Emilia Romagna, una legge contro la precarietà del lavoro

Il fenomeno è in crescita anche in questa regione, dove ormai il 20% degli occupati non ha un posto stabile.
La nuova normativa regionale restituisce invece centralità al rapporto subordinato a tempo indeterminato

Ben 400 mila, il 20% del totale dei lavoratori occupati, percentuale che scende all’11% per gli uomini ma che sale al 32% per le donne, evidenziando anche una questione di genere. Queste sono, secondo le stime della giunta regionale, le cifre nude e crude della precarizzazione del lavoro raggiunte in una regione ricca e rossa come l’Emilia-Romagna. Un fenomeno che il Consiglio regionale adesso tenta di arginare con una legge, approvata nei giorni scorsi, che, sia pure nelle limitate competenze che una Regione ha in materia di diritti dei lavoratori, va in controtendenza con le normative nazionali.
Ormai non c’è giovane che riesca a trovare un lavoro a tempo indeterminato. Se la disoccupazione è il problema dei giovani meridionali, la precarietà del lavoro è il problema dei giovani del nord. Precarietà che non riguarda più solo l’ingresso nel mondo del lavoro, ma che porta al preoccupante fenomeno della “sostituzione”, sempre secondo i dati della giunta, di ben 60 mila posizioni di lavoro stabili con forme di lavoro precarie. Per questo Rifondazione Comunista e le parti più avanzate del movimento sindacale già dall’inizio della scorsa legislatura non danno tregua alla giunta Errani. Ora i dati resi noti dalla giunta regionale evidenziano l’espansione del fenomeno, non attribuibile ai soli effetti della legge 30. «Un metro di ghiaccio non nasce in una sola notte di neve», fa notare il capogruppo di Rifondazione in Consiglio regionale, Leonardo Masella. «La diffusione della precarizzazione del lavoro – osserva – è figlia di due decenni di ideologia e prassi liberiste portate avanti dalla sinistra moderata e fondate sulle privatizzazioni e sulla cosiddetta flessibilità del lavoro. La legge 30 ha portato alle estreme conseguenze questa linea finalizzata ad incrementare ulteriormente lo sfruttamento dei lavoratori».

La legge sul lavoro dell’Emilia Romagna invece afferma chiaramente, sia nelle finalità generali sia in quelle delle politiche attive (nucleo centrale di questa norma) il contrasto alle forme di precarizzazione del lavoro. Punto, questo, dirimente e che ha visto Rifondazione in diretta polemica con la Confindustria regionale che, assieme al centro-destra e alle parti più moderate del centro-sinistra, voleva sostituire al contrasto della precarizzazione delle forme di lavoro il semplice contrasto alla precarizzazione delle situazioni personali.

Ampie le novità introdotte da questa legge regionale, in cui si parla, senza mezzi termini, di sostegno all’acquisizione di forme lavorative stabili, con incentivi, concessione di assegni formativi individuali, predisposizione di percorsi formativi qualificati ed in generale attività di orientamento, offerta di strumenti innovativi quali i bilanci di competenza, assegni di servizio. Ma si è cercato di rimediare anche al danno culturale arrecato dalla legge 30, assumendo come forma comune dei rapporti di lavoro il rapporto di lavoro a tempo indeterminato. La norma regionale ha il merito, inoltre, di restituire centralità ai “Centri per l’impiego” pubblici affidando loro, in via esclusiva, le funzioni amministrative di garanzia ed il coordinamento dell’intero sistema. In diversi punti la legge regionale si è trovata a svolgere un ruolo di supplenza, ad esempio con l’istituzione di un osservatorio del mercato del lavoro che analizzi le interazioni di questo con il sistema economico, formativo, sociale, con un occhio particolare a forme contrattuali, dinamiche salariali, integrazione lavorativa degli immigrati. Particolarmente rilevante il riconoscimento di condizioni lavorative stabili come presupposto per la sicurezza del lavoro e il tentativo di rivolgere tutte le azioni di incentivazione e valorizzazione verso le imprese, in qualsiasi ambito, ai fini propri di questa legge, attraverso l’introduzione di parametri che valorizzino i comportamenti diretti al contrasto alle forme di precarizzazione del lavoro ed all’acquisizione di condizioni di lavoro stabili.

«La legge regionale – dice ancora Masella – è positiva perché, sia pure nelle sue limitate competenze, si pone l’obbiettivo di contrastare la precarizzazione del lavoro. Precarizzazione, vorrei ricordarlo, che non nasce dalla legge 30 ma da quel vero e proprio caporalato legalizzato che è il lavoro in affitto e le agenzie interinali private. E il lavoro interinale venne introdotto per la prima volta non nel pacchetto Treu ma negli accordi di concertazione sindacale del luglio del 1992. Questa legge regionale – conclude Masella – ha lo scopo di contrastare la filosofia della precarizzazione del lavoro, e non è cosa da poco, ma non ha lo scopo di sostituire la legge 30, che non può essere migliorata da leggi regionali ma deve essere abrogata da una nuova legge nazionale».