Enel condannata per la centrale di Porto Tolle

Franco Tatò e Paolo Scaroni, ex amministratori delegati dell’Enel, sono stati condannati per i danneggiamenti ambientali causati dalla centrale elettrica di Porto Tolle. La sentenza è stata pronunciata una settimana fa dal tribunale di Adria (Rovigo), ma la notizia non ha superato il perimetro dei media locali. Eppure una condanna dell’Enel costituisce una vera rarità. Inoltre Tatò e Scaroni, pur avendo cambiato lavoro, non sono dei signor nessuno.
Le condanne in primo grado sono state lievi – 7 mesi a Tatò, un mese a Scaroni, ammende per due ex direttori della centrale – e i risarcimenti (2 milioni e mezzo di euro da versare come provvisionale alle 22 parti civili) non manderanno in malora l’Enel. L’importanza della sentenza sta nell’aver riconosciuto «doloso» il comportamento dell’azienda. L’Enel sapeva che dalla ciminiera che svetta su Polesine Camerini (una delle isole del delta del Po) uscivano «emissioni moleste» e «ricadute oleose» che hanno danneggiato auto, abitazioni, biancheria, coltivazioni. Nel 1994 si era impegnata ad attenuare l’impatto ambientale. Non l’ha fatto. Di qui la condanna per i danneggiamenti alle cose. Un punto a favore per il pm Manuela Fasolato che ha aperto un altro filone d’inchiesta sugli eventuali danni alla salute che vede i 4 manager indagati per omicidio colposo plurimo e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni.
Prima di leggere il dispositivo della sentenza, il giudice di Adria Lorenzo Miazzi si è tolto un sassolino dalla scarpa. Ha definito «una sconfitta inaccettabile» il fatto che debba passare per un processo penale «un periodo così vasto di inefficienze amministrative, di ambiguità legislative, di scelte politiche e industriali». Ha voluto dire che altri – sindaci, Asl, ministeri, ispettorati vari – dovevano intervenire prima della giustizia penale. Non l’hanno fatto e il geometra Giorgio Crepaldi, che abita a 5 chilometri dalla centrale, nel 2002 ha fondato il «Comitato cittadini liberi di Porto Tolle». Liberi di denunciare l’Enel, di rompere una cappa di consenso e di rassegnazione che durava dal 1980, anno di costruzione della centrale.
Ma cosa sono le «ricadute oleose»? «Ogni volta che gli impianti si bloccano e vengono riattivati qui piove nero», spiega Crepaldi, «la ciminiera sputa palline di catrame che bruciano le cose e rovinano le colture». Basterebbe questo a rendere fastidiosa la coabitazione con la centrale. Ma c’è dell’altro: «Nei licheni i periti nominati dal tribunale hanno trovato percentuali allarmanti di metalli». E c’è il dubbio che la centrale sia una concausa di allergie, disturbi alla tiroide e tumori.
Il chimico Paolo Rabitti, uno dei periti, ci dà alcune informazioni tecniche sulla centrale di Porto Tolle. Con quattro gruppi generatori e una potenza di 2.600 MegaWatt, è una delle più grandi d’Europa. E’ alimentata ad olio combustibile e rilascia ossidi di zolfo, di azoto e polveri. E’ una delle quattro centrali «lasciate fuori temporaneamente» dal decreto che all’inizio degli anni Novanta ha abbassato le soglie per le emissioni. La deroga doveva servire per rientrare nei nuovi parametri. Niente di trascendentale, spiega Rabitti, bastava passare dall’olio combustibile Btz (a basso tenore di zolfo) all’Stz (che è quasi senza zolfo). Quindici anni dopo, solo un gruppo della centrale di Porto Tolle va a Stz, ma viene usato meno degli altri tre che continuano a bruciare Btz che costa meno. Per risparmiare l’Enel produce consapevolmente un inquinamento che altri pagheranno. «Inoltre gode di un vantaggio rispetto alle altre società concorrenti», fa notare Rabitti, «e tocca dirlo a me che non sono un liberista».
La querelle sull’olio combustibile è destinata a passare in cavalleria. L’Enel ha deciso di riconvertire la centrale di Porto a carbone. La Regione Veneto ha già dato il suo placet, contraddicendo se stessa che, in precedenza, aveva stabilito che nel parco del Delta del Po possono funzionare solo centrali a metano. «Vogliono farci cadere dalla padella nella brace», reagisce Giorgio Crepaldi, che da «dilettante autodidatta» si è fatto una cultura su centrali e fonti energetiche rinnovabili. Il suo comitato, insieme alle associazioni ambientaliste, è già sul piede di guerra contro il carbone. Per dirla tutta, il signor Crepaldi pensa che la centrale di Porto Tolle sia arrivata al capolinea e vada chiusa.
Gli facciamo notare che, con il prezzo del petrolio alle stelle e la fame energetica del nostro paese, la sua pretesa di certo non godrà di buona stampa. Lui non si scompone: «Noi abbiamo sopportato una mega centrale per un quarto di secolo. Abbiamo diritto a un periodo di convalescenza».