Esplode l’oleificio, è strage

Un’esplosione, una nube di fumo e fiamme altissime che ancora si vedevano da lontano alle prime ombre della sera. Quattro operai morti, uno ferito. La tranquilla giornata prefestiva di un comune che più tranquillo non si può, Campello sul Clitunno – noto alle cronache solo per le fonti cantate da Carducci e per la qualità dell’olio – è improvvisamente impazzita tra sirene, odore acre di bruciato, telefonini delle autorità intasati di chiamate. E quattro vite spezzate.
Il luogo dell’incidente è la più grande azienda della zona, la Umbria Olii. «Una raffineria», precisano gli abitanti e i coltivatori, «niente a che vedere con l’olio nostrano». Niente frantoio, molti macchinari, 50 operai a busta paga, una produzione di massa che rifornisce soprattutto altre industrie («ogni scatoletta di tonno che gira per l’Italia contiene quell’olio lì»). Uno stabilimento che aveva dato spesso problemi di inquinamento, ma più che altro per le «puzze» periodicamente in fuga dai suoi reparti.
Ieri, verso l’ora di pranzo, i cinque operai di una squadra di manutenzione arrivata da Narni, stavano lavorando intorno a uno dei silos. Secondo alcune ricostruzioni – ma l’indagine aperta dalla magistratura è appena agli inizi – stavano saldando una tettoia. Il calore sprigionato dalle saldatrici avrebbe fatto esplodere il liquido contenuto nel silos più vicino.
Immediatamente sono partite le procedure della protezione civile, coordinate dal Comune. E’ stata fatta intervenire l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, perché la spesso nube di fumo acre poteva anche essere un pericolo per gli abitanti del circondario. Le prime analisi sui fumi hanno però stabilito che si trattava solo di olii vegetali e si è perciò evitato di sgomberare, come stava per avvenire, circa 500 persone.
Gli operai, di cui in serata ancora non si conoscevano i nomi, sarebbero tre italiani e uno straniero. Nonostante la dinamica dell’incidente non sia ancora chiarissima, appare evidente che la prassi di appaltare la manutenzione di impianti «a rischio» a persone che non ne conoscono l’esatta conformazione moltiplica i pericoli.
Il giovane sindaco di Campello, Paolo Pacifici, ha parlato della necessità «di riflettere, anche e proprio in una situazione così drammatica» su come si lavora nelle imprese. «Non avrei mai voluto essere testimone di una tragedia del genere», ripeteva come parlando tra sè e sè. Per Francesco Giannini, segretario provinciale della Fiom-Cgil di Perugia, il «gravissimo incidente di Campello sul Clitunno non può essere considerato come un fatto provocato da una ‘imprevedibile fatalità’. Non è più accettabile che la sicurezza dei lavoratori sia un optional a discrezione degli imprenditori».
La gravità eccezionale dell’incidente ha provocato una lunga serie di interventi e commenti. Il presidente della Camera, ed ex sindacalista, Fausto Bertinotti, non ha usato mezzi termini: «Quello che chiamiamo sviluppo anche oggi ha mietuto altre vittime. Ricordarle vuol dire che non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a considerare i morti sul lavoro una fatalità. E dobbiamo altresì rinnovare l’appello affinché la politica e le istituzioni facciano della lotta contro le cause di morte sul lavoro il loro primo impegno». C’è da augurarsi che alle parole di cordoglio seguano immediatamente anche dei fatti istituzionali, che possono andare da un potenziamento della legge 626 sulla sicurezza (mentre Confindustria preme per un suo «ammorbidimento») alla rivisitazione della legislazione sul mercato del lavoro nel senso di dare più garanzie – e non ancora di meno – ai dipendenti delle piccole ditte che vivono di lavori «esternalizzati».
In una nota, Cgil, Cisl e Uil ricordano che «gli infortuni mortali sono sempre tecnicamente e statisticamente prevedibili e prevenibili. Troppo spesso non sono applicate le norme o sono applicate in maniera formale. Contano molto organizzazione del lavoro, esternalizzazioni, conoscenza del luogo di lavoro, carichi e ritmi di lavoro, frammentazione, ecc. In una parola, si tratta di cambiare il modello di produzione perché la competizione non abbia la primazia sul diritto all’integrità psico-fisica di chi lavora». Sarà bene ricordarsene anche al momento di firmare accordi, perché questo «modello» non è nato oggi e si va espandendo.