Espugnare la cittadella universitaria

Tempo fa, in un vivace articolo apparso su Repubblica, Mario Pirani, per il permissivismo che avrebbe ormai abbondantemente superato il livello di guardia, ha ritenuto il nostro attuale sistema educativo corresponsabile degli episodi di violenza fisica e verbale di cui, ormai quasi quotidianamente, sono protagonisti i giovani. Il fallimento delle riforme in materia di Luigi Berlinguer e di Letizia Moratti passerebbe soprattutto per di qua, per le maglie sempre più lasche «di un sistema scolastico che ha praticamente abolito la durezza degli esami, i voti negativi, il rinvio a settembre (sostituiti da port-foli, crediti, debiti e 6 rossi), annullato la certezza e la generalità dei programmi (per una buona parte dell’orario lo studente ‘sceglie’ corsi di personale propensione), le bocciature, le sospensioni». La soluzione? Un «ritorno all’ordine», proponeva Pirani, «che aiuti i ragazzi di oggi e di domani a affrontare con consapevolezza responsabile le difficoltà della vita adulta»; non uno «slogan reazionario», dunque, «ma un appello alla più elementare virtù civica».
Un analogo appello mi sentirei di lanciare anche per l’università, che comincia ormai a patire gli stessi problemi della scuola primaria e secondaria e che si vorrebbe trasformata, nelle intenzioni del legislatore, in una naturale, friendly, non traumatica prosecuzione degli studi superiori; in quel superliceo, evocato sempre più spesso, che nasconde tutte le insidie di una semplificazione che è in realtà, in molti casi, una «semplicistizzazione». La prima, nelle sue forme più serie, come ci ha insegnato la migliore pedagogia, è una faticosa conquista ottenuta dalla progressiva distillazione del sapere; sulla seconda, che trova spesso accoglienza anche in quel certo, deteriore telegiornalismo che ha rinunciato del tutto a corredare del necessario commento le dichiarazioni del nostri politici, pesa invece un vizio di origine: l’assenza di una decente elaborazione concettuale, di un ragionamento che sia frutto di una vera riflessione.
Nei nostri atenei forse un giorno la produttività dei singoli docenti, oggi misurata con i test anonimi di valutazione i quali, compilati dagli studenti, tornano nelle mani dei titolari delle varie discipline, potrebbe essere in futuro valutata dagli organi competenti sulla base del numero dei candidati «varati» agli esami: perché in un’ottica commerciale e aziendale, come ha osservato ancora Pirani nell’articolo di cui si diceva, «il cliente ha sempre ragione». È venuto, certo, il tempo che l’università cessi di essere l’umbilicus mundi, che si sottragga al circolo vizioso di un’autoreferenzialità talora arroccata sulla difesa della centralità intoccabile e imperitura delle sue supposte superiori funzioni; l’università oggi, più che interpretare (da depositaria dell’Unica Verità), deve dialogare e interagire su di un piano di sostanziale parità con i suoi interlocutori: la scuola secondaria, naturalmente, ma poi gli altri soggetti istituzionali e le imprese, e ancora gli enti e le associazioni presenti sul territorio, il mondo dell’informazione e delle comunicazioni di massa, gli organismi nazionali e internazionali che svolgono attività di ricerca e di promozione della cultura al di fuori del contesto dei vari atenei. Ma se il mondo si è fatto troppo complesso per poter essere racchiuso nelle quattro mura delle aule e dei laboratori di ricerca, o nelle mura di cinta delle città e cittadelle che li contengono, ciò non vuol dire che ci si debba calare completamente le braghe pur di soddisfare le esigenze di un mercato che prende le mosse da quella che è una vera e propria «campagna acquisti studenti» e che punisce chi non si adegua al livellamento verso il basso delle proposte (e delle relative richieste) didattiche.
Intanto le giovani generazioni appaiono in precipitosa fuga da una formazione scientifica le cui basi concettuali non sembrano ormai realmente in grado di assimilare; le varie case editrici che pubblicano testi e manuali per l’università costringono il sapere delle diverse discipline in un numero sempre più contenuto di pagine di mortificante o discutibile qualità; gli esami si riducono a schermaglie in cui l’unica cosa a non essere testata è proprio la preparazione dei candidati, ai quali (come ci ha ricordato, non molto tempo fa, Raffaele Simone) sfugge una parte consistente del lessico normalmente posseduto dalle persone di media cultura e i cui ragionamenti lasciano, nella migliore delle ipotesi, alquanto a desiderare; le tesi di primo livello (ma talvolta anche quelle di secondo) sono spesso il frutto di un’operazione di maldestro assemblaggio di materiali pescati alla rinfusa da quell’immenso serbatoio di notizie che è internet, che ha ormai svuotato completamente di senso anche il preliminare allestimento di una semplice, ma metodologicamente preziosa, bibliografia.
Tutto questo ai nostri legislatori e ai nostri rettori (preoccupati soprattutto, dati i tempi di magra, di far quadrare i bilanci) non sembra però importare molto; quello che conta veramente sono i confortanti dati statistici prodotti dalla riforma del «3+2». Il numero dei laureati, ci hanno fatto sapere qualche mese fa i rappresentanti della Crui in audizione presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato, è sensibilmente aumentato, così come gli iscritti ai vari atenei (da 1.684 mila del 1999 a 1.800 mila del 2004), mentre si è drasticamente ridotto quello dei fuori corso (dal 90 per cento del 2001 al 62,4 per cento del 2005). Tanto basta. Stare a discutere di tutto il resto (la qualità dell’insegnamento, la serietà delle prove d’esami, il livello culturale dei nostri studenti) è voler fare pura accademia. Peccato però che anche gli accademici siano sempre più l’ombra di stessi: sempre più burocrati e sempre meno ricercatori; sempre più mere «funzioni didattiche» e sempre meno «esseri pensanti».

* Linguista e critico letterario, Università di Cagliari