Etiopia, scene di ferocia da una vittoria di Pirro

Un libro di Labanca sui ricordi dei reduci: scrissero gerarchi, alpini, crocerossine. E il figlio del Duce bombardava i villaggi

«P er avere migliore visibilità, si dovevano incendiare tutti i monti, le pianure, i paesini, era un lavoro divertentissimo e di un effetto tragico ma bello». Così parlava – irresponsabile figlio di papà – Vittorio Mussolini in un instant book del 1937, Voli sulle ambe. Erano memorie scritte a caldo, dove il primogenito del Duce, che aveva lasciato il cantiere romano di Cinecittà per improvvisarsi aviatore nella guerra dell’ Italia contro l’ Etiopia, vantava il proprio contributo personale alla causa dell’ Impero fascista. Salvo ammettere, retrospettivamente, una parte di delusione: «Mi aspettavo esplosioni immani tipo film americani, mentre qui le casette degli Abissini, fatte di creta e di sterpi, non danno alcuna soddisfazione al bombardiere». Quando Vittorio Mussolini si faceva bello con parole come queste – straordinariamente lontane non solo dalla nostra sensibilità di posteri, ma anche da quella di un Pablo Picasso, che già allora faceva di Guernica la metafora della disumanità di ogni guerra condotta dal cielo – suo padre Benito poteva illudersi di avere guidato la nazione alla vittoria in una guerra di massa e d’ avanguardia. Guerra di massa, perché l’ Italia mobilitò in Etiopia quasi mezzo milione di soldati, con un impegno finanziario e logistico senza precedenti nella vicenda mondiale del colonialismo. Guerra d’ avanguardia, perché l’ esercito italiano esplorò in Etiopia le frontiere più estreme della tecnologia militare contemporanea, dalla sperimentazione di nuove armi (i gas tossici) all’ applicazione di nuove tecniche antiguerriglia (i rastrellamenti a tappeto). Soltanto qualche anno più tardi, a seconda guerra mondiale ormai scoppiata, sarebbe riuscito a tutti evidente quanto la vittoria del Duce contro il Negus somigliasse alla proverbiale vittoria di Pirro contro Roma. Già nel 1941, poco o nulla sarebbe rimasto all’ Italia dell’ impero trionfalmente proclamato nel 1936. Mussolini aveva avuto l’ improntitudine di scatenare una gigantesca operazione di conquista coloniale nel momento stesso in cui i grandi imperi – quelli «veri» – andavano cercando la strada per un progressivo disimpegno dalle colonie. Per giunta, il regime fascista aveva attribuito all’ espansione in Etiopia un’ impronta marcatamente razziale, di contro ad argomenti «umanitari» che cominciavano a significare qualcosa, se non presso le cancellerie diplomatiche, almeno presso l’ opinione pubblica dei Paesi democratici. Ma appunto tutto questo non divenne chiaro agli italiani prima del 1940. Sino a quel momento, a molti di loro fu consentito di sperare che grazie al regime fascista l’ Italia avesse finalmente trovato un «posto al sole». E a qualcuno di coloro che avevano partecipato in prima persona alla conquista dell’ Etiopia, riuscì naturale di credere che tale epopea collettiva meritasse il contributo di un racconto individuale, che quella storia meritasse una memoria. Così, alcune centinaia di reduci dalla campagna militare vollero dire «c’ ero anch’ io»: pensarono bene di offrire – entro pochi mesi o pochi anni dal 1935-36 – la loro versione dei fatti, la loro Africa. E adesso, settant’ anni dopo, questi libri di memorie hanno finalmente trovato uno storico nella persona di Nicola Labanca, il massimo studioso della nostra (dis)avventura coloniale. Non tutti i memorialisti della guerra d’ Etiopia erano sangue del Duce come il Vittorio dei Voli sulle ambe, o papaveri del regime come gli autori di altri instant book di successo, il Quaderno affricano di Bottai, Disperata di Pavolini, La marcia su Gondar di Starace. Né tutti andavano annoverati fra i massimi artefici dell’ impresa, come il Pietro Badoglio firmatario del bestseller La guerra d’ Etiopia. Molti fra quanti decisero di raccontare la loro Africa erano personaggi altrimenti oscuri, impegnati ai più vari livelli nel meccanismo militare o civile della conquista. Con la pazienza del buono storico, Labanca ha saputo