Europa e Fatah, non isolate Hamas

Il terrore torna a Tel Aviv nel giorno in cui si insedia il nuovo governo israeliano e la situazione in Medio Oriente rischia di ripiombare nel caos. La reazione israeliana non può che essere durissima, e la dichiarazione di Hamas che giudica l’azione del kamikaze una legittima autodifesa non aiuta certo ad evitare il peggio.
E’ facile immaginare nuove rappresaglie dell’esercito israeliano, altri morti e una spirale infinita, che abbiamo già visto, e che non aprirà certo un percorso di pace.

Ma invece di lasciarsi andare alla disperata logica del “tanto peggio tanto meglio”, non sarebbe possibile provare a guardare le cose in altro modo e chiamare in causa la responsabilità degli attori internazionali per invertire le politiche di queste settimane? E’ possibile chiedere al presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di andare oltre la sacrosanta condanna degli attentati?

E’ chiaro infatti, che, mentre Stati Uniti e qualche governo europeo fanno le guerre con la pretesa di esportare la democrazia, rivendicando le elezioni in Iraq come successo di questa linea, allo stesso tempo non intendono accettare il governo democraticamente eletto dal popolo palestinese.

L’obiettivo del governo statunitense pare essere quello di portare la popolazione allo stremo, rendere ancora più drammatica la crisi economica, portare il caos nei territori e quindi costringere l’Anp a dichiarare nuove elezioni. Solo così si spiega l’embargo anti-Hamas.

Gli embarghi, tutti, nella storia non hanno mai prodotto nulla di positivo sul piano politico, hanno solo determinato sofferenze ulteriori alle popolazioni coinvolte. Non sarà certo l’ultimatum del governo Bush alle aziende americane, affinché sospendano i rapporti di affari con l’Anp, a produrre una evoluzione nelle posizioni politiche di Hamas. Come non servirà in questo senso la decisione di Usa e Ue di congelare gli aiuti economici.

Nella migliore delle ipotesi arriveranno invece fondi da paesi arabi e islamici (come dimostra la mossa dell’Iran) con la conseguenza di rendere più stretto il rapporto politico tra questi e il governo di Hamas. E se anche questi fondi non arrivassero sarà semplicemente il caos.

D’altra parte, quando si apprende che centinaia di ragazzi palestinesi, intere classi, scelgono strategicamente di farsi arrestare dalla polizia israeliana per preparare gli esami di maturità, forse si riesce ad immaginare in quali condizioni viva questo popolo.

La morsa dell’occupazione, i continui rastrellamenti nei territori, i bombardamenti, l’impossibilità di avere una vita normale, il disperato bisogno di sopravvivere e trovare lavoro sono tra le ragioni del successo di Hamas. Nelle moschee musulmane migliaia di ragazzi erano stati accuditi, avevano trovato quell’assistenza che lo Stato non era in grado di offrire.
Questi elementi, insieme alla sfiducia verso un gruppo dirigente politico screditato dal virus della corruzione e dall’assenza di una prospettiva di pace, hanno determinato un esito elettorale che ha sorpreso gli stessi dirigenti di Fatah. Ora, da qui bisogna ripartire. Tutti devono prendere atto di questo esito e riflettere.

Lo devono fare i nuovi esponenti del governo israeliano: non si può procedere con decisioni unilaterali. Qualunque processo di pace richiede il riconoscimento dell’interlocutore, sia quando ci si ritira da Gaza, sia quando si intende liberare alcune città in Cisgiordania. Nessuno può pretendere di disegnare nuovi confini, con la costruzione del muro o con ritiri unilaterali, e invocare il riconoscimento dello Stato di Israele. L’obiettivo dei “Due popoli, due Stati” è possibile solo con il dialogo e la trattativa. Così si può pensare al riconoscimento dell’altro anche da parte di una organizzazione come Hamas, oggi legittimamente delegata a governare dal popolo palestinese.

Lo devono fare gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Ad essi compete una responsabilità particolare per le trattative di pace precedentemente avviate e poi interrotte, tra cui la Road Map. Ma soprattutto hanno il dovere di avviare processi di cooperazione fondati su logiche non coloniali. Gli aiuti economici che arrivano in terra di Palestina, almeno in questa fase, non devono servire solo a costruire strade che tra l’altro, nella maggior parte dei casi, il governo israeliano distrugge dopo qualche tempo. Al contrario devono essere finalizzati a rendere autonomo il popolo palestinese dal punto di vista del sapere e della tecnologia. Meglio far studiare i ragazzi, meglio investire sui cervelli; è necessario non fare elemosina, ma concordare progetti con i legittimi governi palestinesi.

Infine, deve riflettere il gruppo dirigente di Fatah. Ha perso le elezioni anche per responsabilità proprie, oltre che per una situazione oggettiva determinata da responsabilità altre. Ma anche avesse vinto non avrebbe potuto governare contro Hamas. Dopo la morte di Arafat era ed è tanto più necessario uno sforzo di rinascita nazionale, di rimessa in moto di energie e intelligenze che coinvolgessero la partecipazione di tutti per governare, nel senso pieno del termine, una situazione particolarmente difficile. E’ urgente uscire da una profonda crisi della politica e di credibilità istituzionale.

L’elezione di Mahmoud Abbas a presidente stava dentro un percorso unitario che sembrava mirasse a questo obiettivo. A uno sforzo collettivo che guardasse a una continuità nel rinnovamento anche dei gruppi dirigenti di Fatah. La candidatura a capolista di Marwan Barghouti nelle elezioni politiche di gennaio parlava anche di questo. Ma è apparsa chiaramente tardiva rispetto a una situazione già compromessa.

Ora non serve mantenere aperta una competizione con Hamas che rischia di far pagare prezzi solo al popolo palestinese. Qualcuno ora deve fare un passo avanti. Lo deve fare Fatah, anche assumendo responsabilità governative, per liberare la Palestina dalla stretta internazionale dell’embargo. Lo deve fare l’Unione Europea, che deve riprendere a svolgere un ruolo autonomo in Medio Oriente. La vittoria dell’Unione in Italia ci rimanda questa responsabilità e anche a questa speranza.