Energia, offensiva Ue contro furbi e spreconi

La Commissione europea affila le armi contro il risiko energetico e i paesi che muovono le singole pedine. Dopo il summit del Consiglio europeo di due settimane fa a Bruxelles, che sul tema dell’energia sembrava aver partorito ben poco, l’esecutivo dell’Unione europea ha deciso di uscire allo scoperto con l’arma del deferimento alla Corte di giustizia. Bruxelles ha inviato all’Italia e ad altri 16 stati membri un totale di 28 lettere di messa in mora (prima fase della procedura d’infrazione). Tema principale, la mancata liberalizzazione dei mercati. L’Italia, insieme ad altri, figura però anche in altri capitoli, come quello dell’utilizzo delle fonti rinnovabili e dei bio-carburanti.
All’Italia viene imputata la legge anti-Edf, alla Francia per la legge anti-Opa del dicembre 2005 e alla Spagna la legge che limita di diritti di voto nelle società energetico a diritto pubblico. Bruxelles ha inviato a Roma un parere motivato (seconda fase della procedura d’infrazione), contro la legge che nel 2001 aveva bloccato al 2% i diritti di voto nelle società energetiche italiane per le società straniere a controllo pubblico. Per quanto riguarda la Francia la Commissione ha avviato un procedura di infrazione contro la legge francese che tutela 11 settori strategici, tra cui quello energetico, dalle scalate ostili. Infine, la Commissione Ue ha deferito la Spagna alla Corte Ue di Giustizia per il limite del 3% applicato al diritto di voto delle compagnie statali nell esocietà di energia.

Italia, Polonia, Repubblica Ceca e Regno Unito, poi, sono stati accusati di non aver “riferito” alla Commissione circa i progressi ottenuti nel settore delle energie rinnovabili mentre cinque paesi (Italia, Lettonia, Cipro, Grecia e Irlanda) hanno adottato misure insufficienti per promuoverne adeguatamente il loro utilizzo. Nel 2003 la percentuale rappresentata dai biocarburanti nel mercato della benzina e del diesel dell’Ue raggiungeva appena lo 0,6% e nel 2004 era ancora inferiore all’1%. La direttiva sui biocarburanti fissa dei valori di riferimento: il 2% per il 2005 e il 5,75% per il 2010. Gli Stati membri possono fissare propri obiettivi indicativi, ma se questi sono diversi dal valore di riferimento devono giustificare la scelta.

La marcia di avvicinamento al 2010, data entro la quale, il nostro paese – secondo il Libro Verde – dovrà essere in grado di produrre il 21% del suo fabbisogno energetico da fonte rinnovabile, non convince Bruxelles. Secondo Luigi Marino di Confcooperative, l’energia rinnovabile da noi è un argomento tabù. «La Germania, grazie al fotovoltaico – sottolinea Marino – produce tre volte il quantitativo di energia realizzata in Italia, nonostante che per ovvi motivi geo-climatici, la Germania abbia delle caratteristiche meno spiccate del Belpaese a utilizzare il sole come fonte d’energia». Per Legambiente, la tirata d’orecchie dell’Ue è giusta perché nel nostro paese manca completamente una politica energetica: le fonti pulite in Italia tra il 1999 e il 2002 sono cresciute solo dell’1% e complessivamente si attestano appena al 4,6% mentre è del 12% l’obiettivo al 2010 sul consumo energetico totale.

Nei prossimi mesi la Commissione presenterà una relazione sui progressi registrati per quanto riguarda il raggiungimento del valore di riferimento fissato per il 2005 e degli obiettivi. Nel piano d’azione sulla biomassa (adottato nel dicembre 2005) e nella strategia sui biocarburanti (adottata nel febbraio 2006) la Commissione ha istituito misure per incentivare ulteriormente i biocarburanti.

Tre sono gli obiettivi principali ai quali punta Bruxelles, e cioè la riduzione dei prezzi dell’energia e il rafforzamento sia della sicurezza dell’approvvigionamento sia della competitività europea. Ma a non piacere a Piebalgs, Commissario europeo sull’Energia, c’è anche il fatto che «gli stati membri stanno aprendo i mercati in modi così diversi da ostacolare lo sviluppo di un vero mercato Ue competitivo». Fra i problemi concreti evidenziati spiccano la persistenza di prezzi regolamentati; l’assenza di una separazione giuridica e l’insufficiente separazione gestionale dei gestori delle reti di trasporto e di distribuzione; l’accesso discriminatorio dei terzi alla rete e l’insufficiente trasparenza delle tariffe; le competenze delle autorità di regolazione, in particolare per la fissazione delle tariffe d’accesso alle reti.