Esce a giorni una discussa biografia su Mao Zedong

«Mao Zedong, che per decenni esercitò il potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale e si rese responsabile della morte di oltre settanta milioni di persone, più di qualsiasi altro leader del XX secolo, nacque da una famiglia contadina in una valle della provincia dello Hunan chiamata Shaoshan, nella regione centrale della Cina. La data era il 26 dicembre 1893. I suoi antenati vivevano nella valle da cinquecento anni. Era un mondo di antica bellezza, le cui colline ondulate e avvolte nella foschia erano popolate sin dal Neolitico. Si frequentavano ancora i templi buddisti risalenti alla dinastia Tang (618 – 906), l´epoca in cui il buddismo vi giunse per la prima volta». Fin dalle prime righe della biografia Mao. La storia sconosciuta (Longanesi, pagg. 960, euro 22,60, dal 4 maggio in libreria) gli autori Jung Chang e Jon Halliday rivelano i due fili conduttori paralleli della loro opera. Da una parte il continuo richiamo alle origini di Mao, alle sue radici che affondano nella storia antica della Cina.
Dall´altra la tesi che egli fu un mostro, un dittatore feroce e sanguinario. Dopo essere stato idolatrato come un vendicatore dei poveri e degli oppressi, come il creatore di una ideale società egualitaria e giusta, come un filosofo e un poeta, trent´anni dopo la sua morte con l´assalto che gli sferrano i coniugi Chang-Halliday egli è candidato a finire in compagnia di Adolf Hitler e di Josef Stalin, per formare la mostruosa Trinità nel Pantheon negativo dei più grandi criminali del XX secolo. Eppure né l´uno né l´altro di questi estremi catturano la figura di Mao con equilibrio. Non si è ancora consolidato un vero consenso neppure tra gli storici occidentali. Mentre su Hitler e su Stalin esiste un giudizio finale accettato almeno da una maggioranza degli esperti e dell´opinione pubblica, su Mao il verdetto della giurìa è ancora sospeso. A questo contribuisce in misura determinante l´atteggiamento dei cinesi. A Berlino non c´è un memoriale in omaggio a Hitler; i suoi principali collaboratori furono condannati dal tribunale di Norimberga al termine della seconda guerra mondiale; i manuali di storia nelle scuole tedesche condannano l´Olocausto; la classe dirigente tedesca del dopoguerra viene da partiti che si sono formati prendendo le distanze dal nazismo o combattendolo. A Mosca non si fa la fila sulla Piazza Rossa per visitare la mummia di Stalin; il suo successore Kruscev ne denunciò i crimini fin dal 1956.
A Pechino invece il mausoleo che custodisce la salma di Mao occupa il centro della Piazza Tienanmen, il luogo più simbolico del potere, e la folla dei visitatori che sfilano davanti al cadavere imbalsamato è sempre enorme. La gigantografia con il ritratto del leader defunto è appesa all´ingresso della Città proibita. Gli eredi politici di Mao sono al governo e il partito comunista conserva il monopolio del potere. Certo, non esiste più un «culto della personalità» di Mao come veniva praticato quando era vivo. La verità sui suoi terribili errori ha fatto capolino. Dopo la sua morte cominciarono a uscire libri di testimonianze sulle sofferenze di quegli anni e anche sulla sua persona. Il più celebre è il diario di ricordi del suo medico personale Li Zhisui, La vita privata del presidente Mao, pubblicato nel 1994 a Taiwan e negli Stati Uniti. Il medico che lo aveva assistito dal 1954 ha presentato un Mao egocentrico e presuntuoso, irascibile, amante del lusso, predatore sessuale, insicuro della propria cultura, più furbo che intelligente. E´ il ritratto che viene convalidato con passione dalla coppia Chang-Halliday.
Anche la versione ufficiale della storia promulgata oggi da Pechino contiene delle critiche; si ammette che il Grande Balzo in avanti provocò stenti e carestie tra il 1959 e il 1962; che la Rivoluzione Culturale tra il 1966 e il 1976 fu caratterizzata da eccessi e persecuzioni. Tuttavia quelle tragedie vengono liquidate in modo superficiale. Nei manuali scolastici il Grande Balzo in avanti che fece decine di milioni di morti viene evocato in pochi paragrafi che non citano il numero di vittime e attribuiscono il disastro a una «errata pianificazione centrale». La causa di quegli «errori» non è mai stata oggetto di un vero dibattito politico, che rimetterebbe in discussione l´infallibilità del partito comunista e la legittimità dell´attuale classe dirigente.
Il mito del Grande Timoniere resiste anche se con il passare del tempo ha subito una trasformazione: oggi quello che viene celebrato è soprattutto il Mao giovane, il leader della Lunga Marcia, il capo della lotta di liberazione contro l´invasore giapponese, il fondatore di una Repubblica popolare unita e stabile, che ha restituito alla Cina uno status di grande potenza.
