Enzo Baldoni, una morte invisibile all’ombra della Croce Rossa italiana

Della sua smania di «andare a vedere», un anno dopo non restano che qualche frammento d’ossa e gli stessi dubbi d’allora, quando Enzo Baldoni sparì sulla strada che da Najaf lo riportava a Baghdad: finito nel mirino mentre viaggiava alla testa di un convoglio della Croce rossa italiana e ignorato come se non fosse mai stato lì.
Cacciatore di scoop, con la testa tra le nuvole e i piedi chissà dove. Di Enzo Baldoni, giornalista freelance e pubblicitario, si disse e si fece capire di tutto in quei giorni, perché bisognava essere dei matti a pensare di girare l’Iraq da turisti della notizia, senza arte né parte. Maurizio Scelli e l’ambasciata italiana ci misero del loro per accreditare l’immagine svagata da giramondo, mentre distribuivano speranza a piene mani. «Si farà vivo».
Che fosse un ottimismo da quattro soldi lo abbiamo saputo dopo. Dopo aver visto Baldoni leggere le condizioni per il suo rilascio: il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq entro 48 ore. E poi il suo sguardo spento, il corpo riverso sulla sabbia. Inutilmente ucciso.
Eppure, il giorno stesso del sequestro, i volontari della Croce rossa che viaggiavano con lui avevano dato l’allarme, dopo aver visto la Nissan di Enzo e del suo autista e interprete Gahreeb scaraventata da un’esplosione sull’altra carreggiata. Era il 20 agosto. Il giorno dopo, il cadavere di Gahreeb venne riconosciuto in un obitorio. Ma sulla sorte di Baldoni ancora si scherzava. «Sarà a fare uno scoop», diceva Scelli al meeting di Rimini, il 23 agosto.
Tre giorni dopo Baldoni era morto. O forse lo era già mentre si facevano battute su di lui: ucciso perché non era chiaro che cosa stesse facendo in Iraq, come suggerirono i due giornalisti francesi rapiti quasi contemporaneamente dallo stesso gruppo, l’Esercito islamico in Iraq. Baldoni pubblicitario, giornalista, volontario della Croce rossa. Forse una spia, questa la conclusione dei sequestratori.
Che facessero confusione loro, ribelli, banditi o terroristi, era possibile. «Voi italiani con una mano ci ammazzate, e con l’altra ci aiutata», è un sentire diffuso a Baghdad, come ricorda Diario, sulle cui pagine scriveva Baldoni. Meno chiara è la confusione leggiadra delle autorità italiane in quei giorni. Perché smentire, minimizzare, negare persino che Baldoni fosse con un convoglio della Croce rossa italiana? Perché far finta di nulla, quando era chiaro che qualcosa di grave era accaduto quel 20 agosto di un anno fa?
«Sottovalutazione, le ferie d’agosto, pavidità, speranza che la questione potesse comunque finire bene», scrive Diario, nel numero dedicato interamente alla fine di Enzo. Tutto possibile, ma forse c’è altro. «Sicuramente ha pesato anche la deliberata ambiguità in cui opera la Croce rossa italiana in Iraq, in dissidio reale con la Croce rossa internazionale: per la sua mancanza di neutralità – scrive Diario -. Il nostro governo ha avuto paura di una buona cosa che era stata fatta?».
La buona azione è quel convoglio della Croce rossa partito per Najaf per merito anche di Baldoni, ragione che spinge oggi il direttore di Diario, Enrico Deaglio, a chiedere una medaglia al valor civile alla memoria di Enzo. Il convoglio non era stato autorizzato da Roma. «Non c’erano le condizioni minime di sicurezza», spiegò Scelli più tardi. A Najaf si combatteva e le truppe Usa erano determinate a chiudere la partita con i ribelli di Moqtada Al Sadr. «Ragioni di sicurezza», più forti delle richieste di aiuto che arrivavano dalla città santa e ribelle, dove le prime a non gradire l’intervento umanitario erano le forze americane.
Un anno dopo, dei tentativi di Scelli con un ex generale di Saddam e dei presunti contatti dei servizi per liberare l’ostaggio – ucciso, si fece capire, per un suo colpo di testa, per una resistenza improvvisa che fece precipitare gli eventi – non c’è più niente. Solo un test del dna che fa sperare che un giorno, quel che resta di Baldoni possa essere restituito alla famiglia. E l’immagine di quel gigante buono che a piedi faceva strada al convoglio di aiuti per le vie di Najaf, sventolando una gigantesca bandiera con le insegne della Croce rossa tra il crepitare dei proiettili. Una bandiera con un simbolo di neutralità.