identificarli tutti, dagli alpini ai genieri, dai carristi agli autisti, dai cappellani alle infermiere Ne è venuto fuori un quadro tanto più istruttivo, in quanto la varietà di registro dei libri di memorie contrasta con l’ unicità delle formule di propaganda diffuse dal regime: pur impregnate di retorica fascista, queste voci di memoria non formano un coro. Tacquero i militari che erano stati destinati ai più sporchi fra i lavori sporchi. Invano si cercherebbe fra le memorie la voce di reduci dai reparti lanciafiamme, oppure quella di reduci dal misterioso «servizio K», addetto alle armi chimiche. In compenso, parlarono alcuni personaggi maggiori o minori di cui – a rileggerli ora – ci troviamo a rimpiangere il mancato silenzio, perché le loro parole dicono fin troppo di una crociata clerico-fascista, di una guerra impietosa, di un’ occupazione razziale. Ecco un cappellano degli alpini: dimentico di essersi trovato davanti, in Africa orientale, altri cristiani (seppure copti), questo padre cappuccino consegnava alle proprie memorie tutto il disgusto possibile per il nemico etiope, «quel maledetto amhara col suo volto livido di odio nero». Ecco un autista di camion, obbligato a ricordare che le colonne motorizzate procedevano talvolta sopra terrazzamenti formati da cadaveri: «Il peso del carro faceva far loro dei movimenti e noi, al vedere alzarsi una gamba o muovere un braccio o sentire il rumore sordo di un addome che scoppiava, ne restammo a lungo sconvolti». Ecco un (ingrato) consumatore di sesso mercenario con le «sciarmutte»: «Carni dure queste veneri dai fianchi d’ ebano, rimani scomodo come su un copertone d’ automobile, senza riuscire a trasfondere nulla del tuo calore». Se c’ è un difetto nel libro di Labanca (che ricostruisce la vicenda delle memorie d’ Etiopia anche nel secondo dopoguerra, fino al nostro ieri) questo consiste, per così dire, nel rovescio della sua migliore qualità. Lo scavo sulla memorialistica trattata come corpus è talmente sistematico da comportare il sacrificio della dimensione propriamente singolare dell’ uno o dell’ altro libro, dell’ una o dell’ altra storia. Il lettore si muove dentro una foresta in cui non è dato di distinguere la forma di alcun albero. Di là dal nome e cognome o dal titolo del memoriale, non c’ è un solo reduce della guerra d’ Africa – a parte i più noti gerarchi – con il quale Labanca si confronti de visu: ch’ egli segua davvero nella quotidianità della sua guerra, negli inciampi della sua coscienza e magari negli affanni della sua memoria. Un vero peccato, perché la materia storica non avrebbe fatto difetto. Ad esempio, manca qualunque riscontro sopra l’ esperienza etiopica di colui che si trovò per breve tempo a comandare un reparto di ascari, e che divenne poi influente giornalista di guerra all’ Asmara: Indro Montanelli. In un libro di oltre quattrocento pagine, non una sola citazione tratta dai volumi sull’ Etiopia pubblicati da Montanelli fra il 1936 e il ‘ 38, XX battaglione eritreo, Guerra e pace in Africa Orientale, Ambesà. Forse Labanca li ha esclusi perché si tratta di pastiches letterari, più romanzi che memorie. Ma quante cose questi tre volumi avrebbero potuto dirci sia sul Montanelli guerrafondaio e razzista, sia sul progressivo suo disincanto: sulla fine di un grande amore per Mussolini e per il fascismo. il saggio Il saggio di Nicola Labanca «Una guerra per l’ impero. Memorie della campagna d’ Etiopia 1935-36» (pagine 479, euro 24) è da oggi in libreria per i tipi del Mulino L’ autore insegna Storia contemporanea e Storia dell’ espansione europea presso l’ Università di Siena Fra le altre opere di Labanca: «Oltremare» (Il Mulino, 2002), «In marcia verso Adua» (Einaudi, 1993), «Posti al sole» (Museo storico italiano della guerra, 2001), «L’ istituzione militare in Italia» (Unicopli, 2002) I RACCONTI IL CAPPELLANO Ecco il nemico abissino, «quel maledetto amhara con il suo volto livido di odio nero» L’ AUTISTA «La colonna procedeva schiacciando mucchi di cadaveri con un rumore sordo» IL SESSO «Le veneri dai fianchi d’ ebano hanno le carni dure come copertoni d’ automobile»