E´ contro questa immagine che Chang e Halliday sferrano il loro attacco. L´operazione perseguita con questa biografia è il tentativo di distruggere il Mao patriota e nazionalista. Gli autori dimostrano che il suo ruolo nella Lunga Marcia fu meno decisivo e venne esaltato a posteriori con delle falsificazioni storiche; che Mao non esitò di fronte ai compromessi con i giapponesi; che la sua presa di potere all´interno del partito e lo stesso successo finale della rivoluzione fu dovuto agli aiuti di Stalin.
In Occidente delle prove abbondanti per scrivere una contro-storia di Mao cominciarono ad accumularsi fin dagli anni Cinquanta quando Hong Kong (allora sotto l´amministrazione britannica) fu invasa dai profughi che raccontavano le atrocità del comunismo. L´opera di Chang e Halliday porta qualche elemento aggiuntivo. L´autrice di Cigni selvatici si è dedicata a intervistare i testimoni scomodi che oggi in Cina parlano un po´ più liberamente; suo marito, che è un autorevole sovietologo, ha attinto nuove rivelazioni dagli archivi di Mosca. Ma concentrandosi sulla tesi del «mostro» il libro non spiega in modo soddisfacente l´ascesa di Mao nel contesto della Cina arretrata e sconvolta dalla crisi del primo Novecento. Il lettore non riesce a capire come e perché egli seppe conservare il potere fino alla morte; non viene illuminato il suo impatto internazionale né l´aureola di prestigio che tuttora lo circonda.
Non bisogna dimenticare che il Novecento fu un secolo crudele con i cinesi anche prima che spuntasse Mao. Il crollo finale di una dinastia imperiale che aveva alle spalle una civiltà ultramillenaria; la decadenza di un paese che era stato per gran parte della sua storia il più ricco e avanzato del pianeta; il degrado disumano delle condizioni di vita nelle campagne; il terrore seminato dai Signori della Guerra nel periodo in cui ogni ordine sociale era scomparso; il banditismo e la violenza diffusa: la Cina pre-comunista era anche questo. Affermandosi in un simile contesto, Mao non può essere racchiuso nella categoria patologica del genio del male. La sua sete di potere, la sua malvagità non tolgono che tanti uomini di buona volontà si siano uniti a lui per tentare di salvare e cambiare il paese. In nome degli ideali che egli seppe suscitare negli anni Cinquanta la Cina realizzò progressi nel campo della sanità, dell´alfabetizzazione, aumentò l´occupazione, migliorò le abitazioni e i servizi sociali. Anche quando il progresso economico e sociale subì improvvisi arretramenti per le sbandate ideologiche del leader, egli rimase nel cuore di molti cinesi per altre conquiste: l´aver tenuto testa agli americani nella guerra in Corea del 1950-53, la bomba atomica costruita nel 1964, la politica estera del non-allineamento che fece della Cina un leader del Terzo mondo e una potenza alternativa nel dualismo della guerra fredda tra America e Unione sovietica.
Il giudizio che il XXI secolo dovrà riformulare su Mao non può prescindere dall´ultima e dalla più pesante delle sue eredità: i cinesi sono il più vasto popolo della terra a cui viene tuttora negata la libertà politica. Inoltre è un popolo che ha rischiato di vedere distrutte tutte le vestigia della sua sofisticata civiltà, quando la furia iconoclastica delle Guardie Rosse si scatenò a incendiare templi buddisti, biblioteche, musei.
La classe dirigente che guida il paese all´inizio del XXI secolo – il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao – si può definire la generazione dei «nipoti» di Mao perché è arrivata al potere nella terza ondata di successione, dopo il regno di Deng Xiaoping e quello di Jiang Zemin. Per molti aspetti Hu e Wen sono gli eredi dei moderati Zhou Enlai e Deng Xiaoping più che di Mao. Di Zhou essi proseguono la politica di apertura della Cina verso il mondo esterno che il premier di Mao inaugurò con la visita di Nixon a Pechino. Di Deng hanno proseguito la costruzione di una economia di mercato. Inoltre sia Hu che Wen sono degli ingegneri di formazione. Appartengono a quella nuova leva che insieme alla fedeltà politica al regime ha una mentalità tecnocratica. Mao odiava i tecnici, gli specialisti, gli scienziati, e tuttavia ebbe un´abilità quasi misteriosa nell´appoggiarsi sui due dirigenti che compensavano e correggevano i suoi difetti, Zhou e Deng, gli architetti originari della nuova Cina. Due personaggi che lui spesso odiò, verso cui ebbe sempre diffidenza e sospetto. Eppure nei momenti drammatici del suo regime una specie di istinto di sopravvivenza spinse Mao a promuovere i due pragmatici perché salvassero lui e il paese dal disastro. Quelle sue scelte cruciali per l´ordine della successione danno forza alla continuità.