Europa: i nuovi gruppi a rischio

La Svezia spicca nel panorama delle politiche sociali. Nonostante il peso del suo welfare, ha una delle economie più competitive. Brutta la posizione dell’Italia

Le rivolte francesi di questi giorni, le tensioni in Gran Bretagna e in Italia a proposito degli immigrati più marginali, lo scontro politico-elettorale tedesco sul welfare sono tutti esempi recenti della centralità dei temi delle politiche pubbliche e in particolare della necessità di un rilancio (e ridefinizione) del welfare. E’ questo lo sfondo politico su cui si è collocata la presentazione di un progetto scientifico organizzato da varie università e centri di ricerca europei nell’ambito dei programmi quadro dell’Unione europea sugli effetti delle trasformazioni economiche sui sistemi di welfare nei vari paesi. Al centro di tutti gli studi del progetto chiamato Law, il ruolo delle Ict, le tecnologie della comunicazione e l’effetto della loro generalizzazione sul mercato del lavoro. Normalmente si pensa che per affrontare la sfida della globalizzazione sia necessario adottare riforme strutturali e ridurre i costi del welfare. «I risultati comparativi della nostra analisi – spiega invece Antonio Lettieri, ex sindacalista della Cgil e oggi presidente del Ciss – indicano che questa è un’analisi unilaterale e ideologicamente predeterminata». La ricerca analizza infatti tutti i paesi della nuova Europa (compresi i nuovi entrati) e arriva alla conclusione che vi sono paesi che hanno saputo coniugare «elevati standard di competitività nei mercati mondiali con una elevata protezione del lavoro e alti livelli di spesa sociale».

Uno dei gli esempi più interessanti di questi studi è l’esperienza della Svezia. Nell’analisi presentata a Roma nell’ambito del progetto Law emerge infatti che i paesi scandinavi e in particolare la Svezia hanno saputo trovare l’equilibrio giusto nel coniugare la costruzione della società dell’informazione con le Ict al rispetto dei diritti e alla garanzia di un benessere per tutti i cittadini. Il mercato del lavoro svedese, dalle cifre che vengono presentate nel progetto, risulta essere tra i più efficienti in Europa e anche tra i più funzionali dal punto di vista della qualità sociale in generale.

La Svezia passa infatti da una percentuale di occupati del 69,5% registrata nel 1997 al 72,1% del 2004. Le donne hanno una percentuale di partecipazione al mercato del lavoro che non esiste in nessun altro paese (70,5%). Queste cifre rendono ancora di più il discorso se confrontate alle medie di occupazione dell’Europa a 15. Nel 1997 la media europea si attestava intorno al 60% e nel 2004 ha raggiunto il 64,% contro il 72,1 della Svezia.

Altri studi comparitivi che sono contenuti nel progetto Law chiariscono bene i limiti di certe politiche e di certe mode culturali. Nonostante i luoghi comuni, l’Italia appare per esempio in difficoltà tra i paesi europei per quanto riguarda il livello di benessere diffuso tra tutti i cittadini, il grado di inclusione sociale e la qualità della vita in generale. Di questo tema ha parlato ieri durante la presentazione del progetto, un giovane sociologo olandese, Jeroen Heres, che ha spiegato in particolare i risultati della ricerca Socquit: qualità della vita, capitale sociale e Ict. Nella ricerca, che ha utilizzato una grande quantità di indicatori, risulta che l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti delle classifiche del benessere che vedono sempre in testa i paesi del nord Europa e agli ultimi posti i nuovi entrati, i paesi dell’Est. Molto interessanti anche le conclusioni che trae Heres dallo studio dell’impatto delle nuove tecnologie. Non si tratta né di mitizzare, né di demonizzare le Ict, la soluzione spetta comunque alla politica, all’uomo: ci vuole quindi un costruttivismo e un realismo sociale, abbandonando ogni forma di determinismo tecnologico».

Che la soluzione non debba essere gettata sulle spalle dei tecnici o peggio della macchina, è stata anche la tesi sostenuta da Paolo Pascucci, docente di Diritto del lavoro all’Università di Urbino. Ci sono molti gruppi sociali a rischio – ha spiegato Pascucci – nella società dell’informazione dove persiste e anzi aumenta il divario digitale (digital divide), che diventa quasi sempre un «social divide». L’accesso negato a Internet e le condizioni economiche e sociali fanno la differenza e producono i gruppi sociali più a rischio. Pascucci ha quindi analizzato anche le differenti connotazioni del concetto di subordinazione nei rapporti di lavoro e si è soffermato sulle nuove forme di occupazione come il telelavoro.

Nella ricerca europea si svelano dunque i punti di criticità maggiori nelle politiche del welfare che ancora non sono state coordinate nell’Europa sociale. Si tratta di temi molto importanti che segneranno le scelte politiche dei prossimi anni. Basta andare a guardare l’elenco dei gruppi di cittadini a rischio nell’Europa del benessere: dagli uomini ultracinquantenni, ai giovani che non si inseriscono, passando per le donne ancora troppo esterne al mercato del lavoro e naturalmente per gli immigrati.