Espulsioni: altri due nomi «in lista»

In pochi giorni il Viminale espelle 7 persone. Bouchta è il quinto
«Non potevamo arrestarlo»: le accuse contro l’imam torinese frutto di inchieste datate, da cui era uscito pulito. L’Interno: «turbamento dell’ordine pubblico e pericolo per lo stato»

ROMA
Bouriqi Bouchta, il macellaio quarantenne spedito in Marocco ieri mattina, è il quinto nome di una lista di sette persone da espellere che il Viminale ha pronta da tempo. Tre di loro sono stati mandati via «sfruttando» la Bossi Fini, visto che non avevano il permesso di soggiorno. Gli altri quattro sono passati dal Viminale: due provvedimenti saranno firmati nei prossimi giorni e due sono stati eseguiti nell’ultima settimana. Ieri Bouchta e una settimana fa il presidente e tesoriere dell’Associazione culturale islamica di Como, Litayem Amor Ben Chedli, mandato via senza che nessuno si accorgesse di nulla. Per entrambi le accuse del decreto di Pisanu parlano di «grave turbamento dell’ordine pubblico e pericolo per la sicurezza dello stato». Senza nessuna spiegazione specifica. Stando alle scarne informazioni diffuse dal Viminale una cosa è certa: tutti e sette i nomi della lista nera erano controllati da polizia e intelligence da anni. E tutti sono stati toccati più volte da inchieste sul terrorismo, uscendone sempre puliti. Il decreto Pisanu, del resto, serve proprio a questo: mandare nel proprio paese d’origine quelli che sarebbe impossibile arrestare.

I nomi di Chedli e Bouchta erano finiti entrambi, con ruoli diversi, in un rapporto del Viminale sui musulmani torinesi del febbraio scorso. In Italia dal 1986 proprietario di due macellerie «halal» di cui una – quella di porta Palazzo – particolarmente nota e frequentata, Bouriqui Bouchta è un personaggio pubblico. E per questo polizia e intelligence l’hanno sempre tenuto sottocontrollo. «Elementi per arrestarlo non ce ne sono mai stati e non è mai stato indagato, altrimenti l’avremmo fatto», spiega un investigatore. E infatti Bouchta non è mai stato accusato da un magistrato. A sentire gli investigatori, Bouchta è soprattutto uno che dalla seconda metà degli anni `90 a un paio di anni fa ha cercato di essere, in parte riuscendoci, il leader della comunità marocchina di Torino. Negli anni `90 aveva frequentato, senza farne parte direttamente, la rete dei musulmani che partono per andare a combattere in Bosnia, ma il suo ruolo si riduce sostanzialmente all’ospitalità offerta ad alcuni miliziani, come l’«istruttore» militare Abou Khalid identificato a casa sua nel 1992. Nel `99 le sue posizioni a favore del velo per le donne anche nei documenti d’identità suscitano la protesta di 250 musulmane torinesi. Nel 2000 organizza una colletta per i guerriglieri ceceni. Dopo il 2001, Bouchta diventa sempre di più un personaggio pubblico. Lo accusano di aver parlato a favore dell’attacco alle torri gemelle ma lui nega e l’accusa crolla. Non parla mai di minacce all’Italia o di vicinanza alle azioni terroristiche. Anzi quando l’imam di Carmagnola (che invece quei discorsi li faceva) viene espulso parla di lui come di un «pericolo per gli islamici in Italia». In quei giorni Bouchta viene sfiorato da un provvedimento simile a quello che l’ha colpito oggi. Il Viminale decide di mandar via altre sette persone, tutte accusate di aver fondato una cellula di Al qaeda in Italia. Sui loro nomi c’è una inchiesta della magistratura ma il gip ha deciso che gli elementi non siano sufficienti per far arrestare nessuno. Ed una settimana dopo scattano le espulsioni.

Con i due provvedimenti resi pubblici ieri il Viminale è tornato a pescare in quel gruppo «torinese» decidendo che d’ora in poi chi è in contatto con le guerriglie islamiche fuori dall’Italia è automaticamente un terrorista. L’avvocato che difende Bouchta, Antonino Rossi nominato dall’Islamic anti-defamation leagueha già detto di aver pronto un ricorso contro il provvedimento di Pisanu. Ma il pacchetto antiterrorismo approvato a luglio tra gli applausi di destra e sinistra parla chiaro: nessun ricorso può sospendere questo tipo di espulsioni. E per farle non serve più il nulla osta di un magistrato.