsi all’ egemonia americana. Entrambe queste chiavi di lettura sono sbagliate e hanno condizionato il processo decisionale Ue». Ma lei teme davvero che si possano perdere le identità nazionali? «La storia del mio Paese mi evoca la lotta secolare contro le pressioni germanizzatrici, poi contro il centralismo dell’ impero austro ungarico, fino a quello vissuto in prima persona contro l’ egemonia sovietica e le sue organizzazioni come il Comecon e il Patto di Varsavia. Un’ esperienza che mi rende sensibile, a volte addirittura allergico, a progetti integrativi, sovranazionali, unificativi». Del passato comunista siete tornati a occuparvi il mese scorso con la visita a Praga di Putin. Cosa ha provato a sentir dire al presidente russo che sente una sorta di responsabilità morale per l’ invasione sovietica del’ 68? «è un argomento che non è più all’ ordine del giorno. Io non mi considero l’ erede, ma nemmeno il successore, dei leader della Cecoslovacchia comunista, come Novotny, lo stesso Dubcek. Così credo che Putin non si senta certo erede di Breznev o di Stalin. E nessuno di noi vuole più vivere nel passato». Eppure sembrate molto attenti a tutto ciò che evochi i pericoli del passato. C’ è grande polemica in Europa sulla decisione del vostro ministro dell’ Interno di mettere fuorilegge alcune formazioni di giovani comunisti… «Non facciamo l’ errore di confondere la lotta al comunismo nel ’68 con la decisione di chiudere alcuni gruppi minuscoli che contravvengono alla nostra Costituzione che vieta, per esempio, l’ uso del termine “lotta di classe”. Ho fatto il primo ministro per anni e so che spesso compaiono gruppi di cinque, dieci, massimo trenta persone che si considerano un partito. Forse qualcuno di questi gruppi ha qualche amico all’estero che dà eco alle sue dichiarazioni ma sono, ripeto, formazioni minime, senza rilevanza». Però in molti paesi dell’ Est europeo, e anche da voi, si sta diffondendo una sorta di nostalgia degli “anni sovietici”: dalla moda, allo stile di vita. La preoccupa? «Affatto. La nostalgia è una categoria dell’ animo umano che non c’ entra con la politica. è legata alla gioventù, alla dolcezza di certi ricordi privati personali. Come quelli che ti raccontano che durante il servizio militare non se la passavano tanto male. Ma nessuno lo rifarebbe». Dunque non temete una tendenza al ritorno al passato? «No. Il passato non va dimenticato ma non può essere un’ ossessione. Nei miei primi comizi nella Cecoslovacchia libera dissi che stavamo guidando un’ automobile con il retrovisore più grande del parabrezza e che dovevamo cambiare alla svelta. Una metafora che funzionò. L’ ho ripetuta ad altri leader non solo di Paesi post comunisti ma più generalmente post autarchici come Cile, Spagna, Argentina. Dobbiamo pensare solo al futuro.