Errore con riserva

Il successo delle primarie mi ha dato clamorosamente torto ed è d’obbligo riconoscerlo. Ero persuasa che la disaffezione alla politica potesse venir corretta soltanto attraverso una grande e appassionata partecipazione programmatica. Non è così. La partecipazione è ormai intesa principalmente come elettorale, ma ha il suo peso ed è stato un errore non incoraggiarla. Queste primarie volevano dimostrare la insopportabilità di Berlusconi e questo hanno dimostrato, e la primazia di Prodi malgrado il calcio dell’asino che gli aveva dato Rutelli, l’occhio rivolto a un post 2006 cui non credo abbia rinunciato. Prodi ha avuto la sua legittimazione da quella parte della popolazione che domenica è uscita di casa, pur sapendo di non decidere in ultima istanza. E’ anche una dimostrazione che la leadership del personaggio, vera radice del maggioritario, ha ormai in Italia il suo fascino. Anche nella sinistra come provato dall’affermazione di Bertinotti e dalla sparizione delle liste minori – eccezion fatta per le clientele di Mastella, che si sono rivelate soltanto di disturbo. Dovranno riflettervi, credo, coloro che presumono di rappresentare i movimenti, che hanno ragione di non manifestarsi ancora direttamente sul piano istituzionale. Detto questo mantengo – forse perché appartengo a un’altra generazione politica – una riserva. La scelta di una persona cui si dà una grande delega – nel nostro caso un esponente dell’opinione democratica di centro cui si vuole assicurare una piena «governabilità» – dimostra come si sia spento il bisogno di quella partecipazione diretta che aveva caratterizzato il 1968 e gli inizi della prima repubblica sulla cui ispirazione originaria non condivido la condanna dei più. Di conseguenza la persona prevale di gran lunga sul mandato, se pur indiretto, di quel che dovrà fare.
E’ un prodotto dei vincoli di coalizione. E a essa ci si affida. Non ha infatti ragione Scalfari quando afferma nell’editoriale di domenica scorsa che un programma del centrosinistra ormai esiste: sull’orientamento della politica estera, che non è soltanto il ritiro delle truppe dall’Iraq; sulla priorità del lavoro rispetto all’impresa e alla sua competitività; del welfare rispetto all’assistenza ai poveri; del pubblico sul privato, a favore della sussidiarietà intesa come intervento dello stato soltanto laddove il privato non arriva, e per converso la illiceità dell’intervento legislativo sulla autodeterminazione della donna e in genere sul terreno della sessualità, non c’è ancora nessuna chiarezza. E forse non ci poteva essere. Ma resto convinta che sarebbe stato più serio presentare assieme alle candidature, una discussione esplicita sulle linee di quella che non potrà che essere una mediazione. Il voto popolare ha detto soltanto no a Berlusconi e basta con leggi ad personam. Prodi stesso ha ripetuto che il programma si dà dopo e che ha avuto un’intesa a quattr’occhi con Bertinotti – a quattr’occhi su quel che riguarda il destino dei singoli e del paese? Lo stesso Bertinotti ha affermato domenica che il programma lo fa chi ha vinto riservandosi, questo suppongo certo, di contestare le scelte che considererà insostenibili. Ne viene anche il sostegno a un premierato forte, che può essere incompatibile con la divisione dei poteri. Sono gli eletti che decidono e non sono eletti sulla base degli impegni che prendono. E’ un mutamento del senso di partecipazione che era stato del Novecento e fortemente accentuato dagli ormai abominati anni Sessanta e Settanta. Si partecipa al voto e su quel che avverrà dopo si agirà per lobbies, pulite e collettive invece che sporche e private, delle quali anche i movimenti non saranno che una parte.

Detto questo, come non essere contenti che sia andata così? Lo sarei stata se avesse vinto il modesto Kerry contro un fascista come Bush, le conseguenze per il mondo sarebbero state diverse, limitando se non bloccando la minaccia americana di sopraffazione e di guerra, l’idea ridicola di esportazione della democrazia con le armi, e la vergogna del neoconservatorismo che affascina molte menti della nostra penisola. E’ quel che bisogna sperare per le elezioni del 2006, cui queste primarie hanno dato forza. Non molto di più ma neanche di meno, constatazione cui sembra ormai doversi rassegnare.