Escalation. Parola di Bush

Il popolo ha parlato e il presidente lo ha ascoltato. A novembre, gli elettori statunitensi avevano lanciato un messaggio che più chiaro di così non poteva essere: «Andiamocene dall’Iraq». E stanotte (alle 3 ora italiana) il presidente George Bush ha annunciato un’escalation nella guerra. La «nuova strategia», che da due mesi va strombazzando, di fatto consiste nell’invio di 21.500 nuovi soldati combattenti, di cui 17.500 a Baghdad e 4.000 nella provincia di Ambar, per un costo di 5,8 miliardi di dollari (4,5 miliardi di euro). Altre misure annunciate: l’aumento del personale civile nell’ambasciata Usa a Baghdad (la più grande amabasciata al mondo) e lo stanziamento di 1 miliardo di dollari in lavori pubblici in Iraq. Al momento di andare in macchina, George Bush non aveva ancora parlato alla nazione, ma secondo le anticipazioni, Bush avrebbe anche ammesso di aver compiuto errori in Iraq.
Poiché per ogni soldato combattente servono almeno altri tre uomini di supporto. i rinforzi totali si aggirano sulle 80.000 unità, una vera e propria escalation che spiega meglio il brusco licenziamento, all’indomani delle elezioni, da ministro della difesa di Donald Rumsfeld, da sempre fautore di un esercito «snello», e ferocemente contrario all’invio di nuove truppe. Dello stesso segno sono il siluramento dei comandanti in Iraq (George Casey), e in tutto il Medio Oriente (John Abizaid) con, rispettivamente, David Petraeus e l’ammiraglio William Fallon. Petraeus, in particolare, ha scritto un manuale antiguerriglia di 168 pagine in cui dice, tra l’altro, che spesso uccidere gli “insorgenti” è controproducente, invita soldati e civili a imparare l’arabo, altrimenti l’antiguerriglia è «come un pugile cieco che spara pugni a un nemico invisibile».
Poiché il presidente degli Stati uniti è anche comandante supremo delle forze armate, è scarso il margine di manovra per i democratici che hanno appena preso il controllo della Camera e del Senato. Hanno già annunciato un voto di dissociazione da questa “nuova strategia”, voto che però non sarà vincolante e avrà puro valore simbolico: ma la mozione sarà posta ai voti lo stesso per cercare d’isolare Bush dai parlamentari repubblicani costretti o ad avallare il presidente a scapito della propria già declinante popolarità, oppure a minare il proprio leader.
Alcuni democratici, tra cui il senatore Ted Kennedy, avevano proposto azioni più energiche e immediate. Ma sul tema, il partito democratico è diviso: i deputati democratici della Camera sono in genere più “pacifisti”, mentre i senatori sono in genere più legati alle forze armate, pur con alcune significative eccezioni come Kennedy (Massachusetts), Russell Feingold (Wisconsin), Barak Obama (Illinois): la ragione è semplice: i senatori sono eletti su base statale (2 per ognuno dei 50 stati Usa) e le economie di molti stati dipendono sia dalle basi militari che in essi sono insediate sia dalle industrie belliche che vi sono localizzate. Mettersi contro le forze armate equivale a far perdere al proprio stato decine, se non centinaia di migliaia di posti di lavoro e miliardi di dollari di introiti.
Contro il presidente infatti i democratici disporrebbero dell’arma finale, che sarebbe di non votargli il finanziamento della guerra e/o una riduzione del bilancio del Pentagono. Questa seconda mossa è fuori discussione per le ragioni su esposte. La prima può rivelarsi un boomerang perché allora i democratici apparirebbero come coloro che «affamano i nostri ragazzi» che gli tolgono i soldi per migliori armi e difese e così contruibuiscono a farli morire.
Se davvero i democratici vogliono fermare la guerra in Iraq dispongono di una via apparentemente più tortuosa che consiste nel ricattare l’amministrazione Bush con la minaccia di commissioni d’inchiesta sull’intelligence che ha portato alla guerra, sugli appalti in Iraq alle ditte vicine all’amministrazione, come l’Halliburton di cui era presidente e amministratore delegato l’attuale vicepresidente Dick Cheney. Condotte sino alle loro estreme conseguenze, queste commissioni potrebbero persino portare all’ impeachment di Bush o alle dimissioni di Cheney, prospettiva questa che li indurrrebbe a più miti consigli.
Ma è dubbio che i leader democratici vogliano avviarsi su questa strada: troppo forte sono le divisioni tra loro. Tanto per dirne una, il senatore che assicura loro la maggioranza, Joe Lieberman (New Jersey), è uno strenuo difensore della guerra di Bush. Più probabile è che i democratici barattino una posizione di formale opposizione – ma sostanziale acquiescienza – alla guerra in cambio dell’assicurazione da parte di Bush di non porre il veto a leggi di politica interna come riforma della sanità, aumento del salario minimo, che diano il segnale politico di un cambiamento di rotta determinato dalla vittoria democratica di novembre.
Nel frattempo i primi rinforzi arriveranno a Baghdad a metà febbraio. Ma gli esperti sono scettici sull’effetto che 21.000 soldati in più potranno avere. Calcolano che in una lotta antiguerriglia il rapporto ottimale tra soldati e popolazione è 1 a 50. Il che significherebbe mandare in Iraq almeno 250. 000 soldati in più: un’impossibilità logistica e politica. Ma a Washington gli occhi di tutti sono già rivolti alle presidenziali del 2008 e ogni mossa à calcolata su quel metro.