Essere comunisti: prima i contenuti, poi gli schieramenti

Quanti oggi promuovono la mozione “Essere comunisti” hanno ricercato sino in fondo una modalità congressuale diversa dalla presentazione di mozioni contrapposte per evitare un’eccessiva drammatizzazione della discussione. Ma, ora che la decisione è presa, sarà bene esporre il più chiaramente possibile il nostro punto di vista.
C’è una correlazione tra il titolo che abbiamo scelto di dare alla nostra mozione e il giudizio sull’attuale fase storica. Riteniamo che la generale involuzione del quadro internazionale sia l’espressione della distruttività insita nel modo di produzione capitalistico. E pensiamo che ciò richieda – oggi più di ieri – la spinta ideale e la concreta articolazione di una proposta comunista: una proposta che assuma l’esperienza novecentesca del movimento operaio, valorizzandone la carica di liberazione e gli intenti di profonda trasformazione sociale e, nel contempo, indagando le ragioni delle sue sconfitte e delle sue degenerazioni. Da questo punto di vista, c’è una grande differenza tra la consapevolezza di navigare oggi in mare aperto, facendo anche appello ad una necessaria capacità innovativa, e l’azzeramento del proprio passato. Non si costruisce alcun futuro tagliando radicalmente le proprie radici. In estrema sintesi: c’è differenza tra rifondazione e rimozione.

La riconferma di G. W. Bush alla guida del paese militarmente più potente non è un accidente della storia. Essa testimonia del persistere di una congiuntura regressiva nonché della capacità di consenso esercitata dai ceti dominanti. Beninteso, i crimini di cui continuano a macchiarsi le ricorrenti aggressioni imperialiste e gli effetti socialmente e ambientalmente devastanti, prodotti su scala planetaria dalla cosiddetta globalizzazione capitalistica, hanno diffuso repulsione in ampi strati dell’opinione pubblica mondiale: la critica di massa alle politiche neoliberiste e il movimento contro la guerra, benché non siano riusciti a fermare l’offensiva bellica, ne hanno tuttavia efficacemente contrastato la legittimazione ideologica. Ma bisogna anche dire con chiarezza che, quale argine al deflagrare della “guerra preventiva e permanente”, è risultata decisiva la Resistenza in armi del popolo iracheno: la quale, lungi dall’avere l’erre minuscola, rivendica legittimamente la sovranità del proprio paese e scompagina di fatto la realizzazione del progetto neocoloniale. La realtà odierna non si esaurisce nella coppia guerra/terrorismo: a coloro che oggi “resistono”, a quanti si oppongono alla barbarie della guerra e all’imposizione del modello sociale dominante – alla resistenza irachena così come al popolo palestinese, a Cuba che difende in condizioni difficili la sua rivoluzione e al risveglio progressista del continente latinoamericano – va assicurato il nostro sostegno politico. Occorre altresì coordinare – in opposizione all’Europa che va profilandosi – tutte le forze comuniste e progressiste del continente ed è urgente costruire canali di comunicazione tra quanti – movimenti, popoli, stati – pur da differenti posizioni si oppongono al disegno unipolare di dominio del mondo. In tal senso, l’obiettivo della pace e del disarmo deve rappresentare per noi comunisti la precondizione di qualsiasi piattaforma programmatica.

Sul piano interno, il quadro non è meno preoccupante. L’ultima nefandezza del governo Berlusconi – misure fiscali che premiano ulteriormente i ricchi e lasciano al palo la grande maggioranza dei contribuenti – descrive bene l’involuzione sociale e politica del nostro paese. Eppure, quel che più colpisce è la flebile voce del centro-sinistra, a tutt’oggi incapace di configurare una vera svolta, un’ipotesi organica di alternativa alle destre. Un quadro che, se da un lato conferma la necessità di perseguire un accordo programmatico per cacciare Berlusconi, d’altro lato impone di condizionare tale accordo ad una chiara cesura con le politiche di destra. Prima i contenuti, poi gli schieramenti (e non viceversa, come in molti danno per scontato).

Bruno Steri